Ad Ancona, l’Elisir d’amore va nel vecchio West

DONIZETTI L’elisir d’amore M.L. Iacobellis, G. Infantino, V. Prato, M. Huseynov, E. Boaretto; Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, Orchestra Sinfonica “G.Rossini”, direttore Aram Khacheh regia, scene e luci Giuseppe Dipasquale costumi Stefania Cempini
Ancona, Teatro delle Muse “Franco Corelli”, 4 ottobre 2026

Con pochi mezzi, ma con una buona dose di intelligenza musicale, si può ancora portare in scena un Elisir d’amore capace di regalare una serata piacevole. È quanto accaduto alle Muse di Ancona, dove il titolo donizettiano è andato in scena in forma integrale, e confermando ancora una volta di essere un piccolo capolavoro di equilibrio fra comicità, tenerezza e malinconia. Il principale merito per il felice esito della serata va ad Aram Khacheh, ventinovenne direttore d’orchestra, che ha affrontato la partitura scegliendo tempi generalmente rapidi e spediti, ma senza mai sacrificare la morbidezza del suono e soprattutto senza coprire le voci. La sua è stata una direzione vivace ma non frenetica, attenta a sostenere i cantanti e a valorizzare anche gli aspetti più delicati della scrittura donizettiana. L’Orchestra Sinfonica “G. Rossini” ha risposto bene alle sue sollecitazioni, così come il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, preparato da Christian Starinieri. Molto bene anche il cast, che, pur senza offrire necessariamente un’interpretazione storica, ha mostrato un livello complessivo decisamente buono e soprattutto una notevole attenzione al versante espressivo, un aspetto tutt’altro che secondario, perché L’elisir d’amore è un’opera che rischia continuamente di essere ridotta a una “semplice” commedia buffa mentre Donizetti vi inserisce una vena malinconica e sentimentale, una tenerezza quasi crepuscolare che convive con la comicità e che dà al titolo quella particolare natura di commedia solo apparentemente leggera. Giuseppe Infantino ha costruito un Nemorino particolarmente riuscito proprio sotto questo profilo: la voce è bella, la dizione nitida e il personaggio è interpretato con grande simpatia, non un semplice sciocco o un ingenuo da prendere in giro, ma un giovane credulone e impacciato che conserva tuttavia una sua dignità e una genuina capacità di suscitare affetto. Anche se vocalmente non sembrava trovarsi nella sua serata migliore, Infantino ha compensato con una caratterizzazione intelligente e umanissima, evitando accuratamente di trasformare Nemorino in una macchietta. Maria Laura Iacobellis ha dato ad Adina un carattere altrettanto interessante. Il rischio, con questo personaggio, è quello di accentuarne il lato capriccioso fino a renderla semplicemente antipatica. Qui, invece, Adina sembra quasi divertirsi a provocare Nemorino, a spingerlo a trovare finalmente un po’ di carattere, come se dietro le sue schermaglie ci fosse anche una sincera curiosità nei confronti di quel giovane così accondiscendente, creando un rapporto tra i due protagonisti un po’ più dinamico e sfaccettato del solito. Vocalmente, qualche perplessità si può avere per un’emissione talvolta un po’ particolare, soprattutto nei centri, apparsi nel primo atto leggermente velati; ma la prova resta positiva, anche grazie alla disinvoltura con cui ha risolto la sua parte, comprese le variazioni affrontate nell’aria finale. Vittorio Prato ha tratteggiato un Belcore spavaldo e disinvolto al punto giusto, forte della sua conoscenza del repertorio e di una notevole naturalezza scenica. Maharram Huseynov, nei panni del Dottor Dulcamara, ha mostrato una padronanza sorprendente della lingua italiana in una caratterizzazione davvero convincente: la pronuncia è risultata impeccabile e i sillabati sono arrivati con precisione, senza bisogno di ricorrere alle piccole “caccole” di tradizione che talvolta vengono aggiunte per strappare la risata. Interessante anche la Giannetta di Eleonora Boaretto, personaggio che spesso rimane sullo sfondo mentre invece la sua presenza è stata valorizzata fino a farne quasi un contraltare di Adina, una possibile rivale capace di insidiarne il ruolo. Se la parte musicale ha convinto, meno interessante è invece parso l’impianto registico e scenografico firmato da Giuseppe Dipasquale, autore anche delle luci, con i costumi di Stefania Cempini, in una ambientazione dichiaratamente ispirata al West americano ma, in realtà, piuttosto generica e suggerita soprattutto dai costumi, mentre lo spazio scenico conservava un carattere rurale che potrebbe appartenere tanto all’America quanto alla Bassa Padana o a qualunque altra campagna europea. Non è, in ogni caso, uno spettacolo che disturba o pretende di sovrapporsi all’opera e, per un titolo come questo, forse è già un merito. Ne esce, nel complesso, una serata molto gradevole, soprattutto sul piano musicale, perché L’elisir d’amore è una storia leggera e non c’è nulla di male nel raccontarla con leggerezza, a condizione di non confondere la leggerezza con la superficialità. Pubblico coinvolto e divertito, prodigo di applausi molto calorosi.

Gabriele Cesaretti

Data di pubblicazione: 19 Ottobre 2026

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