
BARTÓK Il castello di Barbablù F. Boesch, C. Loetzsch, G. Kaszás POULENC La voix humaine A.C. Antonacci; Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, direttore Martin Rajna regia Claus Guth scene Monika Pormale costumi Anna Sofia Tuma luci Michael Bauer
Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 14 marzo 2026
Dal celebre spettacolo parigino di Krzysztof Warlikowski, riproposto due anni fa anche a Napoli, l’abbinamento del Castello del duca Barbablù di Bartók alla Voix humaine di Poulenc non sembra più così stridente, né ormai sorprende più l’idea di cercare un collegamento fra due opere che pure nulla hanno in comune se non l’essere atti unici imperniati sulle relazioni conflittuali fra un uomo e una donna. Ci ha provato anche Claus Guth nel dittico andato in scena l’altra sera al Teatro del Maggio, frutto di una coproduzione con il Tiroler Festspiele di Erl dove è stato rappresentato l’estate scorsa. In questo caso però il regista tedesco si è spinto oltre intrecciando i soggetti delle due opere e ribaltando la conclusione delle seconda nella chiave di una rivalsa femminista: l’amante abbandonata si rivela in realtà la quinta moglie di Barbablù che alla fine torna nel suo castello e lo uccide. La vediamo già all’inizio a sipario chiuso con una valigia in mano osservare in disparte l’arrivo dell’uomo che ama insieme alla sua nuova sposa, mentre la voce registrata di Gergö Kaszás recita ieraticamente il prologo del Bardo.
L’ambientazione dell’opera di Bartók è molto suggestiva. All’alzarsi del sipario con l’ingresso di Judith nel castello il palcoscenico è vuoto e immerso nelle tenebre. Non si vedono le sette porte, se non l’ultima, ma nella magnifica scenografia di Monika Pormale al progressivo disvelarsi della vita interiore del protagonista gradualmente si compongono le pareti del suo castello fino a formare la sala di una casa borghese che evoca il realismo magico di un interno dipinto da Edward Hopper. Uno spazio fin dall’inizio popolato da tre danzatrici (Evie Poaros, Mirjam Motzke e Gala Gómez Burlet) che sembrano far parte dell’arredamento e impersonano come bambole meccaniche le precedenti mogli di Barbablù. Guth rinuncia a illustrare il contenuto simbolico delle porte connesso alle diverse sfaccettature della personalità del protagonista ma le atmosfere ad esse associate sono rese efficacemente dalle luci di Michael Bauer e dalla grande intensità della recitazione, nel caso del glaciale lago di lacrime anche dal lento cadere della neve. Dopo che Judith ha indossato un vestito rosa come le mogli precedenti tutti restano in scena compreso Barbablù seduto su una poltrona dove lo ritroverà la Elle di Poulenc al termine della seconda opera.
Per attuare il difficile collegamento Guth ricorre addirittura all’introduzione di altra musica utilizzando l’Elegia dal Concerto per orchestra di Bartók come accompagnamento per un breve prologo alla Voix humaine durante il quale la donna con la valigia che abbiamo visto all’inizio si reca in un albergo e prende una camera dalla quale telefonare all’amante. Pochi elementi collocati al proscenio bastano a suggerire l’ambiente, un letto, un telefono rosso, a un certo punto anche il cane intristito dalla lontananza del padrone, almeno fino alla conclusione quando il riaprirsi del sipario ci riconduce nel castello di Barbablù insieme alla donna armata di revolver. Dopo l’avvincente risultato dell’allestimento del Barbablù, a soffrire di un’operazione registica realizzata con gran classe ma che resta forzata e pretestuosa, è proprio l’opera di Poulenc privata del suo intimismo malinconico da quel finale scoppio di violenza che contraddice l’atmosfera di sfibrato abbandono e totale rinuncia creata dalla musica.
Se lo spettacolo può far discutere, la parte musicale è di livello inattaccabile. Nel Barbablù convincono pienamente le voci potenti ed espressive come le notevoli capacità attoriali di Florian Boesch e Christel Loetzsch, un Barbablù cupo, scavato e impenetrabile senza la minima tentazione melodrammatica e una Judith intensissima dalla fascinosa presenza scenica e dagli acuti svettanti. Altrettanto intensa e commovente, ma giocata sulla finezza di un canto per lo più prossimo al sussurro, è nella Voix humaine la Elle di Anna Caterina Antonacci, come gli altri contraddistinta da una recitazione curata in ogni più piccolo dettaglio. La vera sorpresa della serata è comunque il giovane direttore ungherese Martin Rajna che con ferrea lucidità tecnica assicura una resa brillantissima all’Orchestra del Maggio, esaltando la tensione teatrale di entrambe le opere e allo stesso tempo riuscendo a differenziarne nettamente il carattere nel cogliere la tagliente crudezza e la violenza compressa della partitura di Bartók come la vaporosa sensualità e la desolata tristezza di quella di Poulenc. Il pubblico era assai meno numeroso di quello convenuto alle opere popolari che hanno aperto la stagione fiorentina ma il successo è stato molto caloroso per tutti.
Giuseppe Rossi