Una preziosa rarità a Trieste: le “Donne vendicate” di Piccinni

PICCINNI Le donne vendicate E. Liubonko, S. Porcellini, R.M. Zangari, G. Baraldi; Orchestra del Cenacolo Musicale, direttore Riccardo Doni regia Cesare Scarton scene Alice Poppi e Gemma Aquilante costumi Alberto Varnier

Trieste, Teatro Miela, 17 settembre 2026

L’associazione Barocco Europeo sa cosa voglia dire fare di sostenibilità (gestionale) virtù. Intraprendere il percorso dell’opera barocca ha significato infatti optare per dimensioni ridotte come quelle degli intermezzi, valorizzando la scoperta del repertorio, ma anche di voci nuove, attraverso un concorso internazionale dedicato alla vocalità barocca, con il coinvolgimento dei cantanti selezionati nelle produzioni. Senza contare la preziosa opportunità di conquistare spazi per l’opera barocca sui palcoscenici del Friuli Venezia Giulia, come è accaduto con l’intermezzo Le donne vendicate di Niccolò Piccinni, che ha debuttato nella nuova produzione a Trieste, primo spettacolo di teatro musicale ospitato all’interno del festival “Il faro della musica”, organizzato dalla Società dei concerti. 

Il pubblico curioso e qualificato non è mancato per assistere a questa rarità datata 1763 e scritta su libretto di Giuseppe Petrosellini, tratto dall’omonimo dramma giocoso per musica di Carlo Goldoni. La versione proposta è stata quella risalente al 1767, creata per la rappresentazione a Napoli di questo divertente e fortunato intermezzo che all’epoca ebbe diffusione internazionale. Dal punto di vista musicale, si tratta di una partitura che cerca di emanciparsi da schemi barocchi, dal punto di vista drammaturgico di una commedia sull’eterno confronto tra universo maschile e femminile, nell’alveo delle donne goldoniane capaci di tenere in scacco la presunzione di uomini che in realtà ne temono la forza e la determinazione.  

Il protagonista maschile è in questo caso il Conte Bellezza, un narciso deciso a non farsi irretire dalle arti femminili e che specchia la propria vanità nella modulazione degli approcci seduttivi, ora spavaldi, ora languidi, tradotti in una maratona vocale di situazioni musicali e di difficoltà tecniche. Aurelia e Lindora, respinte dall’egocentrico misogino, decidono di allearsi per punirlo e inizialmente si fanno scudo della divisa di un improbabile “protettore” della dignità femminile, l’ingenuo Ferramonte che, volendo essere istruito nell’arte dell’amore, asseconda per quanto possibile le sue maestre in una maliziosa scuola di “rispetto e civiltà”. Attraverso provocazioni e addirittura un tentativo di duello le due determinate vendicatrici ottengono ovviamente il sospirato riscatto, mortificando la sterile presunzione del Conte.

Il tenore Roberto Manuel Zangari ha affrontato le insidie del ruolo vocalmente sfaccettato del Conte Bellezza con ottime capacità attoriali, all’interno delle quali ha sfumato con sapienza una certa discontinuità nella conduzione del fraseggio, riflesso di una scrittura mutevole quando la varietà di espressioni richieste alla teatralità del personaggio. Silvia Porcellini nel ruolo della volitiva Aurelia ha dimostrato maturità nell’efficace presenza scenica, mentre l’articolazione ben definita ha aggiunto colore, carattere e credibilità al suo personaggio. Il basso Giovanni Baraldi ha dimostrato smalto vocale, ma soprattutto l’acquisizione dei modelli espressivi del buffo, qui ammorbidito dai tratti sentimentali del personaggio, disposto a mettere da parte le proprie inclinazioni pur di compiacere. La più svenevole Lindora è stata interpretata da Evelina Liubonko, che scenicamente ha evidenziato con freschezza la differenza tra i due “tipi” femminili rappresentati; l’emissione avrebbe tuttavia ottenuto migliore definizione con una maggiore duttilità espressiva. L’azione è stata utilmente integrata da tre figuranti che hanno completato il senso di alcune situazioni: Lisa Da Re, Andrea Maddalazzo, Leandro Bertolo.

La centralità delle voci ha goduto di un valido supporto sia nei recitativi, grazie alla morbidezza e all’attenzione alle intenzioni dei cantanti dimostrate dalla clavicembalista Donatella Busetto, sia nell’orchestra (su copie di strumenti antichi) Cenacolo Musicale, diretta da Riccardo Doni. Gli strumentisti hanno dichiarato nell’incontro che ha preceduto la rappresentazione la volontà di porsi in ascolto delle parti vocali, di assumerne la cantabilità e coglierne gli “affetti”; ci sono riusciti con una sensibile attenzione a volumi e accenti.

Evelina Liubonko

La fedeltà all’edizione critica di Lorenzo Tozzi ha avuto una piccola deviazione che ha arricchito questo progetto con un vezzo creativo, ovvero la rielaborazione della sinfonia introduttiva. La contaminazione tra generi ed epoche lontane è un campo stimolante, particolarmente frequentato negli ultimi tempi, soprattutto in relazione a repertori antichi per loro natura e prassi inclini a procedimenti improvvisativi e a rielaborazioni. Questa libertà di contaminazione è generalmente meno diffusa su repertori barocchi e in questa produzione è stata limitata alla “nouverture”, come l’ha definita il compositore Stefano Ottogalli, che ha messo in dialogo la sinfonia introduttiva dell’opera con altri linguaggi, avvolgendo i temi citati in nuovi contesti sonori caratterizzati da glissandi, pizzicati ostinati, situazioni armoniche eclettiche che alludono a contesti diversi (dal jazz al cinema), ma rimanendo nel solco della leggerezza necessaria a mantenere il legame con il carattere dell’opera.

La compresenza di antico e contemporaneo è invece costante lungo l’intero spettacolo: nei costumi che accostano a un’attualità indefinita i chiari riferimenti storici dell’abito di Ferramonte, ma anche nelle proiezioni che assecondano le necessità di una platea oggi abituata a stimoli visivi in movimento, offrendole tuttavia anche immagini che appartengono al tempo di Piccinni. La motion graphic si declina su pannelli il cui posizionamento offre profondità e varietà di piani su un palcoscenico altrimenti attrezzato con pochissimi elementi aggiuntivi. Su questa scenografia dinamica scorrono litografie con vedute di città, parti dei volti degli interpreti, fiori grafici che sbocciano come i sentimenti delle donne e pagine di libri che si sfogliano sulla loro immaginazione in quelle che il regista Cesare Scarton definisce “superfici di memoria”.  

La regia, volendo veicolare contenuti settecenteschi attraverso il linguaggio più riconoscibile per il pubblico odierno, è riuscita a interpretare con efficacia anche la natura di un’opera che corre veloce, nella successione e durata delle scene quanto nei tempi vivaci, senza cedimenti (anche grazie a una resa convincente). 

Il valore di questa produzione risiede nella coerenza di tutti gli elementi messi in campo, ma anche nella misura con la quale sono stati gestiti in un allestimento ben costruito, garbato, scorrevole, ironico ed efficace, dove “tout se tient”. E non è poco.

Rossana Paliaga

Foto: Gabriele Sergi

Data di pubblicazione: 21 Settembre 2026

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