
BEETHOVEN Concerto per violino e orchestra op. 61; Sinfonia n. 21 op. 36 violino Hawijch Elders Orchestra da Camera Canova, direttore Enrico Pagano
Milano, Sala Verdi del Conservatorio, 21 ottobre 2026
Autocitarsi è sempre da evitare, ma me lo concedo perché, seguendo il percorso artistico della vincitrice dell’edizione 2025 del Premio Mormone, l’olandese Hawijch Elders, è bello vedere come certi tratti della sua personalità musicale restino presenti, ma altri conoscano interessanti sviluppi. Sia quando aveva suonato il Primo di Paganini alla Scala proprio nella finale del premio (qui l’articolo) che quando era arrivata in Sala Verdi lo scorso 15 aprile per il Concerto di Ciaikovski (qui la recensione), per la stagione della Società dei Concerti, quello che avevo apprezzato maggiormente era la sua capacità di prendersi dei rischi, di non accontentarsi di un’esecuzione formalmente corretta, magari persino perfetta, ma inamidata: cosa che, specie con i giovani, succede non di rado. Ma la Elders ha 28 anni, un’età in cui la maturità, non solo musicale, dovrebbe essere visibile: e lo ha confermato tornando in Sala Verdi per lo spinosissimo Concerto di Beethoven che, oltre alle infinite grane tecniche — a partire dalle appoggiature di ottava ascendente iniziali — è così difficile da inquadrare a livello estetico, in precario eppure affascinante equilibrio tra il Beethoven del “primo stile” alla visionarietà metafisica dell’ultimo, anticipato in quel Larghetto che è quasi una preghiera laica. Compostezza, equilibrio e rigore apollineo sembravano dominare in questa lettura: eppure sotto l’apparente linearità marmorea non c’erano magari strappi, ma evidenti inquietudini del fraseggio sì, avvertibili in un rubato infinitesimale e gestito con classe e in un suono che si faceva differente nei tre movimenti, a seconda delle esigenze espressive. Anche il tema del terzo movimento non era esposto con baldanza, ma con un equilibrio che solo nei suoi progressivi ritorni si faceva effettivamente brillante: un modo molto intelligente di gestire l’ampia durata del Concerto, che la Elders corredava con le tradizionali cadenze di Kreisler — eseguite in modo davvero spettacolare nel luccichio virtuosistico –, per poi tornare a Kreisler anche nel bis, uno scintillante Recitativo und Scherzo-Caprice, Op. 6 che è ascoltabile anche nel suo recente CD Decca (di cui parliamo nel numero di novembre di MUSICA, assieme ad un’intervista alla violinista). Enrico Pagano, dal canto suo, sfruttava l’esigua dimensione della sua Orchestra Canova (archi in formazione 7.5.3.3.2) per sostenere il dialogo con la sua solista senza intemperanze o strappi, ma raccogliendone gli spunti di fraseggio, rilanciando il discorso nel quadro di una direzione molto attenta e matura. Ma forse il suo “vero” Beethoven si è ascoltato nella seconda parte, con una Seconda che, pur antecedente di soli tre anni al Concerto, sembra appartenere ad un clima espressivo assai diverso: i musicisti abbandonavano le sedie per suonare in piedi, come segno visivo di un approccio più spiritato, affilato nei contorni, brioso e ironico, perfettamente adatto ad una sinfonia in cui il mondo haydniano è ancora così influente. E se Pagano non spinge mai a mille i giri del motore — temendo forse di schiantarsi — il risultato è tuttavia centrato: la sintonia con i suoi musicisti è totale e il risultato è una Seconda gradevole e perfettamente a fuoco, giustamente festeggiata dal pubblico.
Nicola Cattò
Foto: Silvia Varrani