L’arte della Bartoli per l’Orfeo cremonese

GLUCK Atto d’Orfeo da Le feste d’Apollo (Versione di Parma, 1769) Orfeo Cecilia Bartoli Euridice e Amore Mélissa Petit Les Musiciens Du Prince – Monaco,direttore Gianluca Capuano Il Canto di Orfeo, direttore Jacopo Facchini

Cremona, Teatro Ponchielli, 11 giugno 2025

Prima di addentrarci nel resoconto della serata cremonese, mi sia consentita una nota a margine, una chiosa dal sapore filologico, che nulla ha a che vedere con la maiuscola performance della diva Cecilia. Si sa che i poeti sono vasi sacri in cui lo spirito degli eroi si conserva, e la voce della Bartoli è ancella della parola, non solo dal punto di vista della corretta dizione, della prosodia del testo, ma soprattutto del significato profondo del verbo poetico. Dunque per i veri artisti, come la divina Cecilia Bartoli, la luce e il calore irradiati dal sacro fuoco dell’arte imperano sempre, senza sé e senza ma!

Il 24 agosto 1769, per le nozze del duca Ferdinando I con l’arciduchessa d’Austria Maria Amalia, in quel di Parma (Teatrino di Corte) venne allestita una rappresentazione formata da tre atti, tratti da lavori differenti, non legati da una trama unitaria. Il lavoro fu intitolatoLe feste d’Apollo, composto da un prologo e tre atti, tutti su musica di Gluck: il primo chiamato Bauci e Filemone, il secondo Aristeo, e il terzo Orfeo (proposto durante la serata inaugurale del Monteverdi Festival 2025). Dunque, l’articolazione originale del terzo atto prevedeva sette sezioni, in luogo delle cinque approntate ad hoc dal direttore e concertatore Gianluca Capuano, con lieto fine (si sa quando le occasioni sono gioiose, come solitamente gli sposalizi, anche il mito di Orfeo viene edulcorato; il libretto dell’Euridice di Rinuccini ne è un esempio paradigmatico). Va da sé che l’Atto d’Orfeo da Le feste d’Apollo, propostoa Cremona,non si potrebbe propriamente definire come «Versione di Parma».

Secondo una scelta drammaturgica “simmetrica”, l’azione si apre e si chiude con la trenodia corale in morte di Euridice, una scelta forse legittima, ma sicuramente arbitraria, anche perché viene chiaramente precisato nel libretto originale: «Per adattar la favola alle scene si è cambiata la catastrofe». Mi verrebbe da giustificare la scelta di Capuano pensando alla favola di Striggio musicata da Monteverdi; ma certo è che, al di là del felicissimo esito del concerto, non abbiamo potuto udire le luminose e candide note dell’imeneo finale. Anche il cambio d’abito di Bartoli/Orfeo tra terza e quarta scena, il tailleur nero muta di bianco colore, ha contribuito a creare una certa dose di illusione tra i sostenitori del gineceo di Euridice.

Ma passiamo ora in rassegna la qualità musicale di questa rappresentazione in forma di concerto, in cui l’orchestra ha giocato un ruolo mimetico al pari dei cantanti: tre personaggi, Orfeo, Euridice e Amore, ma due voci (il mezzosoprano Cecilia Bartoli e il soprano Mélissa Petit). Dopo una Overtura dal sapore protoromantico, in cui agli archi si sono uniti legni, ottoni, timpani e il continuo a fior di labbra del fortepiano, l’azione è entrata nel vivo con la patetica trenodia corale in morte di Euridice (giacente sul palcoscenico), cui si è già accennato. I movimenti del coro, con abiti a lutto e ceri ferali, prospetta l’esito del mito orfico. La scena è quasi interamente ad appannaggio di Orfeo, che passa in rassegna, per arie e recitativi, ogni sfumatura d’amore: gioia, serenità, possanza, disillusione, dolore e morte. Le eccelse doti attoriali delle Bartoli sono state assecondate da un’orchestra ricca di nuances, le cui prime parti hanno concertato al pari dell’affetto espresso, di volta in volta, all’interno del flusso drammaturgico. Anche la voce di Mélissa Petit ha potuto brillare, soprattutto nell’aria di Amore (scena seconda). Inutile dilungarsi cercando nuovi aggettivi adatti alla Bartoli: sono ben trentacinque anni che mai delude il pubblico, confermandosi un’artista di caratura vocale ed espressiva davvero sorprendente, unica e inimitabile!

Quello che personalmente mi ha colpito in questa recita cremonese è stata la preparazione esemplare de Il Canto di Orfeo, compagine corale istruita da Jacopo Facchini, la cui dizione e intonazione hanno reso espressivo un lavoro armonicamente razionale, spesso sospeso sul filo di un concetto apollineo travisato in asetticità tout court. Lo stesso discorso vale anche per la concertazione di Gianluca Capuano alla testa de Les Musiciens Du Prince, un’orchestra che suona magnificamente non solo nei momenti sinfonici (si veda per esempio la rutilante tempesta della scena terza), ma che sa anche accompagnare suadentemente le peripezie dei personaggi, respirando sempre insieme a loro.

Anche quest’anno, in un teatro “Ponchielli” gremitissimo, non sono mancati mazzi di rose e fiori gettati in palcoscenico, standing ovation e persino richieste di bis; i meritatissimi applausi, scrosciati interrottamente, sono stati riservati proprio a tutti i fautori di questo nuovo miracolo musicale.

Michele Bosio

Data di pubblicazione: 14 Giugno 2025

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