Zubin, Vienna e gli amici

Vi avevo promesso, nell’editoriale del numero di aprile, che l’articolo di copertina, dedicato al ritorno del vinile, sarebbe stato il primo di una serie che avrebbe aiutato a fare luce su questo argomento. Così non è stato perché Roberto Diem Tigani, l’autore e ispiratore di quel progetto, si è ammalato e rapidamente, alla fine di maggio, è scomparso, lasciando un grande vuoto in noi di MUSICA che in lui vedevamo non solo il musicologo raffinato, il musicista serio, lo studioso singolare e capace, ma anche e soprattutto un amico entusiasta e generoso. La serie di articoli che Diem Tigani aveva progettato continuerà, con altro autore e tempi più dilatati: lo dobbiamo a voi lettori, lo dobbiamo alla sua memoria. Rimanendo sul tema del ricordo, ma per fortuna con sfumature meno tristi, è proprio dal Rosenkavalier di Strauss, elegia di un mondo che sta per implodere alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, che ha preso l’abbrivio la nostra conversazione con Zubin Mehta, uno degli ultimissimi superstiti di una generazione di musicisti che ha conosciuto di persona quei miti — Scherchen e Menuhin, per fare due nomi recentemente passati per le nostre copertine — che per noi sembrano appartenere a un passato distante. Ma Mehta è un uomo che sfrutta la grande esperienza per conferire alle sue migliori interpretazioni una vitalità, una modernità e — alla fin fine — un’umanità sempre più rare a trovarsi, come prova l’estrema importanza che per lui rivestono i rapporti umani. Dobbiamo risalire di altri vent’anni, poi, per giungere all’inizio della parabola terrena di Henri Dutilleux, l’«altro» grande del Novecento francese, insieme almeno a Messiaen e a quel Boulez che in tutti i modi cercò di ostacolarne il successo, per fortuna invano: Giorgio Rampone traccia un quadro esemplare di una musica che non cessa di parlarci. Metà esatta del ‘900 la visse anche Francesco Cilea, che però diede il suo addio al teatro e, sostanzialmente, all’attività compositiva nei primi anni del «€secolo breve€»: è uno specialista riconosciuto di questo repertorio, Cesare Orselli, a offrirci singolari chiavi interpretative per quello che, ancora oggi, è noto solo o quasi come l’autore dell’Adriana Lecouvreur. Non mancano, come in ogni numero della Rivista, varie interviste: oltre al citato Mehta, mi fa particolarmente piacere dare uno spazio a Felicity Lott, vincitrice del Premio alla carriera ai recenti ICMA, e cantante davvero poco nota in Italia. Una artista che non incanta per bellezza epidermica della voce, o per facili attrattive del canto, ma che come poche sa dare peso e incisività alla parola in un repertorio amplissimo, che spazia dalle mélodies francesi a quella Marescialla che, grazie anche a Kleiber, le ha dato fama perenne. Naturalmente il numero di luglio-agosto coincide con il periodo dedicato a tantissimi (forse troppi) festival musicali, in Italia e in Europa: se Michael Guttman ci parla di quello che da dieci anni si svolge in Versilia, Francesco Cera anticipa una succulenta proposta culturale che avrà luogo in settembre alla Sagra Malatestiana. Come vedete, non mancano né gli argomenti per questo numero né le idee per i prossimi: intanto, vi auguro un’estate rilassante e serena, ovviamente all’insegna della grande musica, in qualsiasi modo ne possiate o vogliate godere.
Nicola Cattò

Related Posts