Una festa di musica da camera alla Chigiana

BEETHOVEN Quintetto in MI bemolle op. 16 per oboe, clarinetto, fagotto, corno e pianoforte RIMSKY-KORSAKOV Quintetto in SI bemolle per flauto, clarinetto, fagotto, corno e pianoforte POULENC Sestetto per flauto, oboe, clarinetto, fagotto, corno e pianoforte flauto Patrick Gallois oboe Christian Schmitt clarinetto Clara Riccucci fagotto Davide Carbonare corno Gabriele Falcioni pianoforte Lilya Zilberstein

HENZE Quartetto per archi n. 3 BRAHMS Quintetto in si per clarinetto, due violini, viola e violoncello op. 115 Quartetto Adorno clarinetto Alessandro Carbonare

Siena, Teatro dei Rozzi, 25 luglio, e Palazzo Chigi Saracini, 26 luglio 2026

Al “Chigiana International Festival” di quest’anno si è celebrata, nel centenario della nascita, la figura del compositore Hans Werner Henze (Gütersloh 1926 – Dresda 2012), tedesco di nascita di formazione ma italiano di adozione, viste la sua lunga permanenza a Roma e nel Lazio e l’invenzione del Cantiere di Montepulciano, dove ha messo in pratica la visione sociale e civile — “politica”, si dovrebbe dire, ma oggi l’aggettivo si usa prevalentemente con accezione negativa… — della musica. Tra le pagine di Henze in programma in un cartellone come da consuetudine coraggioso c’era il Terzo quartetto per archi, del quale il Quartetto Adorno ha dato una lettura pulita e compatta nell’insieme oltre che di grande intensità emotiva, mettendone in luce fin dalle battute iniziali il carattere drammatico e dialogico ed esaltando la sofferta cantabilità di una scrittura atonale, in cui però a tratti affiorano brandelli di tonalità. Nel 1976 con il Terzo dei suoi cinque quartetti per archi Henze trova una sua via originale in questo genere, ma la trova dialogando con la tradizione, perché nel Terzo Quartetto, in un unico movimento e lungo poco più di quindici minuti, si avvertono in controluce da un lato la ricerca contrappuntistica degli ultimi quartetti di Beethoven dall’altro la densità architettonica e la durezza espressiva dei quartetti di Bartók. È una pagina, di conseguenza, molto ostica per gli interpreti, per quanto arrivi al pubblico in modo diretto, senza quel senso di pesantezza intellettuale che spesso caratterizza la musica della cosiddetta avanguardia di quegli anni, perché, come ha spiegato introducendo il concerto il direttore artistico della Chigiana, M° Nicola Sani, «rispetto alla scuola di Darmstadt Henze era un conservatore, ma in realtà si esprimeva con un alfabeto delle epoche precedenti per dire cose nuove». Questo Terzo quartetto, insomma, è pagina di grande impatto sul pubblico, soprattutto se eseguito con l’intensità con cui lo ha eseguito il Quartetto Adorno, che in gioventù ha frequentato i corsi della Chigiana di Siena e che ora è senza dubbio una delle migliori formazioni quartettistiche della scena italiana e non solo. In questo ultimo anno e mezzo ne 2024 l’Adorno ha cambiato per due volte il violoncellista — Francesco Stefanelli è subentrato a Stefano Cerrato, quindi è arrivata Maria Salvatori — ma quando un quartetto d’archi è ben affiatato i cambiamenti di solito vengono metabolizzati senza particolari scossoni; nulla, infatti, è mutato negli equilibri interni, nell’amalgama sonoro, nella precisioni esecutiva e soprattutto nella densità drammatica e lirica delle sue interpretazioni: del Terzo quartetto oltre alla drammaticità accesa della parte iniziale sono stati sottolineati gli abbandoni melodici, in particolare quando la viola si intromette con un tema nostalgico (il Quartetto, del resto, venne dedicato dal compositore alla memoria del nipote Michael Alexander Groom, scomparso prematuramente) poi ripreso a turno dagli altri strumenti nel segno di un fraseggio morbido, sostenuto da un ottimo legato.

Nella seconda parte del concerto ai violini di Edoardo Zosi e Liù Pelliciari, alla viola di Benedetta Bucci e al violoncello di Maria Salvatori si è unito il clarinetto di Alessandro Carbonare in uno dei capolavori assoluti del repertorio cameristico per clarinetto, il Quintetto in si op. 115 di Johannes Brahms, pagina di quieta e luminosa dolcezza di cui gli interpreti hanno messo il luce la trasparenza dell’impasto sonoro, la naturalezza parlante del fraseggio (in particolare nel secondo movimento) e la ricchezza dei colori timbrici. Da sempre Alessandro Carbonare si distingue per un suono pastoso e ricco di armonici e una straordinaria propensione al canto, in questo caso ben supportata dai quattro dell’Adorno, tra slanci appassionati nel segno di un ampio vibrato (sempre nel secondo movimento), il fascino del fraseggio del terzo movimento e un finale sempre morbido anche nei fortissimo, in cui era evidente come i cinque interpreti si ponessero sullo stesso piano, dialogando alla pari.

La musica da camera, in questo caso per fiati e pianoforte, è stata al centro anche nel concerto che abbiamo seguito il giorno precedente al Teatro dei Rozzi, con protagonisti tre dei docenti dei corsi della Chigiana, il flautista Patrick Gallois, l’oboista Christian Schmitt e la pianista Lilya Zilberstein, affiancati dalla clarinettista Clara Riccucci, dal fagottista Davide Carbonare e dal cornista Gabriele Falcioni. L’assunto di fondo delle due serate era lo stesso, mostrare come nella storia della musica colta dell’Occidente il passato rappresenti per la maggior parte dei compositori una costante e feconda fonte di ispirazione, perché se Henze recupera il linguaggio quartettistico dell’ultimo Beethoven e di Bartók e se Brahms guarda a Beethoven come a un faro nella notte della Storia, il Beethoven giovanile del Quintetto in MI bemolle op. 16 per oboe, clarinetto, fagotto, corno e pianoforte si ispira al Quintetto per pianoforte e fiati K 452 di Mozart e il Quintetto in SI bemolle per flauto, clarinetto, fagotto, corno e pianoforte (1876) di Rimsky-Korsakov a sua volta prende come modello linguistico, per ammissione stessa del compositore, il processo di elaborazione tematico-motivica propria del linguaggio beethoveniano, mentre nel Sestetto per flauto, oboe, clarinetto, fagotto, corno e pianoforte composto negli anni trenta del Novecento da Francis Poulenc la modernità asciutta dei temi e la vivacità ritmica della musica da cabaret si mescolano con disinvoltura ai retaggi della tradizione classico-romantica. Se nel Settecento la musica da camera per fiati si colloca su un gradino decisamente più basso nella gerarchia dei generi rispetto alla musica da camera per archi, da Mozart in poi acquista una dignità nuova, perché per quanto il tono resti quasi sempre arioso e leggero – da musica all’aperto, si direbbe, la ricchezza espressiva e la complessità della costruzione architettonica si avvicinano a quelle del repertorio per quartetto d’archi. Lo rivela anche il Quintetto op. 16 di Beethoven, nel quale sebbene il pianoforte ricopra un ruolo preminente sia perché espone quasi tutti i temi principali sia perché funge da necessario collante timbrico e strutturale tra gli altri strumenti (a Siena l’interpretazione della Zilberstein è stata autorevolissima nella presenza del suono, nella chiarezza dell’articolazione digitale e nella tensione ritmica impressa ai suoi compagni sul palcoscenico), si respira l’aria di un camerismo autentico nel segno del dialogo tra tutti gli strumenti. È un dialogo, però, amabile e leggero, che è stato reso in questa occasione in tutta la sua freschezza timbrica con estrema naturalezza espressiva.

Nel segno della freschezza è stata anche l’interpretazione del delizioso Sestetto di Poulenc, un collage di stili e generi scritto con mano leggera e felice, come moltissime pagine del compositore francese. Quella del Sestetto è musica a tratti svagata a tratti percorsa, nel secondo movimento, da una dolce e sottile malinconia, a Siena colta a meraviglia dagli interpreti, ma nel movimento conclusivo spumeggiante come le bollicine di una coppa di champagne, perché la musica di Poulenc è trasparente ed effimera, da suonare con eleganza e da non prendere troppo sul serio. E suonare un brano con gusto e vivacità ma senza prenderlo troppo sul serio è arte difficile, che solo interpreti sensibili e raffinati come i sei musicisti, affiatatissimi, saliti sul palcoscenico del Teatro dei Rozzi conoscono davvero.

Al confronto del Sestetto di Poulenc il Quintetto in SI di Rimsky-Korsakov è pagina meno riuscita, nel suo rifarsi a Beethoven e allo stile del Classicismo viennese, con tanto di una fuga nel secondo movimento, e nel suo timido accogliere suggestioni russe, in particolare in un secondo movimento in si ha l’impressione di ascoltare un Rachmaninov “in nuce”. Per due terzi della sua durata, però, questo Quintetto non è ovviamente né Beethoven né Rachmaninov, senza che sia nemmeno l’autentico Rimsky-Korsakov, e la buona esecuzione ascoltata a Siena non ha tolto l’impressione di trovarsi di fronte a una pagina accademica. Per due terzi, perché il Rondo conclusivo si è rivelato un delizioso gioco di illusioni, nel suo ritmo antico di giga settecentesca e nel taglio dei temi che settecentesco non è, in un processo di straniamento che poi sarà tipico della musica del Neoclassicismo novecentesco. Un movimento delizioso e bizzarro, deliziosamente interpretato nel segno di una svagata malinconia.

Luca Segalla

Foto: Roberto Testi

Data di pubblicazione: 29 Luglio 2026

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