
VERDI Otello L. Ganci, M.T. Leva, R. Burdenko, P. Cataldo, L. Dall’Amico, J. Bailly, B. Nacoski, N. Donini, B. Aty Monga Ngoy; Orchestra e Coro dell’Opéra Royal de Wallonie-Liège, direttore Francesco Lanzillotta regia Allex Aguilera scene Bruno de Lavenère costumi Françoise Raybaud luci Laurent Castaingt videoproiezioni Arnaud Pottier
Liegi, Teatro dell’Opéra Royal de Wallonie-Liège, 27 giugno 2026
Con la quinta e ultima recita si è conclusa all’Opéra Royal de Wallonie-Liège la nuova produzione di Otello firmata da Allex Aguilera, uno spettacolo che, pur lasciando qualche riserva sul piano teatrale, ha trovato nella componente musicale il proprio punto di forza. Il maggiore motivo di interesse era rappresentato dal debutto di Luciano Ganci nel ruolo del Moro, una prova attesa che il tenore romano ha affrontato con risultati ampiamente convincenti, dimostrando di essere in grado di affrontare l’improba scrittura verdiana con autorevolezza e senza cedimenti.
L’impostazione scenica e registica sceglie di non percorrere la strada del realismo. L’azione si svolge in uno spazio essenziale — costituito da impalcature metalliche — volutamente astratto, che rinuncia alla ricostruzione storica per concentrarsi sulle relazioni fra i personaggi. Scene e costumi evitano qualsiasi decorativismo: predominano linee sobrie e una tavolozza dominata da neri, grigi e tonalità terrose, mentre il bianco riservato a Desdemona ne sottolinea la purezza fino al tragico epilogo. Le luci modellano costantemente lo spazio scenico, creando ambienti via via più opprimenti senza ricorrere a trasformazioni spettacolari. Le videoproiezioni accompagnano i diversi passaggi della vicenda con immagini simboliche che richiamano l’elemento dell’acqua e il progressivo disgregarsi dell’equilibrio interiore di Otello, pur senza diventare mai il vero motore dell’azione.
L’idea registica più felice arriva già nel primo atto. Il “Fuoco di gioia” perde ogni carattere celebrativo e assume i contorni di una cerimonia inquietante: il coro danza con movimenti quasi ossessivi, trasformando la festa in una sorta di sabba collettivo, mentre Jago appare fin dall’inizio come una presenza demoniaca, osservatore e insieme manipolatore degli eventi. È un’immagine di forte efficacia teatrale, una delle poche in cui la regia riesce davvero a sintetizzare in un gesto scenico il clima morale dell’opera. Nel prosieguo dello spettacolo, invece, Aguilera privilegia una recitazione piuttosto tradizionale, con una direzione degli interpreti che raramente approfondisce le tensioni psicologiche della vicenda. Alcuni momenti chiave, come il giuramento del secondo atto o il confronto finale, avrebbero probabilmente richiesto una maggiore fantasia teatrale e una più incisiva costruzione dei rapporti fra i personaggi.

È proprio in questo contesto che emerge la statura musicale di Luciano Ganci. L'”Esultate!” iniziale rivela immediatamente uno strumento di grande qualità: la voce si impone per la naturale proiezione, per uno squillo franco e luminoso e per un timbro adamantino che conserva compattezza lungo tutta la tessitura. Gli acuti escono liberi, cristallini, ricchi di riflessi argentati, senza mai apparire forzati.
Più ancora che negli slanci eroici, il tenore convince nei momenti lirici. Il primo duetto con Desdemona è costruito su un fraseggio morbido, sostenuto dal velluto naturale della voce e da un uso raffinato delle mezzevoci. I pianissimi sono ben appoggiati e perfettamente integrati nel dialogo con il soprano, restituendo con sincerità il clima di intimità amorosa prima dell’inesorabile precipitare della tragedia.
Quando il personaggio si lascia travolgere dalla gelosia, Ganci amplia la tavolozza espressiva senza sacrificare la qualità del canto. Nel finale del secondo atto il suono acquista un vigore quasi verista, ma resta sempre sorvegliato, sostenuto da una linea di canto impeccabile che evita qualsiasi cedimento al declamato o all’enfasi. Anche il grande monologo “Dio! mi potevi scagliar” conferma la maturità dell’interprete: il fraseggio si fa più introspettivo, le dinamiche sono accuratamente scolpite e i pianissimi conservano una notevole consistenza timbrica.
Sul piano scenico, invece, il ritratto appare meno completo. Ganci tende a privilegiare un’espressione misurata, che raramente si traduce in quella forza magnetica capace di dominare la scena e di restituire tutta la complessità del personaggio. La responsabilità non è però sua: la regia gli offre pochi strumenti per costruire un’evoluzione drammatica realmente incisiva, limitandosi spesso a movimenti convenzionali. Ne deriva un Otello credibilissimo come cantante, meno coinvolgente come presenza teatrale.

Maria Teresa Leva disegna una Desdemona lontana dagli stereotipi. Il colore vocale, naturalmente scuro, conferisce alla protagonista una personalità originale, che si illumina progressivamente nella zona acuta. La cantante sfoggia filati eleganti, pianissimi di pregevole fattura e una linea di canto sempre sorvegliata, raggiungendo gli esiti migliori nella “Canzone del salice” e nell’“Ave Maria”, affrontate con controllo tecnico e intensa partecipazione emotiva.
Roman Burdenko trova invece nel colore della voce il principale elemento caratterizzante del proprio Jago. Il timbro grigiastro, quasi metallico, e l’emissione ampia e torrenziale costruiscono un antagonista di forte impatto. Non ricerca particolari raffinatezze psicologiche, preferendo delineare una figura dominata da un male lucido e implacabile, perfettamente coerente con l’impostazione generale dello spettacolo.
Ottima anche la prova di Paride Cataldo, che presta a Cassio una vocalità chiara, elegante e autenticamente italiana, mentre l’intero cast di fianco mantiene un livello omogeneo.
Alla guida dell’Orchestra e del Coro dell’Opéra Royal de Wallonie, Francesco Lanzillotta conferma la propria familiarità con il linguaggio verdiano. Fin dalla complessa apertura domina con sicurezza il difficile equilibrio fra palcoscenico e buca, mantenendo sempre saldo il controllo delle grandi masse sonore. L’orchestra risponde con compattezza e precisione, privilegiando la solidità dell’impianto sonoro rispetto alla ricerca del dettaglio timbrico, mentre il coro, ormai perfettamente rodato nell’ultima recita della serie, offre una prestazione energica e accuratamente rifinita, contribuendo in maniera determinante alla riuscita complessiva della serata.
Al termine, calorosissimi applausi per tutti gli interpreti, con un’autentica ovazione per Luciano Ganci, protagonista di un debutto accolto con entusiasmo dal pubblico. Un successo che ha premiato l’impegno dell’intera compagnia, chiamata a sostenere le recite in condizioni rese particolarmente gravose dall’eccezionale ondata di caldo che ha investito anche il Belgio in questo scorcio finale di giugno.
Stefano Pagliantini
Foto: Jonathan Berger