Sulle tracce del giovane Donizetti: “Enrico di Borgogna” alla Fenice

DONIZETTI Enrico di Borgogna T. Iervolino, C. Collia, G. Bridelli, D. Monaco, O. Montanari, G. Toia, N. Pamio, C. Notarnicola; Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, direttore Corrado Rovaris regia Silvia Paoli scene Andrea Belli costumi Valeria Donata Bettella light designer Fiammetta Baldiserri

Venezia, Teatro Malibran, 20 giugno 2026

Dopo il successo di Anna Bolena, il Teatro La Fenice prosegue il proprio percorso di riscoperta del repertorio donizettiano meno frequentato riportando in scena Enrico di Borgogna, prima opera rappresentata di Gaetano Donizetti. Il titolo, presentato al Teatro Malibran nell’allestimento di Silvia Paoli nato per il Festival Donizetti di Bergamo nel bicentenario dell’opera, offre l’occasione di tornare alle origini del compositore bergamasco e di osservare da vicino i primi segnali di un talento destinato a segnare il melodramma italiano dell’Ottocento.

Andato in scena per la prima volta a Venezia nel 1818 al Teatro San Luca, oggi Goldoni, Enrico di Borgogna è un lavoro che porta ancora evidenti i segni della formazione del giovane Donizetti. Dal punto di vista musicale, l’opera si presenta come una sorta di laboratorio creativo nel quale convivono modelli assimilati e intuizioni personali. L’influenza di Rossini domina la scrittura vocale e la costruzione dei grandi pezzi d’assieme, animati da una brillante energia ritmica e da un gusto spiccato per il virtuosismo. Accanto a essa si riconosce l’eredità di Johann Simon Mayr, maestro di Donizetti, soprattutto nella cura dell’orchestrazione e nella limpidezza della tessitura strumentale. Ma ciò che rende particolarmente interessante questa partitura è la comparsa, già sorprendentemente evidente, di alcuni tratti destinati a diventare distintivi del linguaggio donizettiano: una naturale inclinazione al canto melodico, una particolare sensibilità per il disegno delle linee vocali e una notevole efficacia teatrale nelle scene d’insieme. Pur all’interno delle convenzioni dell’opera semiseria primo-ottocentesca, il giovane compositore lascia intravedere una personalità autonoma, capace di trasformare formule note in un discorso musicale già ricco di vitalità e di autentica ispirazione drammatica.

La regia di Silvia Paoli sceglie di non affrontare il lavoro come semplice dramma semiserio, ma di raccontarne la tormentata prima rappresentazione veneziana attraverso un gioco metateatrale. Lo spettacolo diventa così una vivace ricostruzione del mondo teatrale dei primi decenni dell’Ottocento, con i suoi capricci, le sue difficoltà organizzative e la sua irresistibile umanità. Sul palcoscenico convivono la vicenda dell’opera e quella della compagnia che la sta rappresentando: una sarta chiamata improvvisamente a sostituire il protagonista, ritardi, equivoci, rivalità tra artisti e una galleria di personaggi che animano continuamente la scena.

Pur basandosi su un meccanismo ampiamente frequentato, quello del “teatro nel teatro”, la regia mantiene ritmo e freschezza grazie a una conduzione brillante e a un’ironia mai eccessiva. L’allestimento riesce inoltre a suggerire, senza pedanteria, il contesto culturale e teatrale dell’epoca, restituendo il fascino di un mondo in cui l’invenzione scenica suppliva spesso alla scarsità di mezzi. Determinanti in questo senso risultano le scene di Andrea Belli, costruite attorno a un teatrino rotante dai fondali mobili, i costumi fantasiosi di Valeria Donata Bettella e le luci di Fiammetta Baldiserri, che contribuiscono a creare un ambiente colorato e dinamico.

Sul versante musicale, il debutto veneziano di Corrado Rovaris nel titolo si rivela particolarmente convincente. Alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro La Fenice, il direttore privilegia la componente teatrale della partitura con tempi sostenuti, una notevole varietà dinamica e una lettura che evidenzia tanto la matrice rossiniana quanto le peculiarità già emergenti del giovane Donizetti. La concertazione, sempre energica e ben profilata, valorizza la brillantezza della scrittura orchestrale senza sacrificare il canto, mantenendo viva la tensione drammatica lungo tutto l’arco della rappresentazione.

Sul piano vocale si sono distinte particolarmente le due protagoniste femminili. Teresa Iervolino affronta il ruolo eponimo con autorevolezza e piena consapevolezza stilistica, confermando le qualità che la collocano tra le migliori specialiste del repertorio belcantistico. La voce, dal timbro scuro e personale, si distingue per compattezza e uniformità lungo tutta la gamma, mentre la linea di canto mantiene costantemente nobiltà ed eleganza. Qualche lieve asperità negli acuti non intacca una prestazione di alto livello, culminata in un rondò finale risolto con sicurezza e intensità espressiva.

Di notevole rilievo anche l’Elisa di Giuseppina Bridelli, che asseconda con intelligenza le richieste della regia delineando una primadonna vezzosa e capricciosa senza scadere nella caricatura. Sul piano musicale convince per la qualità dell’emissione, la cura del fraseggio e la naturale musicalità, particolarmente evidenti nella sua aria del secondo atto e nelle pagine condivise con Guido.

Dave Monaco conferma le ragioni del crescente successo che lo accompagna nelle principali ribalte internazionali. Il tenore affronta l’impervia scrittura di Guido con slancio, coraggio e una notevole facilità nel registro acuto, sfoggiando mezzi vocali ragguardevoli e una presenza scenica comunicativa. Talvolta l’entusiasmo interpretativo lo porta a privilegiare l’impatto sonoro rispetto alla rifinitura stilistica, ma il risultato complessivo resta ampiamente positivo e accolto con favore dal pubblico.

Più diseguale la prova di Christian Collia nei panni di Pietro, ruolo tutt’altro che marginale e particolarmente impegnativo sotto il profilo tecnico. La vocalità appare a tratti poco sostenuta dalla necessaria solidità e la proiezione non sempre riesce a imporsi con la dovuta efficacia, soprattutto nei momenti più esposti della parte.

Ottimo, infine, Omar Montanari come Gilberto, personaggio cui Donizetti affida le principali parentesi comiche della partitura. L’artista coniuga efficacia teatrale e qualità vocali, trasformando i suoi interventi in alcuni dei momenti più godibili della serata. Completano con professionalità il cast Giuseppe Toia (Brunone), Chiara Notarnicola (Geltrude) e Nicola Pamio (Nicola), contribuendo alla buona riuscita complessiva dell’esecuzione.

Stefano Pagliantini

Foto: Michele Crosera

Data di pubblicazione: 21 Giugno 2026

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