Nabucco, Trovatore e Barbiere: il MOF 2026 convince il pubblico

Il trovatore

VERDI Il trovatore V. Priante, M. Gresia, S. Petrović, H. Guo, D. Kim, A. Camarin, S. Fenotti, M. Sagripanti; Coro Lirico Marchigiano ‘V. Bellini’, FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana, direttore Dmitri Jurowski regia Francisco Negrin scene e costumi Louis Désiré

VERDI Nabucco A. Ganbaatar, A. Scotto Di Luzio, A. Comes, A. Bartoli, L. Verrecchia, R. Ran, S. Fenotti, A. Camarin; Coro Lirico Marchigiano ‘V. Bellini’, FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana, direttore Fabrizio Maria Carminati regia Paul-Émile Fourny scene Benito Leonori costumi Giovanna Fiorentini video Mario Spinaci coreografie Giorgia Leonardi

ROSSINI Il barbiere di Siviglia R. Gatin, M.F. Romano, R. Lupinacci, G. Martirosyan, R. Fassi, G. Mazzola, V. Morelli, M. Caudera, D. Filipponi; Coro Lirico Marchigiano ‘V. Bellini’, FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana, direttore Jacopo Brusa regia Daniele Menghini scene Davide Signorini costumi Nika Campisi luci Simone De Angelis video Stefano Teodori

ORFF Carmina Burana K. Gardeazabal, R. Gatin, G. Martirosyan; Pueri Cantores “D. Zamberletti”, Coro Lirico Marchigiano ‘V. Bellini’, FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana, direttore Ramón Tebar video Luca Agnani

Macerata Opera Festival, 25, 26 luglio, 2, 7 agosto 2026

Il Mof 2026 chiude, almeno al botteghino, con dati indubbiamente molto positivi: un milione e mezzo di incasso lordo, tutte le recite di barbiere di Siviglia e Carmina Burana sold out, Nabucco in crescita costante di pubblico fino al tutto esaurito dell’ultima recita e, infine, Trovatore accolto da notevole interesse, con pochissimi posti vuoti. Se non c’è nulla da eccepire sulla risposta del pubblico alcune considerazioni andranno invece fatte sulla qualità degli spettacoli. Il trovatore è un’opera che, nello spazio dello Sferisterio, richiede un equilibrio particolarmente delicato fra impatto teatrale e tenuta musicale. Francisco Negrin lo affronta con uno spettacolo (risalente al 2013) come sempre suggestivo e di forte impatto visivo, mentre assai meno convincente è risultata la direzione di Dmitri Jurowski. Al netto dei consueti tagli di tradizione, la lettura è apparsa eccessivamente dilatata nei tempi, poco tesa e alla lunga faticosa, finendo per smorzare quella tensione teatrale che dovrebbe essere il motore stesso della partitura verdiana. Vito Priante, subentrato a Franco Vassallo come Conte di Luna, conferma le proprie qualità di artista sensibile e raffinato, ma sembra incontrare qualche difficoltà nel misurarsi con le dimensioni dello Sferisterio: la necessità di forzare l’emissione finisce talvolta per compromettere la naturalezza del fraseggio in una parte che richiede caratteristiche vocali e temperamentali molto diverse da quelle per cui Priante è maggiormente conosciuto, e l’impressione complessiva è quindi interlocutoria. Haiyang Guo, chiamato a sostituire Piero Pretti come Manrico, offre una prova complessivamente positiva: voce solida, acuti sufficientemente squillanti e una presenza che regge bene le dimensioni dell’arena. Il fraseggio potrebbe essere ancora più curato, ma il risultato è convincente. Martina Gresia, subentrata con poco preavviso a Marta Torbidoni nel ruolo di Leonora, supera bene la prova. Qualche volta l’impressione è quella di un eccesso di intenzione, quasi la necessità di accentuare ogni frase per assicurarsi di raggiungere il fondo dello Sferisterio, ma nel complesso la prestazione è più che dignitosa: sarebbe interessante risentirla in una produzione montata su di lei e non come sostituta. La palma della serata va senza dubbio a Sofija Petrović, un’Azucena intensa e autorevole, capace di evitare ogni tentazione di gigioneria pur mantenendo una notevole forza drammatica. La voce, ampia e omogenea, le consente di affrontare con sicurezza anche il rischioso Do del duetto con Manrico. È lei a raccogliere, non a caso, l’applauso più caloroso della serata. Accettabile Dongho Kim come Ferrando, così come il resto della compagnia, senza particolari cadute di rilievo.

Anastasia Bartoli (Abigaille)

Se Il trovatore ha lasciato soprattutto l’impressione di una concertazione priva di tensione, Nabucco ha avuto tutt’altra sorte. Fabrizio Maria Carminati dirige con ritmo, energia e le giuste morbidezze, restituendo alla partitura il necessario slancio teatrale: una differenza di passo e di respiro notevole. Qualche perplessità, semmai, è arrivata dalla concertazione nel suo complesso: le scelte ornamentali dei singoli interpreti non sembrano sempre ricondotte a una visione comune. Abigaille, per esempio, introduce variazioni nella cabaletta, mentre Zaccaria mantiene la propria linea senza analoghi interventi. Nulla di scandaloso in sé, naturalmente, ma in una lettura operistica è proprio il direttore a dover dare coerenza alle diverse libertà dei cantanti, evitando che la tradizione esecutiva diventi semplicemente una somma di iniziative individuali. Nel cast, Ariunbaatar Ganbaatar offre un Nabucco convincente, sostenuto da buon volume, ottima dizione e un fraseggio curato. Anastasia Bartoli è un’Abigaille di notevole presenza: voce ampia e di bellissimo timbro, temperamento travolgente e una vocalità privilegiata. Proprio per questo, però, qualche cautela non sarebbe fuori luogo: un repertorio che porta rapidamente da Rossini (indimenticata la sua Ermione pesarese) a Puccini passando per Abigaille richiede particolare attenzione, perché sono terreni vocali che non si attraversano impunemente. La voce è splendida, ampia e, oltretutto, funziona benissimo allo Sferisterio, come le ovazioni del pubblico hanno sancito, quindi vorremmo ascoltarla ancora a lungo. Le variazioni in “Salgo già del trono aurato”, però, sono apparse francamente eccessive e poco persuasive. Notevole Alberto Comes come Zaccaria, interprete dalla vocalità che sembra collocarsi forse più naturalmente nell’area del basso-baritono che in quella del basso profondo, ma dotato di acuti eccellenti e pienamente funzionale al ruolo. Sarebbe interessante riascoltarlo in un ruolo come il Méphistophélès del Faust di Gounod, dove queste caratteristiche potrebbero trovare una collocazione particolarmente felice. Bene anche Laura Verrecchia come Fenena e Alessandro Scotto di Luzio come Ismaele, quest’ultimo in una parte che, inevitabilmente, offre ben poco spazio al tenore di turno. Positiva anche la prova degli altri interpreti, con una menzione particolare per Alessia Camarin, un’Anna chiamata a sostenere con efficacia il concertato dell’Inno a Jehova. Più interlocutoria la parte visiva. Lo spettacolo di Paul-Émile Fourny, con l’impianto modulare curato da Benito Leonori, ha almeno il merito della funzionalità: una struttura facilmente adattabile, che troverà probabilmente un’utilità concreta nel successivo riadattamento al Teatro Pergolesi di Jesi, con cui è coprodotto. Sul piano strettamente teatrale, tuttavia, l’allestimento appare piuttosto innocuo: pochi guizzi, poche idee realmente memorabili, a fronte di qualche efficace movimento delle masse. Resta difficile, per esempio, comprendere il senso della presenza di Fenena (in teoria un ostaggio) che si muove tranquilla e indisturbata nel finale primo. Piuttosto discutibile anche la scelta delle proiezioni, non tanto per l’idea in sé quanto per la loro realizzazione e collocazione: invece di sfruttare la grande superficie muraria dello Sferisterio, vengono utilizzati dei teli che finiscono per apparire visivamente superflui e poco integrati nell’impianto scenico. Successo caldissimo al termine con tanto di bis (in verità non richiesto in maniera così insistente) del celebre ‘Va pensiero’.

Il barbiere di Siviglia

Grandi applausi anche per Il barbiere di Siviglia, esaurito a ogni recita nella ripresa dello spettacolo di Daniele Manghini già visto nel 2022 che ambienta la vicenda in uno studio televisivo e nel mondo social. La direzione di Jacopo Brusa è parsa solida e professionale, ma il direttore è subentrato a Gianluca Martinenghi poco prima del debutto e, in queste condizioni, è difficile attribuirgli responsabilità per una preparazione necessariamente compressa e che non sempre è sembrata totalmente a fuoco, soprattutto in un Finale I un po’ confusionario. Lo spettacolo di Daniele Menghini ha raccolto un’accoglienza entusiastica. È certamente dinamico, colorato e costruito con grande energia, ma proprio qui sta il suo limite: quando tutto è continuamente in movimento, alla fine nulla lo è davvero. Personaggi sempre in corsa, gag incessanti, telecamere continuamente in azione, trovate una dietro l’altra: l’effetto è inizialmente divertente, ma alla lunga diventa sovraccarico e finisce per attenuare anziché rafforzare la comicità rossiniana. È un po’ come una pietanza caricata di spezie fino al punto in cui si finisce per cancellare il sapore degli ingredienti. Grisha Martirosyan è un Figaro simpatico e disinvolto, ma penalizzato da una voce poco consistente e da qualche forzatura. Ruzil Gatin sembra trovare una dimensione più convincente nei momenti di maggiore slancio lirico, mentre nelle agilità del Conte fatica a mantenere la necessaria scioltezza. Raffaella Lupinacci è una Rosina spiritosa e disinvolta, ma non sempre omogenea nei diversi registri. Riccardo Fassi offre un Basilio scenicamente efficace, ma con mezzi vocali che sembrano un poco sottodimensionati per lo spazio dello Sferisterio. Marco Filippo Romano è un Bartolo bravo, comunicativo e simpatico, mentre Giulia Mazzola si impone come Berta in una prova fresca, precisa e vocalmente più presente di molte altre. E forse è proprio questo il dato più significativo: quando Berta finisce per essere il punto di forza vocale della compagnia, qualche domanda sul bilanciamento complessivo del cast è inevitabile. Il pubblico, va detto, non sembrava condividere affatto le riserve di chi scrive: ha seguito lo spettacolo con grande entusiasmo, ridendo e applaudendo praticamente ogni trovata, il che dimostra anche quanto lo spettacolo di Menghini sappia comunicare immediatamente con la platea. Resta però la sensazione che, dietro un consenso tanto caloroso, la componente visiva e farsesca abbia finito per prevalere nettamente su quella musicale. Grande successo (e Sferisterio esaurito) anche per il ritorno dei Carmina Burana di Carl Orff (già ascoltati qualche anno fa) in un’unica data. Una serata nella quale Ramón Tebar (debuttante allo Sferisterio) ha dovuto fare un vero lavoro di equilibrismo per tenere insieme una macchina musicale tutt’altro che semplice, riuscendoci peraltro con risultati più che discreti. La direzione ha garantito una buona tenuta d’insieme e, considerata la complessità dell’organico e il rischio sempre presente di perdere il controllo dell’imponente costruzione di Orff, è probabilmente uno degli aspetti più positivi della serata. Meno convincenti le proiezioni di Luca Agnani, che sono parse innocue, francamente piuttosto ingenue e poco incisive: immagini che hanno accompagnato la musica senza realmente aggiungere una dimensione teatrale o interpretativa alla partitura. Karen Gardeazabal ha affrontato la parte di soprano con una voce morbida e suadente, offrendo una prova elegante e misurata. Ruzil Gatin si è confermato un tenore efficace anche in una scrittura vocale tutt’altro che semplice, affrontata con buona sicurezza. Grisha Martirosyan ha riproposto sostanzialmente le caratteristiche già evidenziate come Figaro: preparazione musicale e una bella voce, ma anche un’emissione spesso arretrata e poco proiettata. In più, il ricorso al falsetto ha lasciato qualche perplessità e meriterebbe un lavoro ulteriore. Molto bene il Coro, elemento fondamentale dell’esecuzione, e positiva anche la partecipazione dei Pueri Cantores Zamberletti. Il pubblico ha seguito la serata con entusiasmo e partecipazione, anche se non sono mancati applausi generosi ma talvolta poco pertinenti rispetto a ciò che stava effettivamente accadendo sul palcoscenico. È comunque evidente che la proposta abbia raggiunto il suo obiettivo più immediato: coinvolgere la platea. Per il 2027 previsti un nuovo allestimento di Tosca (in coproduzione con la Fondazione Pergolesi Spontini, regia di Tomer Zvulun e direzione di Ramón Tebar) con le riprese dell’Elisir d’amore balneare targato Damiano Michieletto (Direttore Corrado Rovaris) e l’immortale Traviata ‘degli specchi’ con regia di Henning Brockhaus e la direzione musicale affidata a Lü Jia.

Gabriele Cesaretti

Data di pubblicazione: 13 Agosto 2026

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