
BELLINI da Norma Sinfonia (arr. A. Manuli) EWALD Quintetto n. 3 in mi bemolle maggiore op. 7 PUCCINI da Tosca Fantasia (arr. V. Celozzi) BERNSTEIN da West Side Story Suite (arr. Jack Gale). Quintetto d’Ottoni del Teatro alla Scala: Francesco Tamiati tromba, cornetta e flicorno e Marco Toro tromba e cornetta, Emanuele Urso corno, Daniele Morandini trombone, Javier Castaño Medina tuba.
Cureglia (CH), Chiesa di San Cristoforo, 21 luglio 2026
Chi frequenta abitualmente i concerti per ensemble di ottoni sa quanto sia facile cadere in una concezione del suono fondata esclusivamente sull’impatto: volume, brillantezza, effetti spettacolari e una potenza sonora che spesso finisce per diventare il principale elemento distintivo. Il Quintetto d’Ottoni del Teatro alla Scala ha invece dimostrato come la vera forza di questa formazione risieda nella capacità di dominare ogni sfumatura, privilegiando il colore, la qualità dell’emissione e un fraseggio sempre ispirato alla vocalità.
L’impressione più forte lasciata dall’intero concerto è stata infatti quella di ascoltare cinque musicisti che non hanno mai cercato di prevalere l’uno sull’altro. Nessuna “primadonna”, nessuna ricerca dell’effetto individuale: soltanto la volontà di costruire un unico organismo sonoro, nel quale ogni voce trovava naturalmente il proprio spazio. Come in una tavolozza, i singoli colori si fondevano fino a generarne uno nuovo, omogeneo e perfettamente equilibrato.
Siamo abituati ad ascoltare brass ensemble dal suono estremamente potente, ricco di armonici, spesso volutamente aggressivo – quello che, con un termine utilizzato dagli stessi – viene definito “sbragato”: un’estetica sonora che non ha necessariamente un’accezione negativa, ma che privilegia la brillantezza e il grande impatto. Qui, al contrario, il suono è sempre rimasto morbido, pastoso, raffinato, ricordando quella qualità timbrica che si apprezza abitualmente nella buca orchestrale del Teatro alla Scala, dove gli ottoni si fondono con l’orchestra anziché dominarla.
A colpire è stata soprattutto la delicatezza dell’emissione, la perfetta centratura del suono, la pronuncia di ogni nota e la costante ricerca di un fraseggio naturale, aderente alla prassi esecutiva dei diversi repertori affrontati. L’imitazione della voce umana, obiettivo che ogni grande strumentista dovrebbe perseguire, è stata una costante dell’intera serata.
Aprire il concerto con la Sinfonia da Norma è stata una scelta tanto coraggiosa quanto intelligente. L’arrangiamento di Manuli conserva la tensione teatrale dell’originale senza trasformarla in un semplice esercizio di virtuosismo per ottoni. Al contrario, l’ensemble restituisce il carattere lirico della pagina belliniana attraverso un controllo esemplare delle dinamiche e del legato.
Qui emerge immediatamente la filosofia interpretativa del quintetto: il canto viene prima della potenza. Le frasi respirano con naturalezza, le linee melodiche mantengono sempre una qualità vocale e il dialogo tra gli strumenti appare costante.
Il compositore russo vissuto tra il 1860 e il 1935, Viktor Ewald è considerato uno dei padri fondatori della letteratura originale per quintetto d’ottoni. Ingegnere di formazione e violoncellista per passione, seppe trasferire nella scrittura per ottoni una particolare attenzione all’equilibrio delle voci, alla solidità dell’architettura musicale e alla cantabilità delle linee melodiche, elementi che ancora oggi rendono i suoi quintetti un banco di prova imprescindibile per ogni formazione di alto livello. Il Terzo Quintetto, in particolare, non è una semplice dimostrazione delle possibilità sonore degli ottoni: dietro la brillantezza della scrittura si nasconde una struttura cameristica complessa, nella quale ogni strumento assume un ruolo essenziale. Le parti non sono concepite come una successione di interventi solistici, ma come un continuo dialogo fra registri diversi, con richiami, imitazioni e intrecci che richiedono una perfetta fusione timbrica. È proprio nell’affrontare una pagina come questa che emerge con chiarezza la particolare identità sonora del Quintetto della Scala. Molte formazioni di ottoni, soprattutto nella tradizione delle brass ensemble internazionali, hanno costruito il proprio linguaggio su un suono più aperto, diretto, ricco di brillantezza e di proiezione: una scelta estetica che valorizza l’impatto immediato, la chiarezza degli attacchi e la spettacolarità della tavolozza timbrica degli ottoni.

Il Quintetto della Scala sembra invece muoversi in una direzione diversa: il suono non viene spinto verso l’esterno, ma modellato dall’interno. La ricerca non è quella della massima espansione sonora, bensì della fusione, della morbidezza del colore e della capacità di far respirare ogni frase come se fosse affidata a un unico strumento. Una concezione più vicina alla tradizione orchestrale italiana, dove anche l’ottone più brillante deve conservare una qualità vocale e inserirsi in un organismo complesso.
Particolarmente significativi i numerosi interventi del corno di Emanuele Urso, caratterizzati da una voce sonora, prorompente quando richiesto, ma sempre rotonda, elegante e mai invadente.
L’arrangiamento di Vincenzo Celozzi (Giacomo Puccini, Tosca), è una piccola lezione di scrittura per quintetto. Pur sintetizzando una partitura orchestrale complessa, riesce a conservarne il respiro teatrale e soprattutto la componente vocale. Anche in questo caso il Quintetto della Scala evita qualsiasi ricerca dell’effetto spettacolare privilegiando la narrazione musicale. Le note melodie pucciniane vengono scolpite con un fraseggio sempre naturale e con un controllo delle sonorità che permette di cogliere ogni dettaglio della scrittura. Il solo del trombone di Daniele Morandini in “E lucevan le stelle” è stato memorabile, intenso per tutto il pubblico presente.
Se il programma fino a questo punto aveva evidenziato soprattutto l’eleganza dell’ensemble, la suite di West Side Story, nell’arrangiamento di Jack Gale, ha mostrato tutta la versatilità dei cinque musicisti.
Qui diventano protagonisti anche i continui cambi di strumento, elemento che il pubblico, trovandosi a pochi metri dagli esecutori, ha potuto apprezzare in ogni dettaglio. Francesco Tamiati passa con assoluta naturalezza da uno strumento all’altro; particolarmente interessante anche l’impiego del flicorno a quattro pistoni, il cui timbro caldo, scuro e vellutato si rivela ideale per alcune delle pagine più liriche della suite.
Se Francesco Tamiati rappresenta inevitabilmente un punto di riferimento musicale dell’ensemble grazie all’esperienza maturata come prima tromba del Teatro alla Scala, sarebbe riduttivo considerarlo l’unico protagonista della serata.
Marco Toro conferma come anche la tromba possa essere uno strumento di canto e non soltanto di affermazione sonora. Il suo intervento è caratterizzato da un suono limpido, nobile, privo di qualsiasi durezza, capace di mantenere sempre una sorprendente elasticità del fraseggio. La sua tromba non cerca mai la semplice brillantezza dell’acuto o l’affermazione timbrica, ma privilegia la qualità della linea e la naturalezza dell’espressione.
Il trombone di Daniele Morandini si distingue per precisione, equilibrio e una sonorità sempre accogliente, mentre Javier Castaño Medina offre una prova davvero notevole alla tuba, con un suono profondo, ricco ma mai pesante, fondamentale per costruire l’intero edificio armonico.
Il corno di Emanuele Urso, infine, emerge per autorevolezza timbrica e qualità del fraseggio, regalando alcuni dei momenti più intensi dell’intero concerto.
Una lezione di musica d’insieme
Al termine della serata rimane soprattutto una sensazione: quella di aver ascoltato cinque straordinari musicisti che mettono il proprio virtuosismo esclusivamente al servizio della musica. In un panorama nel quale gli ensemble di ottoni spesso puntano sull’effetto e sulla spettacolarità sonora, il Quintetto d’Ottoni del Teatro alla Scala sceglie invece la strada più difficile: quella dell’equilibrio, della misura e dell’ascolto reciproco. Una lezione di autentica musica da camera, nella quale la tecnica non diventa mai esibizione, ma semplice strumento per restituire il pensiero musicale.
Una serata che conferma come il vero lusso, oggi, non sia suonare più forte degli altri, ma saper cantare con il proprio strumento.
Paolo Zecchini

[foto e video Ceresio Estate]