Il Rof 2026: austerità e liete sorprese

Vasilisa Berzhanskaya

ROSSINI L’occasione fa il ladro M. Amati, D. Mizzi, D. Monaco, M. Mancini, M. Antonie, G. Toia; Orchestra Sinfonica G. Rossini, direttore Alessandro Bonato regia scene e costumi Jean-Pierre Ponnelle ripresa della regia Sonja Frisell

ROSSINI Le siège de Corinthe A. Sâmpetrean, M. Roma, V. Berzhanskaya, M. Mironov, S. Orfila, T. Sun, G. De Luca, A.D. Capitelli; Coro del Teatro Ventidio Basso, Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, direttore Carlo Rizzi regia Davide Livermore regista assistente Sax Nicosia scene Eleonora Peronetti Paolo Gep Cucco Davide Livermore videodesign D-Wok costumi Gianluca Falaschi coreografie Erika Rombaldoni luci Nicolas Bovey

ROSSINI La scala di seta E. Iviglia, H. Torosyan, M. Gaudenzi, A. Kent, I. Samoilov, P. Bordogna; Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, direttore Iván López-Reynoso regia Damiano Michieletto scene e costumi Paolo Fantin luci Alessandro Carletti

Pesaro, Rossini Opera Festival 20-22 agosto 2026

Nel presentare il cartellone del Rof 2026, lo scorso anno, il sovrintendente Ernesto Palacio, aveva sottolineato la riduzione dei finanziamenti pubblici e, di conseguenza, delle risorse economiche a disposizione del Festival, ragione sostanzialmente alla base di un cartellone, almeno nei titoli, decisamente dimesso rispetto al solito, con la ripresa di due farse accanto allo sforzo produttivo di una delle più complesse e spettacolari opere francesi di Rossini. Come al solito la partita la si gioca quindi sul terreno dell’esecuzione e, in questo senso, non sono mancate belle sorprese, a cominciare dalla splendida prova di Alessandro Bonato che, a capo dell’Orchestra Sinfonica G. Rossini per L’occasione fa il ladro, ha dimostrato non solo grande bravura e precisione (tempi sempre azzeccati, sonorità felpate e in grado di sfoggiare una grande ampiezza nelle dinamiche) ma un’ottima capacità di concertazione, aspetto non così frequente in colleghi anche maggiormente blasonati. Ne ha beneficiato il cast, giovane ma di sicuro non ricco di mostri sacri, spinto a dare il suo meglio nell’espressione e nel fraseggio, con il risultato di una visione complessiva unitaria e coerente, in cui si è apprezzata l’ottima scelta di eseguire i recitativi con fortepiano e violoncello al continuo. Nel cast bene la Berenice di Damiana Mizzi, al pari dell’Ernestina di Martiniana Antonie, spiritose e frizzanti al punto giusto (la Mizzi, poi, irresistibile nel duetto con Parmenione) ma bravi anche Matteo Mancini (Parmenione), Giuseppe Toia, spiritosissimo Martino, e Dave Monaco, un Conte Alberto disinvolto e sicuro. Completava il cast il solido Don Eusebio di Manuel Amati. Lo spettacolo con regia di Jean-Pierre Ponnelle debuttò nel 1987 e ha quasi quarant’anni ma decisamente non li dimostra nella leggerezza e fluidità con cui mescola tocchi di affascinante surrealismo (i personaggi che escono dalla valigia di Martino) con l’eleganza senza tempo di un impianto scenico agile e suggestivo.

La scala di seta

Lo stesso spirito, sia pure aggiornato nell’estetica e nel linguaggio scenico, è alla base della divertente scala di seta immaginata nel 2009 da Damiano Michieletto e già ripresa nel 2011 ma, in questo caso, la sensazione è stata quella di un numero di prove non sufficiente a permettere alla compagnia di acquisire quella fluidità scenica necessaria a uno spettacolo dichiaratamente ispirato a film come Dogville di Lars von Trier: l’impalpabile eleganza del 2009 è, quindi, trascolorata in gag un po’ volgarucce e, paradossalmente, allo spettacolo sembra aver nuociuto il rispetto filologico della partitura, non inserendo l’aria da baule per Blansac che, però, era registicamente uno dei momenti più felici nell’interrompere momentaneamente il flusso della vicenda sottolineando al tempo stesso il brano come ‘corpo estraneo’ nella partitura. Né ha aiutato il podio, dato che la direzione di Iván López-Reynoso è parsa piuttosto avara nei colori e nelle dinamiche, oltre a non essere sempre precisissima negli assiemi. Inspiegabile, poi, la scelta di affidare il continuo al solo fortepiano, in netto contrasto rispetto a quanto si era udito poche sere prima: ma non dovrebbe essere compito di chi organizza dare uniformità dal punto di vista filologico a un Festival che ha proprio questa mission nella sua natura? Il migliore in campo, nel cast, è stato Paolo Bordogna, inimitabile Germano, non a caso il più sicuro di sé in scena, che in questa occasione ha giustamente un po’ smorzato i riferimenti ad Ariel, il domestico filippino impersonato in tv da Marco Marzocca, che di sicuro appariva maggiormente attuale al debutto dello spettacolo, creando comunque un personaggio divertente e comunicativo, festeggiatissimo dal pubblico. Alasdair Kent (Dorvil) ha un’educata e agile voce di tenore leggero, ancorché di volume abbastanza limitato e timbro non sempre gradevole: canta con gusto, cerca e trova variazioni personali ed è bello da vedere in scena ma fatica a entusiasmare. Hasmik Torosyan è una Giulia disinvolta ma qua e là un po’ stridula, forse colta in serata di forma non perfetta mentre Iuri Samoilov è stato un Blansac solido e aitante. Bene Mara Gaudenzi (Lucilla) e bene anche Enrico Iviglia (Dormont). Il pubblico non ha evidentemente condiviso le riserve di chi scrive, dato che ha salutato tutti gli artefici dello spettacolo con caldi applausi e risate, al pari di quanto era accaduto con L’occasione fa il ladro.

L’occasione fa il ladro

Gli applausi hanno raggiunto quasi i decibel del trionfo per Le siège de Corinthe, prima ambiziosa opera francese di Rossini, capolavoro assoluto presentato nella nuova edizione critica già ascoltata alcuni anni fa, con brani rimessi al proprio posto e una manciata di musica nuova che cambia alcuni passaggi (anche fondamentali, come il finale che si fa più corale e tragico). Se lo spettacolo con regia di Davide Livermore è sembrato uno dei suoi più deboli (l’idea di contrapporre l’ideale della Grecia classica alla modernità, oltre a non essere originalissima, aveva il torto di banalizzare non poco la complessità umana dei personaggi, in particolare Mahomet e Pamyra) l’entusiasmo ha accolto invece la realizzazione musicale. Carlo Rizzi, alla guida dei complessi del Comunale di Bologna, è un po’ avaro nelle dinamiche e predilige tempi abbastanza nervosi, ma la sua è una direzione solida, efficace e, nei momenti corali, si avvale dell’ottima prova del Coro del Teatro Ventidio Basso con risultati di notevole efficacia (come il Finale II). Il cast era capitanato da Vasilisa Berzhanskaya, ormai definitivamente passata al registro sopranile, che affronta Pamyra con grande sicurezza, sia pur con qualche momento meno convincente: la sua resa nei brani ad andamento spianato è difatti eccellente (“Du séjour de la lumière” ferma lo spettacolo con una sentita ovazione del pubblico) e dove si nota qualche limite è nella coloratura, tendente molto più a essere di grazia e non di forza, oltre a procedere quasi a strappi nella vorticosa “O patrie infortunée”. Al suo fianco ha convinto l’atletico Mahomet di Adrian Sâmpetrean, probabilmente il personaggio reso più superficiale e meno approfondito dalla regia, che ha affrontato la sua parte con il giusto aplomb nonostante l’annuncio di una tracheite. Bene il Cléomène autorevole di Matteo Roma, a suo agio nei panni coturnati di un capopopolo e molto eloquente nel fraseggio dei suoi brani declamati, e convincente anche il Néoclès di Maxim Mironov, in grado di emergere con sicurezza dal difficilissimo banco di prova costituito dalla prima parte del III Atto, anche in questo caso salutato dai caldi applausi del pubblico. Solido e ispirato lo Hiéros di Simón Orfila e complessivamente ben scelti gli interpreti dei ruoli minori. Del caldo successo si è detto e ora il Rof guarda al 2027, con nuovi allestimenti di La donna del lago (direzione di François Lopez-Ferrer e regia di Johannes Erath) e Tancredi (direzione di Yves Abel e regia di Paul Curran, opera peraltro che manca al Festival in forma scenica dal 2004) oltre alla ripresa di Adina già vista nel 2018 con regia di Rosetta Cucchi e direzione di George Petrou.

Gabriele Cesaretti

Data di pubblicazione: 31 Agosto 2026

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