
WAGNER Siegfried T. Blondelle, T. Ebenstein, D. Welton, Å. Jäger, G. Romberger, N. Mogg, H. Müller-Brachmann; Dresden Festspielorchester, Concerto Köln, direttore Kent Nagano
VERDI, ROSSINI Sinfonie e Cori Coro e Orchestra del Teatro alla Scala, direttore Riccardo Chailly
RACHMANINOV Vocalise, Liebesfreud flauto Andrea Lötscher pianoforte Mariya El Bay Kostenko
Lucerna, KKL e Ark Nova (Festival di Lucerna), 12-14 settembre 2025
Sono state giornate davvero intense quelle che dal 12 al 14 settembre scorso hanno concluso l’ultima edizione del Festival di Lucerna: dapprima è stata proposta una nuova produzione del Wagner filologico diretto da Kent Nagano (Siegfried), di cui la nostra rivista ha ampiamente parlato nelle due “tappe” precedenti; a seguire il Coro e l’Orchestra del Teatro alla Scala diretti da Riccardo Chailly in pagine di Rossini e Verdi, infine la curiosità architettonica di Ark Nova, prototipo di un’artistica sala da concerto gonfiabile, al suo debutto in Europa.
Cominciamo da Wagner. Il meritorio progetto pluriennale della Dresden Festival Orchestra e di Concerto Köln con la direzione di Nagano è giunto quest’anno, con Siegfried, alla penultima tappa della Tetralogia in forma di concerto, rivisitata secondo criteri storicamente informati per quanto riguarda l’impiego degli strumenti d’epoca, lo stile di canto e la dizione degli interpreti. Come già rilevato a proposito della Walküre, il risultato è sensazionale. Non saprei dire se all’epoca del compositore la sua musica risuonasse davvero così, ma ai nostri giorni si ha l’impressione di un approccio fresco, innovativo, e soprattutto profondamente meditato. Sul palcoscenico del grande auditorium di Lucerna l’enorme organico strumentale si è disposto con i contrabbassi a sinistra, le sei arpe a destra e i violoncelli al centro in posizione frontale, circondati dagli altri archi, con legni, ottoni e percussioni nelle retrovie. Il preludio del primo atto è risuonato sinistro come non mai, con il dissonante disegno in terze dei fagotti (la macchinazione di Mime) e lo strisciante motivo delle tube gravi. I crescendo erano puntualmente controllati, quasi trattenuti, per accrescere la situazione di tensione. Si dice che Siegfried, all’interno del Ring, svolga la funzione di una parentesi drammatica quasi nello stile di una fiaba o di una commedia: in parte è vero, ma rimane palpabile un fondo tragico che questa esecuzione ha giustamente posto in rilievo. Molto appropriata si è rivelata l’interpretazione di Mime da parte del tenore Thomas Ebenstein: Wagner non voleva che questo personaggio tanto complesso fosse reso semplicemente in modo caricaturale; c’è in lui una vera disperazione, un’intima sofferenza, oltre a tutta l’impalcatura di menzogne che sfocia nel subdolo Starenlied, da intonarsi con voce “stridula e lamentosa”. Oltre a Mime, sono il protagonista Siegfried e il Viandante-Wotan, qui interpretati rispettivamente dal tenore belga Thomas Blondelle e dal basso-baritono australiano Derek Welton, le colonne portanti dei primi due lunghi atti del dramma, insolitamente privi di voci femminili (per il ruolo dell’uccellino della foresta, è stata impegnata una voce bianca del Tölzer Knabenchor). Blondelle ha domato l’impervio ruolo: oltre a sostenere le parti vocalmente più esposte come lo Schmelzlied (“Notung! Notung! Neidliches Schwert!”) e lo Schmiedelied (“Hoho! Hahei”) alla fine del primo atto, si è distinto per la dolcezza e la particolare espressività di numerose frasi. Personaggio impavido ma anche poco avveduto, a tratti infantile e perfino brutale, Siegfried potrebbe quasi ricordare i giovani socialmente autoreclusi del nostro tempo, i cosiddetti “hikikomori”, se non fosse per la sua comunicazione privilegiata col mondo della natura che lo redime dal suo isolamento. Welton ha un timbro nobile e scuro che ben si adatta all’autorevolezza esteriore e all’inquietudine interiore del Wotan in incognito. Da segnalare, in tutti i cantanti, la grande cura nella pronuncia delle parole e l’opportuna messa in rilievo delle consonanti in fine di parola e delle allitterazioni tanto care a Wagner. Il terzo atto, arricchito dalle imponenti voci femminili di Gerhild Romberger (Erda) e Åsa Jäger (Brünnhilde), segna il punto culminante della partitura, con momenti indimenticabili in orchestra come il preludio tempestoso, il risveglio di Brünnhilde (in cui c’è già quasi tutto il mondo sonoro dei futuri poemi sinfonici di Richard Strauss), la magica comparsa del tema che sarà poi ripreso nell’Idillio di Sigfrido. Si coglie sempre, nella direzione di Nagano, un mirabile equilibrio nel respiro delle frasi musicali. Ancora una volta bravi Blondelle e Jäger nel rendere le più varie sfumature del duetto conclusivo, tra dolcezza, ansia ed esaltazione. Qualcuno potrebbe obiettare che un’esecuzione in forma di concerto, malgrado il conclamato intento di fedeltà storica, finisce per allontanarsi dalla concezione del teatro totale propria di Wagner. I cantanti apparivano di volta in volta sul palcoscenico senza costumi, ma con alcuni gesti scenici, più accentuati nel caso di Mime, ma anche di Alberich (Nicholas Mogg) e del drago Fafner (Hanno Müller-Brachmann) che per rendere la voce più minacciosa usava un megafono d’altri tempi. Quando però Siegfried vede Brünnhilde addormentata e rimane incantato dalla sua bellezza, è successo che in questa produzione l’interprete dell’eroina non aveva ancora fatto il suo ingresso sul palco, probabilmente per evitare l’imbarazzo di gestire lunghi minuti di immobilità. È vero che oggi si tenta talvolta anche la via della ricostruzione storica delle messe in scena (si pensi alla recente operazione del Palazzetto Bru Zane con Carmen), ma personalmente ritengo che sia stato saggio rinunciare al recupero della dimensione visiva originale del tempo di Wagner, forse irrimediabilmente lontana dalla nostra sensibilità. Senza contare che se, per una volta, ci si concentra unicamente sul rapporto testo-musica, senza l’invadenza di certe regie dei nostri giorni, tanto di guadagnato, soprattutto in una produzione come quella diretta da Nagano, in cui la ricerca storico-scientifica, per quanto senza dubbio importante e di grande valore, è poi confluita in una dimensione artistica e interpretativa assai felice, che rimane poi il traguardo principale.

Aria di casa si è quindi respirata nel successivo concerto della Scala – coro e orchestra – con la direzione di Riccardo Chailly. Sono state proposte sinfonie d’opera e pagine corali da Verdi e Rossini, includendo musiche popolarissime (come quelle tratte dalla Traviata, per non parlare dell’ouverture della Gazza ladra), ma anche meno note (dalla Battaglia di Legnano e dai Due Foscari). Non c’è bisogno di sottolineare quanto sia congeniale questo repertorio ai musicisti del massimo teatro milanese. E osservando l’entusiasmo del pubblico locale, in stragrande maggioranza di lingua tedesca, può forse sorprendere la maggior popolarità, al giorno d’oggi, degli operisti italiani rispetto a quel Wagner che proprio a Tribschen, sobborgo di Lucerna, visse per anni. Questa, almeno, la sensazione. Ma il Lago dei Quattro Cantoni è anche quello dell’eroe elvetico Guglielmo Tell, protagonista dell’omonimo capolavoro rossiniano sulle cui note si concludeva il programma. Lunghi applausi per i complessi scaligeri, per Riccardo Chailly e per il maestro del coro Alberto Malazzi. Come bis, la replica di “Si ridesta in ciel l’aurora” dalla Traviata, resa con strepitosa energia.

Infine, il capitolo “Ark Nova”. Così si chiama l’eccezionale sala da concerto che ha la particolarità, unica al mondo, di essere mobile e gonfiabile. Realizzata una dozzina d’anni fa, come risposta del mondo della cultura alla tragedia di Fukushima, la struttura è stata finora allestita quattro volte in Giappone, mentre il suo debutto in Europa è avvenuto in occasione di questo festival. A ideare l’opera sono stati il compianto architetto nipponico Arata Isozaki e il celebre artista anglo-inglese Sir Anish Kapoor in sinergia con il sovrintendente del Festival di Lucerna, Michael Haefliger (che ora, dopo ventisei anni, si accinge a cedere il timone a Sebastian Nordmann). La denominazione “Ark Nova” rimanda per assonanza all’“Ars nova” del XIV secolo, ma ingloba nel contempo il concetto biblico di arca: una salvezza che si fonda sull’unione di più persone attraverso l’arte e l’ottimismo, secondo il motto inglese adottato quest’anno, “Music is Hope”. Rispetto alle produzioni musicali appena discusse, Ark Nova ha ospitato concerti più popolari, informali e aperti al crossover. Vista dall’alto, la sala gonfiabile, che ha una capienza di circa 300 spettatori, può ricordare la forma di una ciambella col buco, di colore rosa-melanzana. È stata allestita nel parco del Lido, proprio sulla sponda del lago opposta al Museo Wagner di Tribschen. La struttura consta di una sottile membrana di poliestere rivestita in PVC che si gonfia in una decina di minuti. Si accede alla semisfera da due porte girevoli laterali, cui si aggiungono quattro ulteriori uscite di sicurezza. Una volta all’interno, si ha quasi l’impressione di trovarsi sotto la cupola di una chiesa postmoderna. Ma è un’atmosfera più fiabesca che mistica, evocata da una suggestiva luce rosacea. Nel concerto a cui ho assistito, la flautista Andrea Lötscher e la pianista Mariya El Bay Kostenko hanno reso omaggio a Sergej Rachmaninov, la cui storica villa sul Lago dei Quattro Cantoni dista solo mezz’ora di macchina da Lucerna. Ma che ne sarà in futuro di questa struttura all’insegna dell’unione tra architettura, ingegneria, arte e musica? «Diverse istituzioni – risponde la PR Ursina Wirz – ci hanno contattato per allestirla nelle loro città. Tuttavia, poiché lo sviluppo e la costruzione sono stati in gran parte finanziati dal Festival di Lucerna, i diritti restano vincolati alla nostra realtà. Ark Nova tornerà presto in Giappone, ma stiamo valutando anche l’idea di farne una replica debitamente aggiornata per l’Europa».
Marco Bizzarini