
CHOPIN Concerto per pianoforte n. 2 in fa op. 21 BEETHOVEN Sinfonia n. 8 in FA op. 93 pianoforte Martina Meola Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, direttore Diego Ceretta
Milano, Sala Verdi del Conservatorio, 7 ottobre 2026
Per aprire la stagione 2026/2027, la 44ª della sua storia, la Società dei Concerti di Milano ha coraggiosamente puntato sui giovani, affidando la serata inaugurale, tenutasi nella Sala Verdi del Conservatorio milanese, al trentenne Diego Ceretta, alla guida dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, e ad una pianista non ancora quattordicenne, Martina Meola, solista nel Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in fa op. 21 di Chopin. Entrambi sono cresciuti proprio nelle aule adiacenti alla Sala Verdi: Diego Ceretta, che dal 2023 è il direttore principale dell’Orchestra della Toscana, si è diplomato al Conservatorio di Milano in violino e direzione d’orchestra, Martina Meola del Conservatorio milanese è ancora allieva, nella classe di Silvia Limongelli.
Martina Meola non è una ragazzina prodigio, e questa è una buona notizia. I ragazzini e i bambini prodigio suonano di solito con una scioltezza sbarazzina, esibiscono una grande brillantezza nel gioco digitale e fanno alla perfezione il loro compito senza sbagliare una nota, controllando tocco e timbro con la sicurezza di chi ha studiato per ore e ore ogni singolo passaggio. I prodigi della tastiera, però, capaci di restare dei prodigi anche una volta raggiunta la maggiore età si contano sulle dita di una mano; tra questi vi sono sicuramente Barenboim e Kissin, ma sono appunto Barenboim e Kissin, due pianisti fuori categoria.
Martina Meola, invece, ha ancora molti aspetti da mettere a fuoco e appare un poco acerba, perché da un lato deve guadagnare qualcosa sul piano della brillantezza e della sgranatura nei passaggi più rapidi e sul piano del volume di suono, anche se per lei, così minuta, diventa difficile per ora raggiungere grandi sonorità nei forte e nei fortissimo, dall’altro deve trovare una maggiore profondità emotiva in pagine le cui sottigliezze armoniche e timbriche, come il secondo dei tre bis, la Melodia di Sgambati su un celebre tema dall’Orfeo ed Euridice di Gluck, sottigliezze per le quali ci vogliono pianisti con anni di esperienza sulle scene, capaci di lasciar decantare la musica invece di incalzarla con la forza della fantasia e della passione. Suona, però, con molta musicalità, e anche dove, come nella Melodia di Gluck-Sgambati, vorremmo qualcosa di più, lei sa comunque trovare qualcosa di interessante, come i rubati e gli indugi nel fraseggio che hanno impreziosito la sua esecuzione.
Martina Meola ci piace proprio per questo, per il suo talento ancora acerbo ma pronto a sbocciare, per l’approccio fresco e pieno di abbandoni al primo movimento del Concerto in fa chopiniano, in cui si è presa tra l’altro diverse libertà sia nel fraseggio sia più in generale nel tactus, che l’orchestra sempre assecondava e che non sono mai andate oltre il confine del buon gusto, fin dalle prime battute della sua parte, dopo un’esposizione orchestrale un po’ troppo squadrata e con degli archi non ancora del tutto a fuoco. Un incanto è stato il celebre secondo movimento, per quanto più sul piano del fraseggio che sul piano del suono, un suono che nei pianissimo non era sempre ben timbrato, con qualche passaggio un poco concitato che tradiva del comprensibile nervosismo. Nell’Allegro vivace finale, invece, la giovanissima pianista ha trovato un piglio più deciso, prendendo poi un bello slancio nella coda, anche se l’energia dell’esecuzione non poggiava tanto sulla brillantezza e sull’assoluta chiarezza dei dettagli, brillantezza che come si è detto non è la sua caratteristica principale, quanto sulla scioltezza dell’eloquio, cosa che in prospettiva futura è molto meglio. Tre i bis concessi a un pubblico festoso e felice, che gremiva in ogni ordine di posti la Sala Verdi del Conservatorio, in una serata trasmessa anche in diretta radiofonica su RAI Radio 3: accanto alla citata melodia di Gluck-Sgambati il Valzer in La bemolle op. 34 n. 1 di Chopin, suonato con slancio sia pure senza la leggerezza vaporosa degli interpreti più consumati, e la Barcarola di Alkan, un pezzettino fatto di nulla eppure suonato, in questo caso, in modo diretto e sincero, mettendo da parte ogni retorica del suono: ha una bella personalità, Martina Meola.

La personalità non manca – ma questa è cosa nota – nemmeno a Diego Ceretta, il cui approccio alla musica è tutto nel segno dell’essenzialità, del vigore ritmico e della pulizia del suono, un suono sempre molto controllato in relazione sia al vibrato sia alla definizione dei singoli timbri orchestrali. Nel Secondo concerto per pianoforte di Chopin questo approccio funzionava fino a un certo punto – era davvero troppo marziale e squadrato il fraseggio, come si è detto, mentre nell’Ottava di Beethoven ha funzionato meglio: le linee melodiche venivano declinate con chiarezza, i tempi erano abbastanza tranquilli e ogni enfasi è stata bandita in un’esecuzione così essenziale e a tratti anche un poco restia a dare rilievo al canto. L’Orchestra della RAI, solida e reattiva, sembrava il meccanismo di un orologio, soprattutto nel secondo movimento, in cui c’è una scoperta allusione all’allora recente invenzione di Mälzel, il metronomo; in particolare il Tempo di minuetto era caratterizzato da un’eleganza rustica e da una grande pulizia esecutiva (penso ai corni nel trio), e il movimento finale è stato un’esplosione di vitalità ma contenuta, sia nelle sonorità sia nell’espressione, nel segno della misura e dell’equilibrio formale che dell’Ottava beethoveniana sono tratti distintivi. Così anche il bis, sempre beethoveniano, l’Ouverture dal balletto Le creature di Prometeo, eseguita raggiungendo il giusto grado di tensione drammatica, anche in questo caso senza orpelli retorici, e impreziosita da un ottimo legato degli archi.
Luca Segalla