
In occasione del tradizionale Concerto dell’Assunta, tenutosi presso il Duomo di Castelfranco Veneto, abbiamo incontrato il compositore Paolo Gasparin, autore di SoleLuna, cantata per soli, coro, orchestra e voce recitante su testo del Cantico delle Creature; realizzata, su commissione dell’Ordine Francescano di Treviso, per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. L’opera, pubblicata dalla Casa Musicale Sonzogno di Milano, illustra in sette “quadri” la celeberrima Lauda scritta da San Francesco nel 1225. Abbiamo approfittato della sua disponibilità per parlare di SoleLuna, (la cui prima esecuzione si è tenuta a Treviso il 10 gennaio scorso sotto la direzione dello stesso maestro; audio completo e selezione video https://www.alumnicantores.com/soleluna), ma anche di alcuni temi relativi alla musica e alla spiritualità.
Ascoltando e leggendo la sua cantata si percepisce una sincera, quanto disarmante, genuinità: parte dal cuore del compositore e al cuore dell’ascoltatore vuole arrivare. I mezzi sono indubbiamente “tradizionali”, tuttavia intrisi di quella semplicità che è frutto di un lavoro di lima, coinvolgente quanto trasfigurante…
Ha detto “disarmante”, parlando della genuinità che ha colto nella mia musica. Mi vengono in mente le parole pronunciate da Papa Leone nel giorno del suo insediamento: «Una pace disarmata e disarmante». Anche questo è un concetto molto francescano. Sono felice che la mia musica abbia fatto pensare a tutto ciò, perché in effetti non vi era, in fondo, nessun altro obiettivo più importante del provare a essere degni testimoni di questo messaggio.
Dicevamo, i mezzi da lei utilizzati sono chiaramente tonali, al servizio di un testo monstre, una sfida nella sfida, considerando che siamo ampiamente approdati nel XXI secolo…
SoleLuna ha rappresentato un’opportunità di rilievo, non esente da elementi di sfida. Tra questi anzitutto tenere conto della cornice e della committenza, pur nella grande libertà che padre Oliviero Svanera mi ha lasciato. A lui va peraltro il mio ringraziamento quale vero deus ex machina dell’operazione. E poi occorreva tener conto dei tempi e del budget disponibili; della necessità di coinvolgere un pubblico ampio ed eterogeneo, mantenendo al contempo spessore estetico e simbolico. E, come dice lei, c’era un testo da mettere in musica, non un testo qualsiasi, ma il testo originale del Cantico delle Creature. Per rispondere a queste sfide ho scelto un approccio pragmatico, cercando di tenere insieme tutte le esigenze.
Un approccio pragmatico, in che senso?
Nel senso più originario della parola: prâgmata, in greco, sono le cose fatte, gli avvenimenti, i fatti concreti. Da qui anche l’idea antica di una “storia pragmatica”, di cui Tucidide fu maestro, una storia che non perde il contatto con gli eventi e con le condizioni concrete in cui essi accadono. SoleLuna è pragmatica in questo senso: non perde contatto con la realtà dalla quale nasce e di cui è chiamata a interpretare le esigenze. Sembra esserci riuscita per ora, vedremo cosa succederà a Torino il prossimo febbraio.
Entriamo allora nel vivo della struttura musicale con cui ha voluto vestire le parole di San Francesco…
La struttura complessiva riflette quella del Cantico, a ogni strofa corrisponde un “quadro”. Come in un film, si passa attraverso diversi scenari, ognuno con la propria peculiare atmosfera, ognuno con i propri personaggi… il Sole, la Luna, il Vento, la Terra… e soprattutto la relazione dell’uomo con gli elementi del creato. La melodia è senz’altro uno degli aspetti caratterizzanti. Ma tra le strategie o le risorse utilizzate potrei citare anche l’aderenza al testo, l’orchestrazione, la varietà armonica e della texture. Il tutto all’interno di una logica costruttiva complessivamente più vicina al montaggio che allo sviluppo. Lei giustamente notava che si tratta di un’opera “tonale”: si, ma in senso ampio. In realtà l’intera opera è forse più modale che tonale in senso stretto. In ogni caso il linguaggio tonale non può più essere utilizzato oggi con lo stesso significato del passato. Debbo dire poi che concepire melodia, armonia e ritmo come elementi distinti è utile sì, ma fino a un certo punto. Il risultato sonoro complessivo risulta dall’interazione complessa di questi elementi. Mi piace anche l’idea di un compositore-esteso, che mette attenzione anche al setting dell’opera. Dalla progettazione dello spazio dell’esecuzione, alla cornice comunicativa che la inquadra.
Diceva Olivier Messiaen, a proposito della definizione di musica “della Chiesa”: «La musica liturgica è esclusivamente dipendente dal culto, invece la musica religiosa ha raggiunto tutti i tempi, tutti i luoghi, toccando tanto il materiale quanto lo spirituale e infine è riuscita a trovare Dio in tutto». Ciò vale, naturalmente, anche per i tre atti del Saint François d’Assise. Ma SoleLuna è effettivamente musica sacra?
L’affermazione di Messiaen mi trova perfettamente d’accordo. Anche se credo non sia tanto una categoria dell’opera musicale, ma dello sguardo sulle cose. Francesco sentiva gli elementi del creato come fratelli e sorelle in quanto anch’essi, al pari dell’uomo, creature di Dio degne di rispetto e di lode. E tutto questo a partire da uno sguardo che nella povertà si è fatto nuovo, trasparente e aperto, e dunque capace di cogliere l’immensa ricchezza che ci circonda, di «trovare Dio in tutto», per usare le parole di Messiaen. La «perfetta letizia», altra espressione di Francesco, è il correlato emotivo di tutto questo. Gioia perfetta, completa, che non dipende dal possesso di qualcosa, ma basta a sé stessa, perché radicata nel sentirsi tutt’uno con ciò che ci circonda.
Una musica spirituale, dunque, che travalica ampiamente la sterilità di certi schemi o categorie?
Il Cantico è un po’ poema, un po’ lauda, un po’ salmo, vecchio di otto secoli eppure portatore di una modernità senza tempo, capace come pochi di parlare alla sensibilità contemporanea. Primo reperto della letteratura italiana di attribuzione certa, non ha solo un valore in ambito sacro, ma anche in ambito letterario e laico. Inutile dire quanto abbia avuto un ruolo determinante nella strutturazione dell’opera, nel connotarne il carattere e nell’orientare molte delle scelte compiute.

Ora la provoco un po’: esistono libertà espressive di serie A e di serie B; in altri termini: ha ancora senso, oggi, operare una divisione tra compositori “progressisti” e “reazionari”?
Non trovo che oggi abbia particolarmente senso – e forse non ne ha mai avuto – parlare in termini di avanguardia e retroguardia, né tanto meno di progressisti o reazionari. Quando poi i fautori di una tendenza o dell’altra assumono posture di superiorità estetica o addirittura etica la questione si sposta su un piano che non è più quello musicale. Il guaio è che possono scatenarsi – e si sono scatenate – vere e proprie guerre su contrapposizioni del genere. Personalmente trovo più interessante altro, per esempio osservare come spesso vi sia molto passato nella musica moderna e molta modernità nella musica del passato. Quello che rimane immutato attraverso i secoli e gli stili viene spesso chiamato tradizione. La tradizione è qualcosa di antico e tuttavia sempre attuale che si tramanda attraverso le generazioni e affiora in superficie assumendo di volta in volta le sembianze più adatte al tempo corrente. Tradizionale può essere un pezzo delle avanguardie così come un pezzo neoromantico, un brano minimalista o… degli Aphex Twin. Le divisioni e le etichette sono utili per il gioco delle identificazioni, ma talvolta è bene riportare al centro il concetto di tradizione.
A chi gli chiedeva come riuscisse a conciliare musica seria e d’intrattenimento, Leonard Bernstein soleva rispondere che la distinzione è solo tra buona e cattiva musica…
Tale pluralismo stilistico è proprio della tradizione didattico-musicale del Novecento e delle correnti postmoderne, alle quali mi sento personalmente vicino. Credo che tale “equanimità” o “neutralità” sia stata possibile a partire da una prospettiva distanziata, post storicistica se vogliamo, che a mio avviso è uno dei portati culturali più interessanti del Novecento. Potremmo dire che i significati che un’opera d’arte può acquisire siano molteplici, ma la prospettiva di Bernstein sembra suggerire che il compositore si debba preoccupare anzitutto di garantire la bontà, la buona fattura dell’opera. Il che ci riporta a una concezione più originaria e generale di arte come esercizio di un magistero tecnico su un certo materiale. Tutto ciò che è metafisico, nell’arte, discende dal progressivo affinarsi della tecnica, fino alla sublimazione del confine tra soggetto e oggetto, tra artista e materia. Talvolta circola un atteggiamento per cui il valore dell’opera sembra provenire da un’intellettualizzazione accidentale, arbitraria, compiuta ab extra e non derivante dalla relazione necessaria (e mediata tecnicamente) tra artista e materia.
Sorridendo sotto i baffi, prima mi ha confessato che SoleLuna non l’ha proprio scritta da solo: cosa intende dire?
«Fa’ di me uno strumento», dice una famosa frase attribuita a San Francesco. Ecco credo che si catturi un po’ più di verità se si pensa al compositore come uno strumento, un livello funzionale di un sistema più ampio che tutto insieme determina una certa opera per quello che è. Non che questo non si sappia, in teoria. Ma si finisce per lo più per raccontare di individui che fanno cose, come se fossero monadi isolate dal contesto, capaci di agire una libertà incondizionata. Mi appare più verosimile, anche se più scomodo da raccontare, pensare all’opera d’arte come fenomeno emergente da un sistema complesso di fattori interdipendenti. Certo c’è sempre uno spazio di libertà per il compositore. Ma vi è sempre anche una parte non meno ampia di meccanismi che agiscono, dentro e fuori al compositore, senza che egli ne sia necessariamente consapevole, che influenzano la creazione di un’opera. Su questi presupposti si capisce come la tradizionale nozione di autorialità legata all’individuo possa facilmente andare in crisi.
Michele Bosio
IL COMPOSITORE
| Paolo Gasparin è compositore, direttore e didatta. Dopo gli studi nei Conservatori di Stato di Castelfranco Veneto e Verona, dove ha conseguito i diplomi di Composizione, Musica Corale e Direzione di Coro, Strumentazione per Banda e Didattica musicale si è perfezionato in Alta Composizione presso l’Accademia Filarmonica di Bologna con Azio Corghi. Ha conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università di Venezia, dove ha studiato con il filosofo Emanuele Severino laureandosi cum laude con la tesi La musica come sacrificio originario (relatore U. Galimberti). Le sue opere, edite da Sonzogno, Edizioni Ricercate e incise per Sony BMG e Da Vinci Classics, sono eseguite in Italia e all’estero e trasmesse da Rai Radio 3. Insegna Elementi di composizione per didattica presso il Conservatorio di Alessandria ed è fondatore e direttore del progetto Alumni Cantores (2022) dedicato al canto corale. (M.B.) |