
MENDELSSOHN Sogno di una notte di mezza estate, ouverture; Concerto per violino e orchestra in mi minore op. 64 CIAIKOVSKI Sinfonia n. 4 in fa minore op. 36 violino Karen Gomyo Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Jakub Hrůša
Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia, 18 giugno 2026
Non può negarsi che l’ultimo concerto della Stagione 2025-2026 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia già nel programma avesse di che accattivarsi il pubblico che riempiva, seppur non totalmente, la maggior sala del Parco della Musica: due pagine tra le più amate di Felix Mendelssohn Bartholdy, la prima delle tre ultime sinfonie di Piotr Ilich Ciaikovski. Al fatto il concerto è stato pochissimo disponibile ad esser definito “popolare”, grazie ad una solista, Karen Gomyo, di insolita fisionomia e ad un direttore, Jakub Hrůša,che deve il suo esser oggi fra le top star della bacchetta anche a quel “nulla di scontato” che caratterizza sempre le sue esecuzioni.
Hrůša apriva il programma con un’Ouverture dal Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn dalla quale una sorta di impalpabile pulviscolo lunare sembrava espandersi nella sala e crearvi notturne e magiche atmosfere. Poi gli strumenti a fiato come danzanti, quindi i motivi più sonori di tutta l’orchestra, per un quadro di intenso e fiabesco romanticismo: cui Hrůša ha conferito un’incantata bellezza di suono, ma anche una sottile e continua vibrazione sensuale che ben collima con la mise en scène delle schermaglie erotiche di Oberon e Titania, di Ermia e Lisandro.
Seguiva il celebre Concerto per violino e orchestra in mi minore op. 64 ancora di Mendelssohn. Pagina che più o meno tutti abbiamo nella memoria grazie a virtuosi dal suono malioso e dolcissimo, assecondati da direttori che danno loro un collimante scenario orchestrale. Con il direttore ceco e la violinista giapponese non è andata esattamente così. Karen Gomyo è nata a Tokio, ma si è formata a Montréal e a New York, perfezionandosi alla Julliard, al New England Conservatory e a Vienna. Qui all’Accademia di Santa Cecilia aveva debuttato nell’aprile del 2022, eseguendo il Primo concerto per violino di Dmitri Shostakovich con Semyon Bychkov. È una personalità strumentale ed artistica indubbiamente singolare: il suono a tratti è aspro, spesso diseguale, ma potente ed espressivo; a volte sembra rifarsi al passato, a volte sembra volerlo contestare. Non ha cercato quel Mendelssohn serenamente consueto di cui parlavamo, ma un altro: più forte, più concreto, più aggressivo, con colori scuri e contrasti accentuati. Tanto originale è l’approccio, quanto interessante. E Hrůša non ha esitato a porsi sul suo terreno, accordando il ductus e i timbri orchestrali alla solista, ottenendo alla fine un Concerto di Mendelssohn assai drammatico, immerso in una sorta di fiammeggiante Sturm und Drang che al compositore amburghese non è usuale associare. Due bis invero particolari: un tempo di una Sonata per due violini di Jean Marie Leclair, in duo con la spalla dell’orchestra, il bravissimo Andrea Obiso; e uno studio della Gomyo su un tango di Piazzolla.
Nella seconda parte del concerto la Sinfonia n. 4 in fa minore di Ciaikovski. Di cui invero non ricordiamo in tempi recenti una lettura tanto coinvolta e coinvolgente. Fin dall’enunciazione del “motivo del Fatum” nell’iniziale “Andante sostenuto” (gli ottoni dell’Accademia al di sopra d’ogni lode) e poi subito nel “Moderato con anima”, Hrůša ha tagliato a fondo nella materia musicale, sino ad arrivare a scoprirne e toccarne i nervi più dolorosi. Perché tal primo, doppio movimento è in effetti un lungo e risonante grido di dolore: col quale l’autore si dice certo della propria dannazione, ma al tempo stesso proclama la propria innocenza. In un crescendo di sconvolta tensione: che le memorie lievi dei temi popolari russi nei fiati poco valgono a placare e che alla fine del “Moderato con anima” tocca un corale acme parossistico, che solo il rispetto del pubblico ceciliano non ha fatto seguire da un applauso.
Il secondo tempo, “Andantino in modo di canzona”, (come scrive Piero Rattalino) “è giocato tutto sulla malinconia del presente e sui ricordi di un passato felice”. Qui Hrůša stacca tempi più rapidi del consueto, si ferma meno sulla nostalgia che sull’attuale condizione d’angoscia, oscura eppur incomprimibile. Il terzo movimento, il difficile “Scherzo. Pizzicato ostinato. Allegro” è stato reso dal direttore e dall’orchestra con millimetrica precisione, ma anche con una sottile poesia, che emerge nella limpida morbidezza dei pizzicati e ancor più nella canzone dei contadini e nella sfilata militare della parte centrale, quasi dagherrotipi d’un tempo e d’un luogo migliori. Il tono festoso del “Finale: Allegro con fuoco” è affermato da Hrůša con vivacità di colori e di ritmi: ma senza una vera felicità, senza che quella pulsante energia strumentale s’affermi con una certezza che vada oltre il presente, oltre una sorta di stordimento momentaneo ed effimero.
Alla fine ovazioni da stadio per Hrůša, chiamato più e più volte e visibilmente commosso.
Maurizio Modugno
Foto: musa