Martha a Lugano, dopo il “Progetto”

 

ROSSINI Ouverture del Guglielmo Tell BEETHOVEN Concerto per pianoforte in DO n. 1 op. 15 SAINT-SAËNS Il carnevale degli animali pianoforti Martha Argerich e Akane Sakai voce recitante Annie Dutoit Orchestra della Svizzera Italiana, direttore Markus Poschner

Lugano, LAC, 12 giugno 2017

 

Il fenomeno Martha Argerich si spiega solo in parte con il magnetismo della sua presenza scenica e con il coinvolgimento emotivo del pubblico di fronte ai miti della musica. Anzi, nel suo caso l’aura mitica è quasi irrilevante, considerato che lei non è diventata un mito con il passare del tempo – la pianista argentina ha ormai settantasei anni – ed in virtù della longevità artistica, ma è un mito fin da quando, giovanissima, elettrizzava le platee di mezzo mondo. Il pubblico, al suo mito, avrebbe ormai dovuto farci l’abitudine, come avrebbe dovuto fare l’abitudine a un repertorio che non si evoluto: la Argerich suona sempre, ostinatamente, gli stessi brani, come il Concerto in DO n. 1 op. 15 di Beethoven proposto più volte a Lugano nei quindici anni del suo «Progetto».

Con il venir meno degli sponsor privati nel 2016 il «Progetto» si è chiuso definitivamente, ma per l’«Omaggio a Martha Argerich» dello scorso 12 giugno al LAC, unica apparizione della pianista argentina sulle scene luganesi in questa stagione, la pianista ha scelto ancora una volta il collaudatissimo Concerto n. 1. La scelta non sorprende, se consideriamo quanto la Argerich sia abitudinaria e quanto abbia bisogno di conferme ripercorrendo strade ampiamente battute. A sorprendere, piuttosto, è il modo in cui ha affrontato il Concerto: come se lo stesse suonando per la prima volta, con una freschezza, un abbandono, un senso della scoperta che per il pubblico si sono tradotti un pura emozione.

Il pericolo della routine è concreto quando si ripropongono per decenni gli stessi brani e quando si rinuncia a priori ad un consapevole percorso di maturazione interpretativa. Nella Argerich la routine è evitata nel modo più semplice e più ingenuo, cioè attraverso un approccio all’interpretazione nel segno dell’istinto e dell’ansia vitale. Da una paio di anni a questa parte nella pianista argentina si avvertono un fuoco quasi disperato, un’ansia di fare musica ed un amore nel fare musica che forse nascono dalla percezione della progressiva fuga del tempo e che sul piano artistico producono effetti del tutto inattesi in un’artista ultrasettantenne. I pianisti anziani tendono ad essere introversi e ad incupirsi, complice anche l’appannamento della tecnica, mentre alla Argerich sta accadendo il contrario, anche perché la tecnica si è sostanzialmente conservata: per averne una riprova basterebbe pensare alle interpretazioni, lo scorso anno, del Concerto in SOL di Ravel a Lugano e Milano e del Concerto in MI bemolle n. 1 di Liszt a Lucerna. Tra l’altro proprio come è accaduto a Lucerna nel movimento lento del Concerto n. 1 di Liszt anche il movimento lento del Primo concerto beethoveniano sembrava sospeso in un incanto sognante, fatto di preziosismi timbrici e rallentamenti sul filo dello stallo dinamico ma dal profondo fascino; sul podio Markus Poschner assecondava con maestria le acrobazie agogiche della pianista argentina, che alla fine ha concesso alla platea luganese ben due bis (fatto rarissimo, per lei), la Sonata in Re minore L. 422 / K 141 di Scarlatti e la trascrizione lisztiana del Lied Widmung di Schumann, dalla raccolta Myrthen. A voler essere pignoli i ribattuti della Sonata scarlattiana non erano sgranati alla perfezione, ma a contare in questa interpretazione era soprattutto – verrebbe da dire unicamente – l’emotività febbrile, la stessa che ha animato, anzi agitato, il movimento finale del Concerto beethoveniano. Il paradosso è che nonostante l’età anagrafica e i capelli bianchi la Argerich non appare affatto una pianista anziana, anzi affronta la musica con l’incanto, il gusto delle sorprese, la ricchezza timbrica e perfino l’aria sbarazzina, soprattutto nel Carnevale degli animali di Saint-Saëns, di una giovane pianista rampante.

Certo, sul palcoscenico ha bisogno di certezze e tra le certezze c’è la presenza quasi costante di amici e di familiari al suo fianco, come la figlia Annie Dutoit che a Lugano era la voce recitante nel Carnevale degli animali, una voce recitante apprezzabile ma tutto sommato superflua in un lavoro eloquente di per sé, al quale un testo nulla aggiunge rispetto a quanto dice la musica. E la pianista Akane Sakai, tante volte protagonista delle serate del «Progetto», non regge assolutamente il confronto con la Argerich: una prova di come la Argerich affronti la musica da camera ed il repertorio per due pianoforti con disinvoltura e senza preoccuparsi più di tanto del risultato finale. L’Orchestra della Svizzera Italiana, però, ha accompagnato con discrezione e l’ouverture del Guglielmo Tell di Rossini era frizzante e senza eccessi, nel segno dell’efficacia, della pulizia, della chiarezza e dell’incisività che sono le caratteristiche di Markus Poschner e che diventano anche le caratteristiche dell’Orchestra della Svizzera Italiana quando è Poschner a dirigerla.

 Luca Segalla

Foto: Daniel Vass

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