
ENESCU Rapsodia romena n. 1 op. 11 RACHMANINOV Sinfonia n. 2 in mi minore op. 27 George Enescu Philharmonic, direttore Robert Treviño
Ravello, Belvedere di Villa Rufolo, 26 agosto 2026
La Rapsodia romena n. 1 di George Enescu e la Seconda Sinfonia di Sergej Rachmaninov appartengono entrambe a quella stagione in cui, all’alba del Novecento, si accendono gli ultimi grandi fuochi del Romanticismo. Separate da appena cinque anni (la Rapsodia è del 1901, la Seconda fu composta fra il 1906 e il 1907) nascono quando il linguaggio ereditato dall’Ottocento conserva ancora la propria forza espressiva, mentre in Europa stanno maturando le trasformazioni destinate a metterne in discussione i fondamenti. L’accostamento rivela così due risposte diverse allo stesso problema storico: Enescu guarda alla tradizione per trasformarla attraverso la materia popolare e l’oralità; Rachmaninov ne difende invece la grande forma sinfonica, spingendone le possibilità espressive verso un’estrema dilatazione.
Il concerto, frutto di una scelta di programma particolarmente intrigante di Alessio Vlad, ha fondato su questa dialettica il proprio interesse. E altrettanto suggestiva è stata la collocazione: la terrazza di Villa Rufolo, affacciata sulla Costiera e sul mare, è una delle grandi ragioni del Ravello Festival. Al calare della sera, con le luci che si accendono lungo la costa, l’orchestra sembra trovarsi al centro di uno spazio che si dilata ben oltre il palcoscenico.
A introdurre il programma il nostro direttore Nicola Cattò, con una conversazione che ha offerto al pubblico una chiave storica per avvicinarsi alle due partiture. Un intervento utile per ripensare le più semplicistiche categorie d’ascolto (il folklore per Enescu, il lirismo per Rachmaninov) e ricondurre entrambe le opere alla complessità della stagione in cui furono concepite.
La presenza della George Enescu Philharmonic aggiungeva un ulteriore elemento di interesse. Fondata a Bucarest nel 1868 come Società Filarmonica Romena e intitolata a Enescu nel 1955, l’orchestra appartiene alla storia della moderna cultura musicale romena. Sul podio Robert Treviño, che proprio con questo concerto ne assume la direzione principale.
La Rapsodia romena n. 1 vive di energia ritmica, contrasti, materiali di ascendenza popolare e progressiva accelerazione. Enescu non si limita a trascrivere un patrimonio folklorico, ma lo assorbe e lo trasforma in una scrittura orchestrale colta, conservandone la vitalità del gesto. La Filarmonica, forte del particolare rapporto storico con il compositore, ne ha restituito il carattere acceso e comunicativo.

Con Rachmaninov cambiano radicalmente i tempi di esecuzione, a fronte dei circa 12 minuti del primo brano. La Seconda Sinfonia, una delle più ampie del repertorio sinfonico, si sviluppa per circa un’ora attraverso grandi arcate melodiche, ritorni e progressive espansioni del discorso. La grande forma romantica viene portata a un limite estremo proprio quando il linguaggio musicale europeo sta cercando altre strade. Treviño ne ha assecondato il carattere monumentale, privilegiando il respiro ampio.
È qui che l’accostamento trova la sua ragion d’essere. Enescu e Rachmaninov sono entrambi sulla soglia del nuovo secolo, ma scelgono direzioni differenti: il primo guarda alla tradizione per trasformarla attraverso la materia popolare; Rachmaninov ne difende invece la grande forma sinfonica, spingendone le possibilità espressive verso un’estrema dilatazione. Mentre Schönberg e altri compositori preparano la frattura linguistica del Novecento, entrambi mostrano quanta vitalità si possa ancora trovare nella tradizione romantica.
A Ravello, però, la ricezione (come l’esecuzione) della musica non può essere separata dal luogo. Il mare al tramonto, le luci della Costiera, il calare della sera e, più tardi, la luna riflessa sull’acqua accompagnano il lungo arco della Seconda, specie il profondo lirismo e il pathos del terzo movimento. Non che la bellezza del paesaggio sostituisca quella della musica, ma certo ne amplifica la percezione, creando una condizione d’ascolto irripetibile, nella quale il pathos di Rachmaninov trova una particolare consonanza.
Il pubblico ha risposto con applausi prolungati, ottenendo due bis: la sinfonia da La forza del destino di Verdi e la Danza ungherese n. 5 di Brahms. Una conclusione che riportava idealmente la serata alle sue radici ottocentesche.
Resta così l’immagine di una serata costruita sull’incontro fra storia, musica e paesaggio: due degli ultimi grandi fuochi del Romanticismo, due risposte diverse alla sfida del nuovo secolo, al Novecento musicale già alla ricerca di nuove strade.
Lorenzo Fiorito

RAVEL Integrale della musica per pianoforte solo pianoforte Jean-Efflam Bavouzet
Ravello, Sala dei Cavalieri, 27 agosto 2026
Non è nuova ai nostri lettori l’impresa che Jean-Efflam Bavouzet compie abitualmente da qualche anno, ossia l’esecuzione integrale della musica per pianoforte solo di Maurice Ravel in una sola serata: ce ne aveva parlato Stefano Pagliantini nel febbraio del 2025, recensendo un concerto padovano e intervistando il pianista francese (qui l’articolo).
Bavouzet ha ripetuto l’impresa – suonando a memoria – anche nella Sala dei Cavalieri di Villa Rufolo, una parte del giardino che, come recita il sito ufficiale della Villa, “presenta delle enormi arcate ogivali, probabilmente era collegata alla Torre Maggiore e alle mura laterali attraverso altri ambienti crollati nel tempo e di cui oggi leggiamo solo le tracce. L’edificio, al pari di altri ambienti della Villa è in perfetto stile arabo-siculo-normanno, era sormontato da una cupola costolonata poi crollata al pari degli ambienti che si sviluppavano verso est e sud”. La copertura in pietra fornisce un perfetto supporto acustico al pianoforte, che nondimeno si trova a combattere con l’ambiente acustico del giardino e della Costiera, tra cicale, grilli e uno scampanio piuttosto aggressivo, ben lontano dalla “Vallée des cloches” raveliana in programma nella serata.
L’impaginazione riflette un ordine cronologico: dalla Sérénade grotesque (1893) al Gaspard de la nuit (1908) nella prima metà, alle 18, e dal Menuet sur le nom d’Haydn (1909) alla Valse (1920) nella seconda, iniziata alle 21. E il tutto funziona benissimo: in trent’anni di evoluzione del pianismo raveliano ci si accorge di come tutto, o quasi, fosse già presente nelle pagine giovanili, e di come l’alternanza tra scrittura “impressionista”, per esempio nei Miroirs e virtuosismo più smaccato sia poco più di un espediente critico. Bavouzet mostra, dall’inizio alla fine, tocco di cristallina chiarezza, senza grandi sofisticazioni timbriche ma con una lucidità, una clarté tipicamente gallica, che anche nelle diaboliche pagine del Gaspard punta sempre alla leggibilità. Qualcosa si perde, e molto si guadagna: d’altronde l’impresa di un’integrale è diversa dal lavoro su un singolo spartito. E la Valse, la cui versione per pianoforte solo è quasi un’utopia, era in tutti i sensi il culmine della serata, per la bruciante tensione virtuosistica mai disgiunta da un senso controllatissimo del fraseggio. Un grande artista.
Nicola Cattò
Foto: Caramiello