Chung a Santa Cecilia: l’immensita del Requiem di Verdi

VERDI Messa da Requiem A. Pérez, E. Semenchuk, R. Barbera, R. Tagliavini; Orchestra e Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Myung-Whun Chung

Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia, 26 aprile 2026

La Messa da Requiem di Giuseppe Verdi non è certo di raro ascolto nei concerti dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Eppure ad ogni nuovo incontro con tal capolavoro, si prende ulteriore contezza della sua ineffabile genialità. In particolare, durante la splendida esecuzione che ora se n’è data al Parco della Musica sotto la direzione di Myung-Whun Chung, abbiamo riflettuto sulle antiche, ma tuttora circolanti, censure di esasperata teatralità portata dal Bussetano al testo della cattolica e romana Messa da morto. Trovandole incongrue ancor più che in passato. Perché fondate su un errore di prospettiva. Ogni liturgia – per il significato stesso della parola: “azione pubblica” – contiene un’essenza di “actus tragicus” (il sacrificio incruento del Cristo, l’esorcismo della “morte eterna”, etc.) da celebrarsi davanti al popolo. Quindi con una valenza drammatica, se si vuole “teatrale” in senso lato, cui nessuna sua traduzione in musica si è potuta sottrarre, da Mozart e Cherubini a Berlioz e Brahms. Verdi non ha allora sovrapposto il palcoscenico d’opera, il “teatro”, alla sacra liturgia, ma di essa ha enucleato (e senz’altro amplificato) la naturale, innata teatralità. Cui nulla di profano appartiene, perché è rappresentazione di parole e gesti santificanti. 

La lettura di Chung, che tal titolo verdiano ha più volte diretto con i complessi dell’Accademia, a Roma e in trasferta, ci sembra abbia colto con profondità di scandaglio quanto da noi sinora affermato. Ponendo in essere una sintesi non facile e non frequente di verdianità indiscutibile, nei colori, nelle curvature melodiche, nelle dinamiche audaci; e di modernità, nella decantazione d’ogni retorica, nella linearità severa e stilizzata. Nulla di ciò ha tuttavia impedito che tal Messa da Requiem fosse tra le più elettrizzanti da noi ascoltate in tempi recenti: con quel triplice climax della proclamazione del Dies Irae e quel Tuba Mirum dove il movimento, minimalista ma perentorio, che veniva dal podio e l’eccelsa bravura dei professori ceciliani – strumentali e vocali – ha ottenuto esiti fonici e drammatici di esplosiva potenza. Né deve tacersi, per converso, dell’ascetica ma commossa effusione delle zone di maggior lirismo: un Requiem aeternam iniziale appena esalato in un sussurro impalpabile; il bellissimo Recordare, l’afflato quasi belliniano del Lacrymosa, l’estatico Hostias et preces, il senso di pur faticosa speranza impresso all’Agnus Dei e al Lux Aeterna.

Le quattro voci chiamate ad uno dei cimenti più ardui che il repertorio sacro possa offrire, hanno risposto in modo complessivamente ragguardevole, anche se con accezioni ed esiti diversi. L’americana (d’origine messicana) Ailyn Pérez è un soprano che oggi eccelle in Traviata, in Roméo et Juliette, in Bohème, in Mozart: e dunque in parti da lirico puro qual ella è, anche se con voce estesa e penetrante. Questo Verdi chiede invece una corda assai prossima al drammatico, con centri solidi, acuti lanciati con forza, temperamento vibrante. Ciò che in buona parte è mancato all’avvenente Ailyn (di cui certo ricorderemo l’eccentrica e fiorita robe de soir), che ha dato il meglio nei luoghi dove ha potuto elargire pianissimi, nuances e acuti ottimamente filati; ma ha deluso dove le si chiedeva d’andar oltre le sue naturali possibilità, soprattutto in un Libera me Domine con non poche disuguaglianze e con limitate risorse d’eloquenza declamatoria.

Ciò che non è certo mancato a Ekaterina Semenchuk, che della parte mezzosopranile della Messa da Requiem è ormai una specialista: voce da sempre tra le maggiori della sua generazione per volume, colore, passionalità. Anni di repertorio importante (Amneris, Eboli, Azucena, Lady Macbeth, la Bouillon, Turandot etc.) non sono passati senza appesantimenti, senza qualche crepa fra i registri e una tendenza a cantare a tratti come la Obraztsova degli ultimi anni. Tuttavia la pienezza del timbro, un’interpretazione ricca di dettagli e improntata ad una pur religiosa sensualità, hanno dato luogo ad un esito complessivo ancora di primissimo ordine.

Molto ci è piaciuto qui il tenore americano (anch’egli d’ascendenza messicana) René Barbera: la sua voce, prettamente lirica, è di indubbia bellezza e il cantante la gestisce con oculatezza e poesia al tempo stesso. Certi suoni angelici, certe mezzevoci portate al sussurro, le arcate di fiato lunghe e mai sforzate, una castigatezza schiva da ogni soverchio tenorismo, gli hanno consentito un Ingemisco e un Hostias et preces di rarissimo pregio. Apprezziamo infine da anni il basso Roberto Tagliavini: che forse non avrà velluti e damaschi nell’ugola, ma che è risonante e maestosa quanto basta, che ha fraseggi autorevoli e solenni, che sa ripiegarsi alla meditazione intima ed umana, come espandersi nel severo ammonimento profetico.

La qualità di coro e orchestra vogliamo ribadirla, segnalando il vero terremoto d’applausi di cui son stati fatti segno, così come il direttore e i solisti, da parte di un pubblico strabocchevole.

Maurizio Modugno 

Foto: Musa

Data di pubblicazione: 28 Aprile 2026

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