
PUCCINI Tosca C. Isotton / E. Sannikova, M. Muehle / V. Costanzo, R. Frontali / C. Sgura, M. Torcaso, C. Olivieri / D. Umbelino, I. Durlovski, E. Martínez, L. Battagion, J. Gallo; Coro e Orchestra del Teatro Regio di Torino, direttore Andrea Battistoni regia scene e costumi Stefano Poda
Torino, Teatro Regio, 13 e 16 giugno 2026
Mentre già si guarda alla stagione 2026/2027 – che inizierà con un focus su Mascagni e Leoncavallo (Cavalleria rusticana/Pagliacci, La bohème, Iris) –, il cartellone del Regio di Torino si è chiuso con Tosca.
La macchina scenica è stata interamente affidata a Stefano Poda, autore di un allestimento indubbiamente sontuoso ma non per questo necessariamente bello, anzi, piuttosto incline a una spettacolarità fine a sé stessa. La via simbolico-psicologica, efficace in altri titoli, lascia diverse perplessità in un dramma dalla forte impronta storica. Poda sceglie di sottrarre l’opera alla sua originaria ambientazione – una precisa giornata del giugno 1800 e tre precisi luoghi di Roma – per proiettarla in una sorta di museo della “romanità”, saturo di arte sacra e profana di svariate epoche. Se l’impatto visivo è indubbio, l’affastellarsi di riferimenti storici uniti a letture psicologiche rischia di oscurare la limpida drammaturgia pucciniana, facendo tra l’altro passare sotto traccia alcuni snodi drammatici fondamentali, come la notizia della vittoria di Napoleone a Marengo o il ritrovamento del cadavere di Scarpia. Nel primo atto regna una sovrabbondanza di elementi eterogenei: un sagrestano in abiti cardinalizi, simulacri di pontefici (alcuni dei quali posteriori all’epoca del dramma) in teche di vetro, e una cappella Attavanti tramutata in oscuro luogo di torture ed esecuzioni. Nel secondo atto, la cantata celebrativa – concepita da Puccini fuori scena – viene portata sul palcoscenico (e diretta da un papa in persona!), compromettendo i delicati equilibri acustici e ponendo in secondo piano l’interrogatorio di Cavaradossi. E non manca l’originalità nel finale: Tosca non compie il celebre salto dai bastioni, ma scompare dietro il crollo di una parete per poi riapparire trasfigurata.
Sul versante musicale, Andrea Battistoni offre una lettura di estremo interesse sotto il profilo sinfonico, evidenziando le preziosità della partitura con cura del dettaglio. Tuttavia, non sempre si è percepito quell’equilibrio complessivo riscontrato lo scorso anno in Andrea Chénier e ancor più in Francesca da Rimini. Soprattutto nella recita col cast alternativo, l’orchestra è parsa talvolta prevaricare il palcoscenico, finendo per penalizzare eccessivamente il canto.
Nel cast principale, Chiara Isotton delinea una Tosca dal carattere sfaccettato. Se l’interpretazione di «Non la sospiri» evidenzia qualche isolato passaggio dal timbro leggermente acido, il suo «Vissi d’arte» è toccante e passionale e i suoi scontri con lo Scarpia di Roberto Frontali sono segnati da violenta fisicità. Frontali mette in campo tutta la nobiltà di accento e la perspicacia nel fraseggio derivanti dalla sua lunga carriera: se nel primo atto la sua presenza vocale è apparsa talvolta lievemente contenuta, nel secondo il baritono ha saputo delineare una psicologia di grande fascino, accentuando una perfidia lubrica e sottile. Accanto a loro, il Cavaradossi di Martin Muehle impressiona per la solidità e lo squillo del mezzo vocale – con un «Vittoria, vittoria!» nitidissimo –, mostrando però un fraseggio alquanto piatto che non valorizza appieno lo spessore umano del personaggio; il suo «E lucevan le stelle» si risolve così con accenti più disperati che intimamente passionali.
Dinamiche differenti sono emerse nel cast alternativo del 13 giugno. Claudio Sgura propone uno Scarpia scenicamente e vocalmente più convenzionale, ma indubbiamente solido ed efficace. La Tosca di Ekaterina Sannikova, pur cercando un fraseggio personale, incorre in imprecisioni esecutive, e talvolta in passi gridati di gusto espressionista. L’elemento di maggiore interesse è il Cavaradossi di Vincenzo Costanzo: dotato di un materiale vocale molto gradevole, il tenore si distingue per lo slancio lirico generoso e per le buone intenzioni interpretative, cui occorrerà aggiungere un tocco di scaltrezza.
Puntuali i ruoli di fianco. Tra di essi, Lorenzo Battagion incarna con efficacia il profilo che la regia assegna al carceriere (un sadico approfittatore che estorce l’anello a Mario negandogli la possibilità di scrivere la lettera, invenzione estranea al dettato pucciniano ma risolta con forte impatto scenico). Eccellente poi la presenza del piccolo Jacopo Gallo nei panni del pastorello. Nel corso delle recite e al loro termine, il pubblico del Regio ha tributato calorosi applausi a tutti.
Marco Leo