Lim e Bychkov a Lucerna: artificio e spirito boemo

SMETANA Vltava (da Má vlast) RAVEL Concerto in Sol maggiore per pianoforte e orchestra DVOŘÁK Sinfonia n. 7 op. 70 in re minore pianoforte Yunchan Lim Filarmonica Ceca, direttore Semyon Bychkov

Lucerna, KKL, 8 settembre 2026

Nella sontuosa programmazione del Lucerne Festival, un posto di rilievo spetta al ritorno di Yunchan Lim al KKL, dove il prodigioso ventiduenne aveva debuttato nel gennaio 2025 con la Luzerner Sinfonieorchester diretta da Michael Sanderling nel Secondo Concerto di Rachmaninov. Se il compositore russo incarna, fin dai tempi dell’exploit di Lim al Van Cliburn con il Concerto n. 3, un mondo espressivo molto affine al pianista sudcoreano, un po’ più artificioso è parso il rapporto con l’universo di Maurice Ravel, del quale Lim ha affrontato il Concerto per pianoforte e orchestra in Sol maggiore, con la Filarmonica Ceca diretta da Semyon Bychkov. La principale problematica stava nell’affidarsi a una sorta di “falsetto pianistico” nelle dinamiche più soffuse, un pianissimo e un piano di grande fascino ma talora talmente evanescenti da essere risucchiati dalla sonorità orchestrale, nonostante Bychkov evitasse costantemente di “calcare la mano”, proprio per lasciare che il pianista si esprimesse con la massima libertà. Un grande raveliano e debussiano come Samson François soleva dire a i suoi allievi che il pianissimo dev’essere ancora più timbrato del forte, per poter arrivare all’ultimo ascoltatore in sala. Nel mondo del canto, parleremmo di “appoggio”. Si ha l’impressione che le nuove generazioni di pianisti (e cantanti) facciano a gara nella ricerca di pianissimi prossimi all’inudibile, utilizzati come effetti estremi con un retrogusto talora un po’ dolciastro o svenevole. Nel caso di Yunchan Lim, musicista dall’indubbia profondità e di grande concentrazione espressiva, non c’è il rischio di cadere nel melenso, eppure la sua volontà di rendere “diversi dal solito” molti passaggi del Concerto lo ha portato a scontrarsi con una realtà: il fatto che molti passaggi risultassero troppo sfocati, anche se le note c’erano tutte. Non si tratta di un problema tecnico, dato che nei passaggi di bravura, che soprattutto nel primo e nel terzo movimento non mancano, Lim mostrava una sonorità piena, coinvolgente, priva di ogni sorta di fatica (quella che invece ho percepito recentemente, con la stessa orchestra e lo stesso direttore alla Scala, nell’esecuzione di Alice Sara Ott). È piuttosto una scelta: pensiamo alle trine che accompagnano nella parte finale del secondo movimento i soli dei fiati, che — pur ben suonate da Lim — non raggiungevano quella “cristallina metafisica” che percepiamo nelle interpretazioni storiche di questo Concerto, come appunto Samson François o Benedetti Michelangeli. 

Il Concerto in Sol di Ravel ha una duplice identità: sensuale spontaneità jazzistica e abissale profondità introspettiva creano una sorta di dissociazione che però va ricomposta in una paradossale unità. Lim, sicuramente apprezzabile per originalità, ha cercato un’altra via, che si situava fra il decadentismo e l’impressionismo. Alcuni aspetti oscuri, di “duende” quasi cupo, risultavano valorizzati. Peccato che il pianista non li abbia totalmente applicati all’Adagio Assai, staccato a un tempo forse troppo mosso, che edulcorava la metafisica tragicità di questo movimento. Alcune libertà, come certi accordi arpeggiati alla mano sinistra, testimoniavano dell’interessante ricerca di Lim nel riallacciarsi a tradizioni pre-novecentesche: i suoi momenti di trasgressione nei confronti della lettera testuale sono realizzati con classe innata, ma non hanno ancora quella sorta di “nonchalance improvvisativa” a cui in questo Concerto ci ha abituato Martha Argerich. 

Quale la morale? Il Concerto in Sol di Ravel ha molte meno note rispetto a quelli di Rachmaninov o Prokof’ev, ma è tremendamente difficile sul piano interpretativo (tanto che anche un pianista espertissimo come Sergei Babayan ne è uscito recentemente con le ossa un po’ rotte). A Lim va riconosciuto il coraggio di aver osato una nuova strada, anche se in maniera ancora incompleta, ovvero senza una totale convinzione interiore.

Yunchan Lim

Se la Filarmonica Ceca ha fatto egregiamente il suo dovere nella partitura raveliana (già fenomenale in apertura il temibilissimo solo di tromba, così come quello del fagotto nel finale), è però nel repertorio boemo che l’orchestra si è espressa in modo sublime, guidata senza forzature ma con grande cura dei contrasti di carattere dal suo direttore musicale Semyon Bychkov (che nel 2028/2029 lascerà la guida al ceco Jakub Hrůša). Le sottili ineguaglianze che hanno caratterizzato la rappresentazione dello scorrere della smetaniana Moldava alle sue sorgenti, da parte dei legni, mostravano fin da subito un equilibrio perfetto fra descrizione realistica (il fiume non è solo evocato, ma ci pare di vederne le increspature e ascoltarne il mormorio) e idealizzazione nostalgica, espressa con malinconia morbidezza nel famosissimo tema. E qui percepiamo il valore di un’identità ben conservata: da nessun’altra orchestra, oggi, si può ascoltare questo repertorio con una tale Litost, parola ceca intraducibile che indica un misto di desiderio, malinconia e rimpianto. L’abbiamo percepita totalmente anche nel primo bis, la Danza slava op. 72 n. 2 in mi minore di Dvořák, struggente nella sua compostezza piena di grazia — quasi che un eccesso di sentimentalismo (volutamente evitato) potesse rovinare quel senso di fatalismo boemo.

Ciò non significa affatto che, sia nella Moldava di Smetana sia nella Settima Sinfonia di Dvořák che ha chiuso la serata, mancasse la vitalità o lo spirito festoso: al contrario, i contrasti di umore erano fortissimi e più autenticamente vissuti rispetto a quanto avvenuto in Ravel. Proprio per questo, non c’era bisogno dell’effetto. Bychkov è stato magistrale nel non ricorrere mai a sonorità roboanti, conservando una sorta di eleganza di fondo anche nei momenti di accesa vitalità. La gestione dei climax nella Settima è stata, in tal senso, ideale. La forma complessiva, di ispirazione largamente brahmsiana e a tratti schubertiana nelle modulazioni, è emersa nella sua unità, quindi non come patchwork di umori, ma con un sentimento dominante di nobile malinconia che si declinava internamente con altre sfumature, maestosità eroica compresa. 

Luca Ciammarughi

Foto: Andreas Becker / Lucerne Festival

Data di pubblicazione: 9 Settembre 2026

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