“La mia libertà è sul palcoscenico”: Ermonela Jaho si confessa

Ermonela Jaho con il premio ICMA a Vaduz

Ermonela Jaho è la vincitrice del premio ICMA 2021 nella categoria “Vocal Music” con l’album “Anima rara”, pubblicato da Opera Rara e dedicato al repertorio di Rosina Storchio, con particolare enfasi su quello comunemente definito verista-naturalista. La grande cantante albanese, che ha vissuto ben 18 anni in Italia, oggi risiede a New York, ma non ci ha pensato due volte a prendere un aereo e venire espressamente a Vaduz per ritirare il premio e per cantare, al galà con la Sinfonieorchester Liechtenstein, un “Addio del passato” semplicemente memorabile, che le ha fatto guadagnare una standing ovation da parte del pubblico presente.

Il giorno prima del concerto, il 26 giugno, l’ho incontrata per una lunga conversazione, in cui la Jaho ha parlato di tanti argomenti: partendo dal suo arrivo in Italia nel 1993.

Com’era allora il mondo della musica?

Io venivo dall’Albania, che da 50 anni era sotto il Comunismo: tutto era chiuso, quello che succedeva al di fuori ci era sconosciuto. E il mondo dell’opera era per noi quello che passava dai film italiani in bianco e nero, con le biografie di Bellini e di Verdi: per me cantare in Italia, alla Scala era un sogno. Tanto che — mi commuovo nel ricordarlo — prima di andare in Italia ho scritto un diario in cui ho scritto i miei obiettivi di vita, i miei propositi professionali. E oggi mi accorgo di averli realizzati tutti! Quando si desidera qualcosa disperatamente, è la tua anima che lo vuole.

Hai debuttato però in Albania, nella Traviata, da ragazzina…

Fu un esperimento, una pazzia: in Albania non sapevo che l’età non era quella giusta, che avrei dovuto aspettare. I miei genitori non erano amanti dell’opera, per cui io non ne sapevo niente: e quando l’ho vista per la prima volta a 14 anni (si cantava in lingua albanese!) me ne sono innamorata subito e ho detto a mio fratello: “non morirò senza averla cantata”. Da allora ho superato le 300 recite!

C’erano dei divi dell’opera in quel periodo nel tuo Paese?

Non esattamente: solo i solisti dell’Opera di Stato di Tirana. Ma io non appartenevo a quell’ambiente. Forse la prima “diva” ad avere risonanza internazionale è stata Inva Mula, che ha 11 anni più di me, e quindi Enkelejda Shkosa; dopo di me, per età, ci sono Saimir Pirgu e Gëzim Myshketa.

Perché hai scelto, per il galà ICMA, proprio Traviata e l’“Addio del passato”?

È parte del cd, e per me è una sorta di “basso ostinato”, un sogno che mi rappresenta da sempre e vive con me. Non so se canterò per sempre Violetta, perché è un ruolo che consuma psicologicamente e fisicamente: una sorta di maratona. E la maratona a 50 anni è difficile da immaginare.

Alcuni ruoli sono, quindi, maratona e altri 100 metri?

Certamente. Maratone sono Traviata, Manon, Manon Lescaut, Butterfly. Cento metri sono Antonia nei Contes d’Hoffmann e Suor Angelica: un finale terribile, in cui l’intelligenza del cantante deve fargli capire quanto può dare e quanto deve controllarsi.

Tu alterni il repertorio belcantistico e quello verista: si può fare, quindi?

Una volta pensavo non si potesse fare, ma studiando ho cambiato idea. Io sono un lirico puro, né leggero né spinto, che si adatta al canto di coloratura; però da buona balcanica, mediterranea, ho la tragedia nel sangue e ho sempre desiderato ruoli ad alta temperatura emotiva come Violetta o Suor Angelica. La prima volta che ho cantato Butterfly, tutti mi avvertivano di non farlo, perché avrei rischiato di perdere la voce in fretta. Allora mi sono riletta le lettere di Puccini o di altri compositori di quel periodo, per capire come si eseguiva allora la loro musica: è proprio il caso del cd “Anima rara”, perché Rosina Storchio era un soprano leggero, il cui timbro Puccini associava all’idea di giovinezza e vulnerabilità. Cio Cio San ha 15 anni “netti netti”. Certo, in alcune pagine c’è bisogno di un certo peso per non farsi sommergere dall’orchestra, ma tutta la parte deve rendere la fragilità della protagonista: allora ho voluto provare anch’io. D’altronde ogni cantante ha il termometro nella gola: se ci si stanca, lo si capisce subito. Ma non è successo: pensa solo all’entrata di Butterfly, così rarefatta e delicata. E questo vale anche per Anna Bolena o Capuleti, che ho affrontato: il segreto è saper raccontare, e non cantare forte. In quello ci sarà sempre una voce più grande della tua!

“Addio del passato” con la Sinfonieorchester Liechtenstein diretta da Yaron Traub

Anche Sonya Yoncheva, da me intervistata recentemente, mi ha detto che per mantenere la voce flessibile non solo si può, ma si deve alternare Händel e Puccini!
Ha ragione: ogni compositore ha alle sue spalle tutta una storia, e spetta al cantante rispettarne lo stile. In ogni caso, un parametro importante per cantare un’opera è il tipo di teatro in cui lo si fa e l’abilità del direttore: ormai sono a 175 recite di Butterfly, e in genere mi sono sempre trovata bene. Ma una volta in Germania un direttore si lamentò che, alla mia entrata, io avrei dovuto cantare più forte perché “l’orchestra non può suonare più piano”. Ho visto troppi colleghi che si sono bruciati spingendo inutilmente voci leggere di natura.

Ti dedichi molto all’opera francese, anche cantando un ruolo assai acuto come Thaïs: cosa cambia a livello vocale?

L’opera francese, rispetto a quella italiana, insegna a trattenere maggiormente la voce: è per me una sorta di terapia, mi aiuta a interiorizzare passioni e sentimenti. Thaïs va tutta giocata su colori e sfumature.

Il premio ICMA è l’ultimo, per te, di una lunga serie di riconoscimenti internazionali. Cosa colpisce della tua voce? Forse la “violenza” emotiva oggi così rara da trovare?

Hai perfettamente ragione: oggi ci sono voci molto più belle della mia, ma forse non tante che, come me, puntano sull’intensità dell’espressione. Vedi, quando sono arrivata in Italia non avevo niente, vedevo i miei coetanei e li invidiavo: però riuscivo a trasformare la mia debolezza, la mia vulnerabilità in una forza che scaricavo sul palcoscenico. La musica è il linguaggio della nostra anima, ed è impossibile nascondersi: lo si può fare fuori, ma in teatro siamo nudi. Esce quello che hai dentro: e questo vale per tutti gli artisti. Dietro ogni personaggio che interpreto c’è una parte mia, e solo così diventa credibile: magari non lo si vuole ammettere, perché può essere doloroso, ma è così. Quando devo urlare, io urlo; quando devo piangere, io piango. E quando finisco una recita ho seri problemi a riprendermi. La mia libertà non è fuori: è sul palcoscenico. Insomma: per stabilire un legame con lo spettatore, devi scoperchiare dentro di te quello che ti fa male.

Ti sei ispirata a qualche artista del passato?

All’inizio il modello era Maria Callas, che rimane un punto di riferimento nel suo andare al di là della voce; poi però ho preferito affidarmi solo alla mia esperienza umana. Siamo sempre circondati in pari misura da cose belle e altre drammatiche: e l’artista lo traduce secondo la sensibilità. Posso piacere o no, ma sono vera: noi cantiamo i sentimenti umani, ma enfatizzati, per avere un effetto di catarsi, proprio come nella Grecia antica.

I tuoi colleghi, direttori e cantanti, capiscono sempre questo tuo sforzo?

Talora si fa fatica, si rischia di apparire isterica, esagerata: ma io non sono una drama queen, sono semplicemente me stessa. Quando c’è però comunione di intenti, si possono raggiungere vette artistiche davvero notevoli.

Come, secondo me, nel tuo Trittico con Pappano…

Mi hai letto nel pensiero! In quel periodo avevo perso i miei genitori, ma non avevo detto niente a nessuno: mi giunse la proposta per Suor Angelica, che non avevo ancora affrontato, e accettai. Arrivai a Londra quasi in trance per il dolore personale, e le prove con il Maestro Pappano sono state meravigliose: lui sa sempre prima di te come respirerai, come canterai. Cantando l’opera, il mio dolore si è trasmesso naturalmente al personaggio che interpretavo: quando Angelica riceve dalla Zia Principessa la notizia della morte del figlio, io in quel momento non piangevo per lui, ma per i miei genitori. Ero come traumatizzata: ho pianto per la prima volta, ed è stato liberatorio. Il pubblico avvertiva quella strana energia, quella tensione. Io mi nascondevo dietro Angelica, ma era la mia perdita. Quando la verità viene dal cuore, fa male e tocca personalmente, e tu riesci con la capacità tecnica e vocale a trasmetterla, beh, nessun pubblico può rimanere indifferente. Alcuni direttori preferiscono letture più neutre: ma è il dramma, la passione che ci connette. Il che non vuole dire, ovviamente, isteria.

Questo cd viene dopo l’incisione, sempre per Opera Rara, della Zazà di Leoncavallo: un’opera oggi lontanissima dalle nostre abitudini di ascolto, che può addirittura apparire ridicola. Come la si affronta?

Ci si deve credere ma con un pochino di distacco, trovando quello che può valere ancora oggi. Tutti hanno dei sogni, ma non sempre si riesce a realizzarsi: per Zazà il sogno era sposare l’uomo della sua vita. Ma la realtà può essere dolorosa, e non si può cambiare. Quindi il soggetto di Zazà oggi può sembrare ridicolo, ma alla sua base c’è qualcosa di eterno. Devo dire che l’opera è molto piaciuta al pubblico inglese: gli spettatori erano commossi.

Venendo a “Anima rara”, come è stata scelta la tracklist?
Non volevo fare un classico recital veristico, come molti illustri colleghi hanno realizzato: l’idea era fare capire come il Verismo abbia un lato meno noto, non sia identificabile solo con “urla” e passionalità, voci grandi e acuti. E anche lo stile doveva essere più lirico, meno esagitato: lontano da certe primedonne del passato.

Quali opere, fra quelle qui incise, canteresti nella loro interezza?

Non l’ho mai sentita tutta, ma Lodoletta credo sia molto interessante: l’ultima scena alterna in pochi minuti differenti stati d’animo, con grande efficacia.

Molti anni fa cantasti, in un ruolo minore, la Sapho di Massenet!

Vero, la parte di Irene, a Wexford. Un vero capolavoro, una sorta di Traviata o Rondine in cui la protagonista alla fine non muore: ma ci vuole una vera compagnia di cantanti-attori. Chissà, prima del Covid c’erano tanti progetti, ora siamo tutti più cauti.

Appunto: come hai vissuto questo periodo di restrizioni?

È stato complicato. Avevo appena finito la Traviata a Monaco e dovevo andare a Marsiglia per il mio debutto in Adriana Lecouvreur, che non ha poi avuto luogo: il primo di otto contratti cancellati. Ho sofferto il fatto che non sia stata una fermata graduale, ma improvvisa. Da tanti anni non riposavo, e vocalmente mi ha sicuramente fatto bene: però mi sono sentita quasi morta, ho avuto momenti di depressione, pensavo di essere inutile, che la mia vita non avesse più senso. Vedevo quale poca importanza veniva data all’arte, alla cultura. Studiavo, provavo, ma mancava la tensione dell’esibirsi dal vivo, la concorrenza con i colleghi (in senso buono): ho provato anche lo streaming, ma finivo in lacrime. La musica si fa per ascoltarsi reciprocamente. Ho insegnato, via zoom: e dovevo quindi farmi forza per confortare i miei allievi. Però realisticamente, io potevo permettermi questa pausa: alcuni colleghi non sono riusciti a sopravvivere economicamente, hanno dovuto cambiare professione. Ecco perché quando ho ripreso a esibirmi mi sono trovata a pensare: “devo dare tutto perché può essere l’ultima volta”. Che comunque ci sarà: è solo questione di tempo. L’importante è non risparmiarsi mai, dare tutto ogni volta.

Ci sono altri progetti discografici?

Avrei dovuto incidere gli Zingari per Opera Rara ma purtroppo le date non erano per me possibili [sarà Krassimira Stoyanova a sostituirla, nda]; diciamo che proseguiremo sempre nell’ambito verista, siccome Zazà è stato il primo esperimento per quell’etichetta in ambito post-romantico, proseguito poi con la versione originale delle Villi, in cui si vede l’amore di Puccini per Wagner e Saint-Saëns.

E dal vivo?

Inizio con un recital in Spagna, sempre legato ad “Anima rara”, poi diverse Butterfly (Siviglia, Amburgo) e infine debutterò in Adriana a Vienna, con poche prove; torno alla Bohème dopo tanti anni, e qualcosa di francese, come Thaïs e La voix humaine a Madrid. L’anno prossimo debutterò nella Juive come Rachel: non sono un vero falcon, ma ho già cantato Valentine negli Huguenots. E canterò anche Nedda nei Pagliacci, ruolo su cui avevo delle riserve, a Londra con Tony Pappano e Jonas Kaufmann (e ci sarà anche Anita Rachvelishvili in Cavalleria): l’aria di Nedda è uno stato d’animo, parla dei compromessi che tutti facciamo nella nostra vita. Una vita che vuole cambiare, ma non ci riesce. La regia sarà di Damiano Michieletto.

In Italia?

Vorrei tanto, tutto è iniziato lì: è la mia seconda patria. Ma è dalla Manon di Massenet alla Scala con Luisi che non ci torno, purtroppo. Però chissà, potrebbe succedere qualcosa di improvviso: dopo 28 anni di carriera sono convinta che le opportunità vadano colte senza pensarci troppo. Senza esagerare, naturalmente: bisogna sapere fino a dove la voce può arrivare.

Il tuo diario di ragazza, insomma, è stato soddisfatto!
Direi di sì: ora voglio godere di ogni momento.

Nicola Cattò

(Foto: Albert Mennel)

Data di pubblicazione: 30 Giugno 2021

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