Agli albori dell’Oratorio romano con Pasquini

PASQUINI La sete di Christo F. Aspromonte (Vergine), F. Fernandez-Rueda (San Giovanni), L. Cervoni (Giuseppe di Arimatea), M. Borgioni (Nicodemo); Concerto Romano, direttore Alessandro Quarta

Roma, Teatro Argentina, 25 gennaio 2018

 

Ad inaugurare la serie di concerti dell’Accademia Filarmonica Romana, ospitati entro la storica e dorata cornice del Teatro Argentina, è stato chiamato l’emergente Concerto Romano diretto da Alessandro Quarta, una delle realtà più interessanti del barocco a Roma negli ultimi anni. E la scelta del programma era affidata ad un oratorio, La sete di Christo su testo di Niccolò Minato, già nel repertorio dell’ensemble capitolino, che lo aveva registrato in cd per la Christophorus (vedi recensione sul n. 276 di MUSICA) e già eseguito anche a Roma.

Ma la spesa valeva davvero la candela, visto che il nome e l’opera del toscano romanizzato Bernardo Pasquini (1637-1710) sono ancora troppo poco noti al grande pubblico, specie in relazione alla statura del compositore, che nel 1706 fu tra i primi musicisti, insieme ad Alessandro Scarlatti e Corelli, ad essere eccezionalmente ammesso nella prestigiosa Accademia dell’Arcadia, sino allora aperta solo agli uomini di lettere. Pasquini fu del resto musicista completo, come attestano non solo i suoi molti lavori cembalo-organistici (tra cui una gustosa Toccata sul verso del cuculo), ma anche melodrammi ed oratori che diedero lustro alla Roma papalina, insigne capitale culturale di livello europeo.

L’oratorio in volgare prescelto, eseguito nel 1689 nella città che aveva dato i natali al genere oratoriale, è come di tradizione concepito in due parti, per consentire l’omelia di riferimento, ed inscena il quartetto che dai piedi della croce assiste alla morte di Cristo (oltre alla Vergine ed a Giovanni anche Giuseppe di Arimatea e Nicodemo). Sin dall’inizio prevalgono i toni patetici ed accorati della Vergine (una splendida Francesca Aspromonte) cui via via si affiancano i compresenti Giovanni e Giuseppe di Arimatea (i tenori Fernandez Rueda e Luca Cervoni, dal colore giustamente diverso) e il saggio Nicodemo (il baritono Borgioni, in vena di agilità).

E l’oratorio in questione, eseguito con attenzione, con un cast appropriato ed un variegato organico, si è davvero rivelato uno scrigno ricco di gioielli. Notevoli per sincerità di accenti arie come “Tutto piaghe, tutto sangue” o “Sospira e lagrima” che mettono dapprima a confronto ravvicinato i due tenori Cervoni e lo spagnolo Rueda, o la belcantistica “Del mare i fremiti” e “A gioire, a languire” del basso Mauro Borgioni dalla voce pastosa, scura e compatta. Se la prima parte è più evocativa e descrittiva, dopo l’unico breve intervento in latino del Cristo (Sitio), che esprime appunto la sua sete, la seconda vede un intrecciarsi ancora più intenso del dialogo tra gli astanti ai piedi della Croce.

Toccanti anche gli assiemi (dai duetti al concertato a quattro) che fanno sfoggio di abili procedimenti imitativi nonché di topici cromatismi, ma sempre a fini altamente espressivi.

Un ruolo a tutto tondo spetta naturalmente alla Vergine, donna e madre sofferente (una splendida Francesca Aspromonte, voce di impostazione lirica ma duttile) chiamata ad accenti di lancinante dolore (“Divin frutto del mio seno”) ed a chiudere mestamente e poeticamente in dissolvendo l’oratorio (“Piangi Maria”). L’organico coinvolge anche un fagotto ed una chitarra barocca a dare maggiore colore alla cornice coloristica.

Infine due piccole annotazioni in margine ad una esecuzione comunque pregevole, che ha restituito alla vita un capolavoro indiscusso: la prima riguarda l’inutilità della non certo filologica direzione dei recitativi secchi, che dovrebbero essere lasciati all’estro del continuista; il secondo, l’epurazione nel testo della parola “giudei” che compare invece due volte nel cd. Forse un atteggiamento politically correct a nostro avviso eccessivo.

Lorenzo Tozzi

(foto: Max Pucciariello)

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