
BERNSTEIN Danze sinfoniche da West Side Story BRITTEN Concerto per violino e orchestra op. 15 BRAHMS Sinfonia n. 2 in Re maggiore op. 73violino Julia Fischer Orchestra della Svizzera italiana, direttore Markus Poschner
ORFF Carmina Burana baritono Aris Argiris controtenore Raffaele Pe soprano Nikola Hillebrand Cori amatoriali della Svizzera italiana, Orchestra della Svizzera italiana, direttore Markus Poschner
LAC, Lugano, 7 e 8 giugno 2025
Per la conclusione del lungo e felice periodo (dieci anni) della direzione musicale di Markus Poschner, l’Orchestra della Svizzera italiana ha fatto le cose in grande, organizzando intorno al direttore bavarese il proprio tradizionale Festival di Pentecoste (che negli ultimi anni era stato monopolizzato da Sol Gabetta con il suo “Presenza”): una serata jazz con Poschner nelle vesti di pianista affiancato da alcuni musicisti dell’orchestra e prestigiose guest star, un grande concerto sinfonico con una solista della caratura di Julia Fischer (monacense come Poschner) e una splendida festa conclusiva, che vedeva la partecipazione dei Cori amatoriali della Svizzera italiana per una esecuzione-monstre dei Carmina Burana.
Il sabato sera, come si diceva, un ampio programma che univa le tre “B” (la Fischer, poi, ne ha aggiunta una quarta suonando come bis la Sarabanda dalla Partita n. 2 di Bach) di Bernstein, Britten e Brahms: più che evidenziare un qualche legame stilistico, in effetti assente, la scelta dei tre autori ha confermato alcune delle direttrici del lavoro di Poschner con l’Osi, ossia l’apertura a repertori non tradizionalmente associati alla storia dell’orchestra, la collaborazione con solisti di caratura mondiale e la ricerca su Brahms, che ha fruttato un premio ICMA nel 2018 (l’integrale delle Sinfonie per Sony). Un Bernstein che tralasciava la facile comunicativa melodica, che strizzava raramente l’occhio alla brillantezza dei ritmi di danza, ma che insisteva su una quadratura ritmica, un’esattezza musicale quasi cruda, quasi stravinskiana; e se certi fragori del “Mambo” risultavano talora eccessivi, colpiva la cura posta in ogni singolo dettaglio strumentale, con il tema di “There’s a place for us” miniato come un adagio beethoveniano. Bernstein amava molto la musica di Britten: aveva diretto la prima americana di Peter Grimes a Tanglewood nel 1946 e nel suo ultimissimo concerto, nel 1990, ne diresse (con la Settima di Beethoven) i Quattro interludi marini. Non diresse però mai il Concerto per violino: non stupisce, essendo quest’ultima una pagina di ancora rara esecuzione, visto la sbalorditiva difficoltà della parte solistica. Julia Fischer, che aveva suonato questo Concerto sempre a Lugano nel 2017, con la BBC Philharmonic, è interprete ideale di questa composizione: lo è per la perfezione tecnica, per il suo modo sempre un po’ algido di concepire la musica, per la cavata di incredibile bellezza e generosità timbrica (secondo la scuola di Menuhin, da cui deriva per li rami). Non solo il dominio dei tanti passaggi con quegli armonici scopertissimi è praticamente totale, ma la poesia quasi allucinata che la Fischer sa estrarre dalla tremenda cadenza lascia a bocca aperta il pubblico: Poschner la sostiene e “accompagna” (ma quanto infelice può essere questo verbo!) con un’attenzione, una fantasia timbrica e una precisione davvero lodevoli: un momento per tutti, il modo in cui l’ottavino riprende, con lo stesso colore, l’ultimo armonico del violino. Dopo questa prodezza, la Fischer si accomoda in platea per ascoltare il Brahms dell’amico Poschner. Un Brahms che, provvisto di un organico più ampio di quello normalmente proposto dall’Osi (viste le richieste delle pagine di Bernstein e Britten), viene visto sì con gli stessi criteri già apprezzati in questi anni – grande cura delle voci interne, una brillantezza del colore che evita gli eccessivi paludamenti tardoromantici di una tradizione interpretativa deteriore – ma ovviamente con un’energia, un’intensità che giova sia allo struggente Adagio che alla fanfara conclusiva, davvero giubilante. E l’orchestra ripaga Poschner con una prestazione maiuscola (una lode particolare al gruppetto dei corni, quasi inappuntabili).
La sera dopo, come si diceva, festa grande: dopo i discorsi di rito, e la commozione evidente sul volto di Poschner, ecco questi Carmina Burana kolossal con oltre 300 coristi stipati sul palco, e l’orchestra schiacciata nello spazio della buca (rialzata, ovviamente). Colpiva l’entusiasmo, la capacità di Poschner di recuperare al volo gli inevitabili sbandamenti e di “tamponare” l’evidente squilibrio tra donne (almeno l’80% del gruppo!) e uomini: al critico pignolo (io) resta però da deplorare i pasticci nella pronuncia del latino, con quella ecclesiastica e la cosiddetta restituta (in questo caso più adatta) che si intrecciavano con troppa disinvoltura.

Con il concorso dimenticabile del baritono Aris Argiris, modesto di Raffaele Pe e invece inappuntabile del soprano Nikola Hillebrand (luminoso il suo Re sopracuto), la serata è finita in festa: con l’auspicio, naturalmente, che quello di Poschner non sia un addio ma un arrivederci.
Nicola Cattò