Caldi e i Virtuosi Italiani a Verona: tre forme della serenata

ELGAR Serenata in mi minore per orchestra d’archi op. 20 BRITTEN Serenata op. 31 per tenore, corno e orchestra d’archi CIAIKOVSKI Serenata in do maggiore per archi op. 48 tenore Blagoj Nacoski corno Andrea Mancini I Virtuosi Italiani, direttore Massimiliano Caldi

Verona, Teatro Ristori, 23 aprile 2026

Al Teatro Ristori di Verona, la XXVII Stagione concertistica de I Virtuosi Italiani ha proposto una serata dal titolo eloquente, “Serenate”, affidata alla direzione di Massimiliano Caldi, con la presenza del tenore Blagoj Nacoski e del cornista Andrea Mancini. Un programma costruito attorno a tre pagine di Edward Elgar, Benjamin Britten e Pëtr Il’ič Ciaikovski, capaci di declinare la forma della serenata secondo prospettive molto diverse: dal lirismo affettuoso inglese, alla rarefazione novecentesca, fino all’intensità romantica della grande tradizione russa. 

La serata si apre con la Serenata in mi minore per archi op. 20 di Edward Elgar, pagina di elegante misura, nella quale I Virtuosi Italiani trovano un suono morbido, raccolto, mai sovraccarico. La direzione di Caldi appare subito orientata a una ricerca timbrica accurata: il gesto è ampio, disteso, molto attento al legato e alla continuità della frase musicale. Non c’è mai l’impressione di una lettura puramente decorativa: anche nei momenti più cantabili, la partitura viene attraversata da un’intenzione espressiva precisa, da una cura del respiro orchestrale che valorizza la naturale nobiltà della scrittura elgariana.

Il cuore più singolare del concerto è però la Serenata op. 31 per tenore, corno e archi di Benjamin Britten, composta nel 1943: una pagina impegnativa, per gli interpreti ma anche per il pubblico, perché costruita su un equilibrio sottile fra parola poetica, tensione drammatica e colore strumentale. Qui il corno si dichiara immediatamente strumento solista, aprendo la composizione con un intervento isolato, quasi rituale. Andrea Mancini mostra fin da subito un suono caldo, denso, di grande presenza, capace di imporsi senza rigidità e di creare un clima sospeso, quasi notturno. A raccogliere il centro della scena è poi Blagoj Nacoski, che affronta la parte vocale con pronuncia impeccabile e con un forte senso teatrale del testo. La sua interpretazione non si limita al canto: Nacoski recita, scolpisce le parole, dà corpo alla dimensione narrativa della partitura. In alcuni passaggi la Serenata di Britten sembra avvicinarsi, per immediatezza e forza comunicativa, a una forma quasi prossima al musical, senza però rinunciare alla complessità della scrittura novecentesca. La tessitura acuta richiede controllo tecnico, duttilità e sicurezza: qualità che al tenore non mancano, soprattutto nella capacità di mantenere chiarezza di emissione e precisione espressiva anche nei momenti più esposti.

Di grande effetto è l’alternarsi, e poi l’intrecciarsi, della voce sola e del corno solo: due presenze che sembrano chiamarsi a distanza, ora dialogando, ora procedendo come figure parallele dentro una stessa atmosfera poetica. Particolarmente suggestivo il momento in cui il corno di Mancini risuona da dietro le quinte, creando un’impressione spaziale e sognante: non un semplice effetto, ma una vera dilatazione teatrale del suono, come se la musica provenisse da un luogo altro, remoto, interiore.

In questa pagina emerge con chiarezza anche la qualità della concertazione di Caldi, che dosa con attenzione il rapporto fra archi, voce e corno, senza mai coprire i solisti e mantenendo viva la tensione interna della partitura. Colpiscono anche i silenzi prima dell’inizio dei movimenti: sospensioni non casuali, ma parte integrante di una lettura che cerca il suono prima ancora della nota, e che invita l’ascoltatore a entrare in una dimensione di ascolto più concentrata.

Dopo Britten, la Serenata in do maggiore per archi op. 48 di Ciaikovski chiude il programma con un netto cambio di orizzonte: dalla notte inquieta e visionaria del Novecento inglese si passa alla pienezza romantica, al canto largo, al patetismo generoso della scrittura per archi. I Virtuosi Italiani ne restituiscono l’ampiezza melodica e il calore, senza appesantire eccessivamente la materia sonora. Anche qui Caldi insiste sul legato e sulla costruzione delle arcate fraseologiche, cercando una continuità espressiva che permette alla celebre Serenata di non ridursi a pagina di facile effetto, ma di emergere nella sua nobiltà formale e nel suo slancio emotivo.

Il concerto ha così trovato una propria coerenza interna proprio nella diversità delle tre pagine: Elgar come eleganza raccolta, Britten come inquietudine poetica e teatrale, Ciaikovski come espansione romantica e intensità sentimentale. Una serata che ha mostrato la serenata non come semplice genere d’intrattenimento, ma come forma capace di accogliere intimità, racconto, visione e memoria sonora

Mirko Gragnato 

Data di pubblicazione: 25 Aprile 2026

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