
DONIZETTI La Fille du Régiment, P. Yende, R. Gatin, S. Vitale, S. Ganassi, M. Laurito, E. Di Lieto, I. Lualdi, S. De Crescenzo; Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo direttore Riccardo Bisatti regia Damiano Michieletto scene Paolo Fantin costumi Agostino Cavalca luci Alessandro Carletti drammaturgia Mattia Palma coreografie Thomas Wilhelm
Napoli, Teatro di San Carlo, 18 maggio 2025
Una Fille du Régiment che diverte e divide, quella andata in scena al Teatro di San Carlo nella produzione firmata da Damiano Michieletto, prodotta in collaborazione con la Bayerische Staatsoper di Monaco. Uno spettacolo che ha fatto parlare di sé prima ancora di debuttare, tra attese e curiosità, e che sul palco si è rivelato un lavoro riuscito, ma con qualche “però”. Un equilibrio instabile, quello che il regista veneziano cerca di mantenere tra rispetto della tradizione e voglia di raccontare l’opera con parole nuove, in bilico tra invenzione e nostalgia.
Michieletto rinuncia a trasposizioni forzate e aggiornamenti di superficie, mantenendo l’ambientazione storica e affidando l’attualizzazione del messaggio — il rifiuto delle convenzioni sociali in nome della libertà individuale — a un lavoro drammaturgico e attoriale sottile, almeno nelle intenzioni. Tuttavia, l’esito alterna momenti di grande efficacia visiva a passaggi dove il tono si abbassa in una comicità facile, quasi caricaturale, che rischia di svuotare la tenerezza e la sincerità richieste da alcuni snodi della partitura donizettiana.
L’elemento più controverso di questa produzione è senza dubbio l’introduzione di una voce narrante che sostituisce i dialoghi originali in francese, tipici dell’opéra-comique. Il personaggio della Duchessa di Krakenthorp, completamente reinventato per l’occasione, diventa così il filo conduttore della vicenda, nel tentativo di avvicinare il pubblico locale alla trama. Tuttavia, questa scelta finisce per snaturare la struttura originaria dell’opera, tradendone l’equilibrio drammaturgico e contraddicendo la vocazione internazionale a cui il Teatro di San Carlo legittimamente si richiama. Affidata a Marisa Laurito, attrice comica napoletana, la parte assume toni brillanti e popolari, suscitando risate e complicità tra il pubblico partenopeo grazie a battute e ammiccamenti dialettali. Ma l’effetto è ambivalente: se da un lato intrattiene i locali, dall’altro rischia di trasformare l’opera in una parodia, disorientando il pubblico straniero e riducendo la complessità dell’universo donizettiano a una serie di siparietti poco coerenti con la poetica originale.
Il regista mette in evidenza il tema dell’identità personale in contrasto con le regole della società. Lo fa raccontando la storia di Marie, cresciuta tra i soldati e costretta poi a entrare in un mondo aristocratico che la rifiuta ma allo stesso tempo la desidera. Il contrasto tra questi due mondi – uno libero ma rozzo, l’altro elegante ma oppressivo – è ben rappresentato dalle scene essenziali e simboliche di Paolo Fantin: un primo atto all’aperto, spoglio e sospeso, che esalta la libertà del mondo militare, e un secondo atto che si chiude in spazi più definiti, dove il lusso, scenicamente appena adombrato, soffoca e costringe. I bei costumi d’epoca di Agostino Cavalca e le luci di Alessandro Carletti concorrono a creare un’atmosfera visivamente curata, anche se a tratti eccessivamente illustrativa.
Anche dal punto di vista musicale, la serata ha offerto luci e ombre. Pretty Yende, nel ruolo di Marie, sfoggia un controllo vocale invidiabile, una tecnica ben rodata, ma lascia poco spazio all’emozione. Le colorature sono pulite, ma quasi meccaniche, senza pathos; l’aria “Il faut partir” scivola via senza quel nodo alla gola che dovrebbe suscitare, e anche in scena la sua recitazione appare più studiata che vissuta. Il personaggio resta sulla superficie, sempre aggraziato ma mai toccante.
Meglio fa il russo Ruzil Gatin, un Tonio dallo slancio sincero. I suoi nove do acuti arrivano, puntuali e squillanti, anche se il resto del ruolo alterna momenti di buona resa vocale ad altri più opachi. La sua recitazione, più spontanea di quella della collega, restituisce almeno in parte la genuinità del personaggio.
Convince pienamente invece Sergio Vitale, baritono di casa, nel ruolo di Sulpice: generoso, morbido nell’emissione, sempre presente scenicamente senza mai strafare. Efficace anche Sonia Ganassi, Marchesa di Berkenfield, che affronta con autorevolezza un ruolo non facile, trovando un buon equilibrio tra autorità e ironia.
Sul podio, il giovane direttore Riccardo Bisatti ha affrontato la partitura con discreta efficacia. Sebbene abbia cercato di privilegiare tempi vivaci, in alcuni passaggi la freschezza dell’ispirazione donizettiana è risultata compromessa da rallentamenti che appesantiscono la narrazione musicale e non sempre l’orchestra riesce a seguirlo con scioltezza. Il coro, preparato da Fabrizio Cassi, regge con sicurezza e contribuisce alla tenuta dell’insieme.
Resta l’impressione di uno spettacolo che cerca — non sempre riuscendoci — di parlare a pubblici diversi: a quello locale con la strizzata d’occhio dialettale, a quello colto con la cura dell’immagine, a quello internazionale con il fascino del repertorio belcantistico. Non tutto funziona, ma qualcosa resta: la voglia di sperimentare, il coraggio di proporre, l’impresa – non banale – di ridare vita a un’opera assente da Napoli dal 1965.
Lorenzo Fiorito
Foto: Luciano Romano