
PUCCINI Turandot Ewa Płonka, Marcello Nardis, Shi Zong, Francesco Pio Galasso, Maria Novella Malfatti, Vincenzo Nizzardo, Valentino Buzza, Mauro Secci, Lorenzo Mazzucchelli, Maria Grazia Piccardi, Martina Serra; Orchestra e Coro del Teatro Lirico, direttore Michele Gamba Maestro del coro Giovanni Andreoli Coro di voci bianche del Conservatorio Statale di Musica “Giovanni Pierluigi da Palestrina” di Cagliari, Maestro del coro di voci bianche Francesco Marceddu regia e costumi Rafael R. Villalobos sceneEmanuele Sinisi
Cagliari Teatro Lirico 24 giugno 2026
Anche il Teatro Lirico di Cagliari partecipa alla universale celebrazione del centenario della prima di Turandot (Milano, Scala, 25 aprile 1926), allestendo una nuova produzione dell’opera dopo quella dello scultore Pinuccio Sciola, ripresa per ben 22 recite nel 2014 e nel 2017. Le quattordici edizioni del passato hanno alternato diverse soluzioni del finale, interrotto dalla morte prematura del compositore: dall’incompiuta di toscaniniana memoria alle due versioni di Alfano, mai però quella di Luciano Berio. Questa volta si riprende il consueto finale secondo di Alfano che termina con una sorpresa.
Dal punto di vista musicale il direttore Michele Gamba sembra seguire un doppio registro: finezze di grande gusto, soprattutto nell’emergere degli strumentini, sempre bene evidenziati, e clangori talvolta eccessivi che tendono a coprire il palcoscenico. Riuscitissimo l’accompagnamento di “Tanto amore segreto”, forse il momento clou dell’esecuzione. Bene il coro istruito da Giovanni Andreoli e le voci bianche del Conservatorio “Palestrina” di Cagliari diretto egregiamente da Francesco Marceddu.
A livello vocale la protagonista, Ewa Plonka, sfoggia un timbro luminoso e chiaro, inconsueto per il ruolo, giungendo all’ardua prova finale con capacità di resa notevole. Francesco Pio Galasso è tenore da acuti che dovrebbe curare meglio fraseggio ed espressione, ma è anche il più penalizzato dal sovrastare dell’orchestra. Disegna una Liù proterva e non rassegnata Maria Novella Malfatti, molto più a suo agio nella grande scena del terzo atto che nel primo.
Corretto Shi Zong quale Timur che ringiovanisce accudito da un piccolo Calaf, che poi si moltiplica nelle voci bianche, mentre è ottimo l’Altoum di Marcello Nardis, che finalmente abbandona il tono querulo di tradizione per una voce salda e sicura con ottima dizione: dispiace ancor di più, dunque, il suo costume a metà tra lo sciamano e star televisive d’antan. Completano il cast le tre maschere, sbrilluccicanti in costumi di lamé variamente colorati, e sono Vincenzo Nizzardo, Valentino Buzza e Mauro Secci, buoni cantanti e ottimi attori, ben amalgamati sia nell’ironia che nei toni nostalgici che aprono il secondo atto. Lorenzo Mazzucchelli è un corretto Mandarino come le ancelle Maria Grazia Piccardi e Martina Serra, scelte tra le artiste del coro.
Il proclama del regista Rafael R. Villalobos afferma che in questa Turandot “si affronterà il tema del capitalismo, evidenziandone i meccanismi a tutti i livelli: politico, economico e, naturalmente, anche sentimentale”. Che poi il risultato lo confermi è un altro discorso. Gli enigmi sono declassati a chiacchiere da talk-show, la seduttività di Turandot è tutta nel rossetto che poi dona a Calaf; le torture e le violenze sembrano mosse di balletto; la sorpresa finale è l’amplesso poco casto di Liù, tornata cantante nel suo camerino, con il rider che le porta il cibo, mentre risuona il duetto finale che non sarà un capolavoro ma non deve essere disturbato da inevitabili distrazioni che poco hanno a che fare con la musica.
Positiva la opprimente scenografia di Emanuele Sinisi che consta di un emiciclo di struttura metallica con scale e passerelle dove si assiepa di volta in volta il coro, chiamato a grande presenza attiva con movimenti azzeccati. Le luci di Felipe Ramos, cupe e alternate a bagliori, evocano un mondo senza tempo e senza luogo (i riferimenti cinesi si riducono a bande verticali di ideogrammi rossi all’inizio) mentre i movimenti coreografici sono affidati a Josè Ruiz. Niente cineserie dunque ma costumi (dello stesso Villalobos) che vestono una umanità cenciosa e insoddisfatta e assegnano alla protagonista e a Calaf abiti comuni, ben lontani dal fasto abituale dei ruoli.
Successo contrastato a metà con una parte del pubblico che ha accolto con buu il team registico, visibilmente soddisfatto dell’esito infelice: ormai vale più un insuccesso di un trionfo incondizionato? A memoria d’uomo è stata la prima contestazione a Cagliari che in realtà ha fatto passare a suo tempo soluzioni registiche ben peggiori inspiegabilmente. Segno dei tempi?
Franco Masala
*foto Angelo Cucca