
ROSSINI La Cenerentola C. Wang, S.H. Damien Park, M.F. Romano, M.M. Campos, D. Saka, A. Wakizono, H. Li; Orchestra e Coro dell’Accademia del Teatro alla Scala, direttore Gianluca Capuano regia, scene e costumi Jean-Pierre Ponnelle
Milano, Teatro alla Scala, 9 settembre 2025
Tradizionalmente, l’Accademia scaligera a settembre sostituisce nella programmazione del Piermarini i complessi titolari impegnati in tournée, e propone un titolo operistico in cui ai cantanti formati nelle proprie aule si affiancano uno o due artisti già in carriera: negli ultimi anni, lo abbiamo visto e documentato, questo modo di fare ha prodotto risultati buoni o anche eccellenti quando si è lavorato su un progetto che partisse da zero, senza ripescare allestimenti storici della Scala, con titoli adatti alle forze messe in campo e magari non troppo usurati dal repertorio. Questo è stato il caso del Cappello di paglia di Firenze dell’anno scorso, ma anche del Matrimonio segreto del 2022: viceversa, ha sempre lasciato dubbioso (almeno chi scrive) l’idea di tirare fuori gloriosi allestimenti, come questa Cenerentola di Ponnelle che alla Scala si dà dal 1973, che già di loro non corrispondono più allo spirito dei nostri tempi. Perché se allora era rivoluzionaria l’idea del regista francese, che faceva piazza pulita di un modo volgare e ridanciano di fare Rossini per restituire una comicità misurata e geometrica, surreale e tenera, tutta organizzata sul ritmo della musica, 52 anni e innumerevoli riallestimenti dopo tutto questo pare un tantino forzato e manieristico: considerando poi che, ripresa dopo ripresa, del modo di fare teatro di Ponnelle rimane solo una pallida ombra. E anche che ci vorrebbero artisti dalla grande personalità, dal carisma spiccato per tornare a dare senso a certi movimenti, a certe moine, a una recitazione che altrimenti rimane solo storicizzata, accademica e non incisiva: in un cast dominato in modo imbarazzante da artisti orientali — nulla contro di loro, ci mancherebbe, ma la loro estraneità alla nostra lingua e ai meccanismi del comico rossiniano è tristemente evidente — spiccava in maniera ovvia l’ottimo Marco Filippo Romano il quale conosce la parte di Don Magnifico per dritto e per rovescio, risultando pietra di paragone non lusinghiera per i suoi colleghi. A partire, devo dire, dalla giapponese Aya Wakizono, in carriera ormai da anni, che canta con garbo, ha una discreta vocina di mezzosoprano acuto (e quindi assai debole in basso), ma che — per citare le parole del libretto di Ferretti — “è un’acqua senza sale, non fa né ben né male”: sì che le esplosioni virtuosistiche dei fuochi d’artificio finali si riducevano a un compìto vocalizzare. Molto garbato il tenore Chuan Wang, che dimostra una bella linea e una costante eleganza, pur nei limiti di una voce da comprimario, ma veramente indifendibili i due interpreti di Dandini e Alidoro: il primo per un fraseggio evidentemente costruito sillaba su sillaba, del tutto privo di spontaneità (per tacer della voce), il secondo talmente impari alla tremenda aria di Alidoro da farmi chiedere perché non riprendere l’aria di Agolini, quella presente alla prima dell’opera del 1817, graziosa e adatta ai mezzi di un comprimario. Ma questo ci porta al problema di fondo: Gianluca Capuano, che con la sua esperienza avrebbe dovuto garantire l’unità stilistica dello spettacolo, prende la partitura rossiniana come un canovaccio su cui innestare qualsiasi effettaccio sonoro, un pretesto per continui rallentandi e accelerandi senza alcun senso logico. Il cembalo, il cui inserimento nei numeri musicali è tema controverso e comunque da gestire con delicatezza, dominava fino a riscrivere la linea musicale in più parti, arrivando poi nei recitativi secchi a un’orgia di citazioni (dal Barbiere al Cavaliere della rosa) che, se volevano essere brillanti e “teatrali”, si rivelavano solo volgari; l’equilibrio nella concertazione, con la pur buona orchestra dell’Accademia, era tutto spostato verso una predominanza del trombone che sembrava evocare gli sberleffi sonori del Pulcinella di Stravinski; l’inserimento di percussioni (tamburo, chimes, persino gli uccelli registrati more respighiano!) era totalmente arbitrario e inaccettabile. Una Cenerentola, insomma, che aveva sì un buon ritmo teatrale, ma al prezzo di volgarità diffuse e un appiattimento di tutta la dimensione melanconica, tenera e riflessiva dell’opera, che poi è il suo tratto più originale. Ma al pubblico, fitto di turisti, tutto questo importava poco: e gli applausi, difatti, non sono mancati. Peccato.
Nicola Cattò