Lampe e la “mock opera”: una riscoperta romana

LAMPE Piramo e Tisbe Guangwei Yao; Jessica Ricci; Jiacheng Fan; Alejo Alvarez Castillo; Dayu Xu; tastiere Antonio Maria Pergolizzi regia Cesare Scarton elementi scenici Sofia Sciamanna costumi Virginia Blini adattamento e drammaturgia Cesare Scarton e Lorenzo Tozzi consulenza musicale Lorenzo Tozzi

Roma, Centrale Montemartini, Sala Macchine, 25 ottobre 2025

Riportare in vita una mock opera dopo quasi tre secoli di oblio non è soltanto un’operazione musicologica. È anche un viaggio nel tempo. In un tempo in cui la musica italiana era talmente dominante in Europa da provocare, per contrasto, fenomeni di insofferenza, rivalità e accese polemiche. Accadeva, ad esempio, nell’Inghilterra dei primi decenni del Settecento, quando i teatri pullulavano di opere italiane e persino star come Händel si adeguavano senza batter ciglio ai gusti correnti.

È in questa cornice che si colloca Piramo e Tisbe, mock opera in un atto di John Frederick Lampe, andata in scena in prima italiana alla Centrale Montemartini di Roma. Una produzione del Teatro dell’Opera con la regia di Cesare Scarton e la consulenza musicale di Lorenzo Tozzi, entrambi curatori anche dell’adattamento e della drammaturgia. La vicenda è quella narrata da Ovidio nelle Metamorfosi: due giovani amanti babilonesi, appartenenti a famiglie nemiche, sono costretti a parlarsi solo attraverso la fessura di un muro. Quando finalmente decidono di incontrarsi, in un appuntamento notturno al chiaro di luna, Tisbe è messa in fuga da un leone famelico che ha appena sbranato una preda e imbratta di sangue il suo velo lasciato a terra. Vedendo il velo insanguinato, Piramo crede che la fanciulla sia morta e, disperato, si ferisce mortalmente con la spada. Tragico equivoco che indurrà anche Tisbe a darsi la morte.

Se vi ricorda Romeo e Giulietta, siete sulla strada giusta: il mito ovidiano era talmente noto a Shakespeare che lo innestò anche nel quinto atto del Sogno di una notte di mezza estate, facendone l’oggetto di una dilettantesca rappresentazione affidata a rozzi operai e artigiani.  E laddove il Bardo mette alla berlina i teatranti dilettanti, il compositore Lampe riprende l’identica situazione e cambia bersaglio, indirizzando i suoi strali verso la trionfante opera italiana e i virtuosi cantanti venerati dal pubblico.

Lampe, chi era costui? Nulla di irreparabile se non l’avete mai sentito prima, la musicologia, in fondo, c’è anche per questo. Nato in Sassonia nel 1703, fu fagottista nell’orchestra di Händel al King’s Theatre di Londra e qui, negli anni ’30 e ’40 del suo secolo, si adoperò per far nascere un’opera autenticamente inglese che facesse fronte al modello italiano. Tentativi che lasciarono il tempo che trovarono, ma nel 1745 riuscì a programmare, nientemeno che al Covent Garden, questa sua Piramo e Tisbe, atto unico con intento parodistico, di cui sono giunti fino a noi dieci brani solistici e tre duetti (ma non i recitativi cantati e il coro finale). Caratteristica del “mock” era l’alternanza fra brani cantati e testi parlati che Lampe preleva direttamente dal Sogno shakespeariano, sostituendo l’originale corte ateniese con un gruppo di gentiluomini, tra cui gli artefici stessi dello spettacolo, che commentano puntutamente e fanno da raccordo tra un numero e l’altro.

Jessica Ricci (Tisbe)

È su questo materiale che Tozzi e Scarton hanno lavorato, scegliendo di mantenere le parti musicali in lingua inglese e di adattare i dialoghi in prosa in italiano, affidando agli attori anche il compito di anticipare il contenuto delle parti cantate. Ne vien fuori un divertissement garbato e brioso che vede sfilare personaggi-caricatura come Maestro suggeritore, Semibreve, Prologo-Epilogo e i protagonisti della parodia: Piramo e Tisbe naturalmente, ma anche le ironiche personificazioni del Muro, della Luna e del Leone. Fedele ai suoi intenti, Lampe affida loro non vere arie all’italiana con i vituperati virtuosismi vocali, ma “song” dalla melodia lineare e dalla struttura più semplice. Lirici e seri gli interventi dei giovani amanti, ironici quelli dei personaggi umanizzati. Spicca l’originale parte del Leone che canta persino i ruggiti, guadagnandosi il divertito commento dei gentiluomini in scena che sembra uscito dalla penna di un Satie: “Una bestia davvero garbata e coscienziosa!”. E altrove, sulla performance della Luna si dirà perfidamente: “Con quel poco di cervello si direbbe che è luna calante!”

Considerando la dimensione low budget della produzione, Scarton utilizza al meglio gli spazi a disposizione, abbattendo la quarta parete e giocando sul contrasto tra i manierismi settecenteschi del testo e i reperti di archeologia industriale che campeggiano nella Sala Macchine della Centrale Montemartini. Sulla stessa linea gli elementi scenici aggiuntivi di Sofia Sciamanna, le luci di Zofia Pinkiewicz e gli spiritosi costumi di Virginia Blini.

Sono stati al gioco i giovani i cantanti, provenienti dal vivaio di “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma: Jessica Ricci (Tisbe), Guangwei Yao (Piramo), Jiacheng Fan (Muro), Alejo Alvarez Castillo (Leone) e Dayu Xu (Luna). A far loro da contrappunto i cinque attori del corso di perfezionamento del Teatro di Roma: Federico Gariglio, Giacomo Cremaschi, Andrei Cuciuc, Emanuele Baldoni e Niccolò Massi. A farsi carico della parte strumentale una tastiera affidata a Antonio Maria Pergolizzi, ma sarebbe auspicabile una ripesa con i veri strumenti previsti.

Giovanni D’Alò

Foto: Fabrizio Sansoni / Opera di Roma

Data di pubblicazione: 30 Ottobre 2025

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