
VERDI Rigoletto A. Enkhbat, R. Mühlemann, G. Salas, G. Buratto, M. Belli, F. Beggi, C. Vichi; Orchestra e Coro del Teatro alla Scala, direttore Marco Armiliato regia Mario Martone scene Margherita Palli costumi Ursula Patzak
Milano, Teatro alla Scala, 7 ottobre 2025
Gran delusione, la ripresa di un Rigoletto che viceversa, tre anni fa, aveva entusiasmato (qui la mia recensione di allora): e se lo spettacolo di Martone si rivela anche oggi di fortissimo impatto, nella sua cupa violenza fatta dallo scontro di due mondi (alto e basso) fatti entrambi di decadenza e corruzione morale, fino alla arbitraria ma significativa rivolta finale, oggi si è sentita acutamente l’assenza di una bacchetta all’altezza. Marco Armiliato è un routinier per eccellenza, e per questo ha all’attivo centinaia di recite a Vienna e New York, teatri dove notoriamente le prove non esistono o sono ridotte all’osso: e qui a Milano, partendo da un Preludio falloso e slentato, ha diretto limitandosi a seguire più o meno bene i cantanti, concedendo loro tutti (e dico tutti!) i cattivi vezzi della tradizione (dall’acuto finale su “Pari siamo” al Fa grave di Sparafucile trascinato allo sfinimento) senza un’idea, un colore, uno stimolo. E raramente, di conseguenza, l’orchestra ha suonato con tale sciatteria. Senza una guida salda, i cantanti facevano più o meno quel che volevano: Galeano Salas, che ha sostituito Korchak che ha sostituito Grigolo (tutti della stessa agenzia, certamente un caso…) è stato forse il migliore, in virtù di un colore limpido, di uno squillo delicato ma presente, e di una certa baldanza che ben si addice al Duca. Solo nella cabaletta “Possente amor” si sono notate certe fragilità, ma il materiale è certamente buono. Regula Mühlemann, che pure nel repertorio tedesco è pregevole, è un totale miscast come Gilda, vista la evidente assenza di idiomaticità e i mille problemi del suo canto (per tacere della fragilità dell’estremo acuto: il Mi bemolle era un suono flebile, e la dimensione tragica del terz’atto totalmente assente), mentre Amartuvshin Enkhbat sfoggia la voce impressionante di sempre, il canto eccellente che gli conosciamo ma un’inerzia espressiva che rasenta l’indifferenza, e colpisce davvero se applicata a un personaggio viceversa così gigantesco. Eccellente — nonostante il citato Fa grave tenuto volgarmente allo spasimo — lo Sparafucile di Gianluca Buratto, così come la Maddalena di Martina Belli ha presenza scenica e incisività davvero notevoli; e fra i comprimari è da applaudire il grandioso Monterone di Fabrizio Beggi, con quella caratterizzazione voluta da Martone in maniera non dimenticabile. Successo per tutti, e fischi per la regia: il mondo alla rovescia.
Nicola Cattò
Foto: Brescia e Amisano / Teatro alla Scala