
BEETHOVEN Egmont (ouverture); Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 in SOL op. 58 BRAHMS Sinfonia n. 2 in RE op. 73 pianoforte Beatrice Rana Sächsische Staatskapelle Dresden, direttore Daniele Gatti
Verona, Teatro Filarmonico, 9 settembre 2026
Nell’ambito del 35° Settembre dell’Accademia di Verona, il Teatro Filarmonico ha ospitato la Sächsische Staatskapelle di Dresda diretta da Daniele Gatti. Due serate in successione, la prima delle quali tutta occupata dalla Sesta Sinfonia di Mahler; la seconda, cui abbiamo assistito, dedicata a Beethoven e Brahms, prevedeva l’Ouverture Egmont, il Quarto Concerto per pianoforte e orchestra in sol maggiore op. 58, con Beatrice Rana, e la Seconda Sinfonia in re maggiore op. 73. Un programma che ha permesso di mettere in relazione due differenti concezioni del rapporto fra forma, tensione espressiva e dimensione lirica, affidate alla duttilità del pianoforte di Beatrice Rana e alla concertazione di Gatti.
Nel Quarto Concerto di Beethoven, la pianista pugliese costruisce l’interpretazione a partire dalla qualità del tocco e dalla gestione del peso sonoro. La sua tecnica, pienamente assoggettata alla struttura del discorso, le consente una notevole elasticità dinamica: le figurazioni virtuosistiche dell’Allegro moderato non vengono esibite come elementi autonomi, ma integrate nel continuo processo di trasformazione motivica. L’agogica, flessibile ma sempre controllata, contribuisce a mettere in rilievo le relazioni interne alla partitura e il particolare rapporto dialettico fra pianoforte e orchestra. Nell’Andante con moto la sua lettura assume un carattere più personale. La Rana dilata il tempo e riduce progressivamente la componente percussiva dello strumento, lavorando su attacchi morbidi, risonanze e dinamiche al limite del pianissimo. Il movimento acquista così una dimensione sospesa, nella quale il dialogo con l’orchestra perde ogni carattere concertante tradizionale per avvicinarsi quasi a una dimensione cameristica. La scelta è marcata e sposta l’equilibrio verso una lettura fortemente interiorizzata; nel contempo, la precisione del fraseggio impedisce alla libertà agogica di compromettere l’architettura formale. Nel movimento conclusivo Beatrice Rana recupera una maggiore mobilità ritmica, modulando con attenzione il peso degli arpeggi e la progressione dinamica. Gatti asseconda questa impostazione con una concertazione trasparente, mantenendo l’orchestra presente ma senza sovrapporsi alla linea pianistica.
Nella Seconda Sinfonia di Brahms il direttore adotta un’impostazione differente: prevalgono chiarezza delle linee, controllo delle proporzioni e contenimento della retorica. Il fraseggio evita di enfatizzare la componente elegiaca della partitura, lasciandola emergere attraverso la condotta armonica e il rapporto fra le diverse sezioni.
L’Adagio non troppo costituisce il punto centrale della lettura. Gatti valorizza il dialogo fra legni e archi e la stratificazione contrappuntistica, mantenendo distinta la fisionomia delle singole voci all’interno dell’impasto orchestrale. Ne risulta un Brahms costruito più sulla continuità del discorso che sull’espansione sentimentale. Anche lo Scherzo e il finale confermano questa linea: articolazione ritmica nitida, dinamica progressiva e attenzione alla costruzione formale.
È una lettura che privilegia il controllo interno della partitura rispetto all’abbandono romantico. La Staatskapelle di Dresda, con la qualità degli archi e la caratterizzazione dei fiati (peccato l’attacco sporco nel primo movimento), offre a Gatti gli strumenti per mantenere questa trasparenza anche nei passaggi di maggiore densità sonora.
La risposta del pubblico, al termine della serata, è stata calorosa e prolungata, con applausi che hanno coinvolto interpreti e orchestra. Alle insistenti richieste di bis, Beatrice Rana ha risposto con una breve pagina di Mendelssohn, la Romanza senza parole op. 67 n. 2, mentre a conclusione del concerto Gatti e la Staatskapelle hanno eseguito il Preludio del terzo atto dei Meistersinger von Nürnberg. Un doppio congedo che ha suggellato una serata costruita sul dialogo fra controllo formale e libertà espressiva.
Stefano Pagliantini

BRAHMS Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in si bemolle maggiore Op. 83 CIAIKOVSKI Sinfonia n. 4 in fa minore Op. 36 pianoforte Leif Ove Andsnes Bergen Philharmonic Orchestra, direttore Dima Slobodeniouk
Verona, Teatro Filarmonico, 16 settembre 2026
L’ultima apparizione dell’Orchestra Filarmonica di Bergen — una delle più antiche d’Europa, le sue radici potendosi far risalire al 1765 — al Filarmonico di Verona risaliva (così mi raccontava ieri il responsabile della comunicazione dell’orchestra) al 1991, e con la “Bergen Filharmoniske Orkester” si esibiva un pianista 21enne di belle speranze: Leif Ove Andsnes, nativo di un paese poco lontano da Bergen. Per un’affascinante coincidenza, sette lustri dopo l’orchestra torna a Verona, per il prestigioso Settembre dell’Accademia, ancora con Andsnes, diventato nel frattempo un artista celebrato e applaudito in tutto il mondo. E, per aggiungere un tocco privato, sua moglie è primo corno dell’orchestra: tanto che l’incipit del Secondo di Brahms, con il suono dello strumento che introduce dopo pochi istanti il pianoforte, non è difficile immaginarlo come un dialogo familiare…
Di fronte ad un monumento della storia del concertismo come il Secondo di Brahms, Andsnes sceglie la strada di un pianismo non appariscente, ma ricco di sostanza: tecnicamente quasi inappuntabile nelle aspre richieste della lunga partitura, si mostra costantemente raffinato in scelte dinamiche tanto intense quanto non esibite. Esemplare, in tal senso, il terzo movimento, dove il dialogo con oboe e violoncello solisti è impregnato di quella Stimmung melanconica e autunnale così tipica di Brahms. Ma Andsnes, quando vuole, sa anche tirare fuori le unghie: non gli difettano né “peso” né agilità, solo che con un’orchestra come quella di Bergen, che è lontanissima dal timbro ambrato e denso della storica tradizione tedesca, preferisce sempre il dialogo all’imposizione personale. E questo anche in accordo con il direttore Dima Slobodeniouk, che sembra quasi fare un passo indietro per assicurare che questa immensa partitura in cui il pianoforte è davvero strumento concertante, e mai in opposizione con l’orchestra, funzioni nella sua “drammaturgia” interna. Sarebbe un errore considerare Andsnes un pianista dalla scarsa personalità: anzi, in un’epoca funestata da troppi showmen (e -women), la sua classe sobria e la sua professionalità impeccabile sono un balsamo. Successo davvero trionfale, decretato da un pubblico non solo foltissimo ma anche attento e competente: dopo la grande impresa brahmsiana, Andsnes ha stemperato la tensione col virtuosismo un po’ kitsch della Tarantella di Chopin, chiudendo poi con un suo cavallo di battaglia, l’Improvviso op. 5 n. 5 di Sibelius, fascinosissimo nella sgranatura timbrica, con un gioco perlato dal colore inconfondibilmente nordico.

Molto interessante anche la resa della Quarta di Ciaikovski: controllata in ogni minimo dettaglio, funzionava proprio perché lontana dalla tradizione russa (Mravinskij, Temirkanov, Gergiev), d’altronde impossibile da imitare, e perché lo scoppio dei climax più parossistici era costruito con sapiente accumulazione. Slobodeniouk non cercava mai l’effetto, ma tendeva un preciso arco all’interno dei singoli movimenti e nell’intera partitura: un’idea intelligente e ben realizzata da un’orchestra che ha la sua punta di diamante in una sezione di archi lucente e compattissima (il celebre pizzicato del terzo movimento era immacolato). Non una cattiva idea — anzi!! — è quindi stata proporre come bis un pezzo per soli archi, la Morte di Åse dal Peer Gynt di Grieg, cesellata con infinita poesia.
Nicola Cattò