Il meraviglioso addio a Violetta di Ermonela Jaho

VERDI La traviata E. Jaho, D. Korchak, A. Enkhbat, M. E. Pepi, S. Barbashova, A. Espinosa, A. Alvarez Castillo; Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma, direttore Francesco Ivan Ciampa regia Sofia Coppola scene Nathan Crowley costumi Valentino Garavani, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli

Roma, Teatro Costanzi, 21 giugno 2026

Peccato! Sì, peccato che Ermonela Jaho abbia deciso di congedarsi da quello che è stato il suo personaggio eponimo, ossia la Violetta Valéry della Traviata di Verdi. Certo, trecento recite in tutto il mondo (alcune conservate i DVD o in CD); certo in alcuni momenti un’acquisita fragilità del registro centrale rendeva un po’ faticose alcune frasi, certo si tratta comunque di un ruolo che è poco dir impegnativo scenicamente, vocalmente, psicologicamente. Eppure vorremmo ancor ascoltare e vedere una Violetta di tanta e tanto profonda e lacerata verità umana.

Lo spettacolo era quello (che ormai ha festeggiato i dieci anni) di Sofia Coppola, Nathan Crowley e Valentino Garavani. Ora ripreso con una sovrabbondanza di grandi nomi tra i cantanti: oltre la Jaho, Nadine Sierra ed Ekaterina Gubanova; oltre Dimitry Korchak, Xabier Anduaga e Antonio Poli; oltre Amartuvshin Enkhbat, Luca Salsi, Simone Piazzola e Ludovic Tézier. Sul podio Francesco Ivan Ciampa per tutte le nove recite. Operazione di gloriosa conclusione d’anno e che già alla prima, cui abbiamo assistito, registrava un sold out che ha sfidato il caldo e la lunghezza della serata.

Ermonela Jaho è stata la Violetta Valéry più interessante dell’ultimo ventennio. Per una vocazione naturale che ha nella sua doppia immagine, fisica e vocale, la piena ragion d’essere. Non è solo una rispondenza all’ideale “pittorico” di Marie Duplessis, di Marguerite Gautier e appunto, di Violetta Valéry, che tutti abbiamo nella memoria e nel cuore. C’è qualcosa d’ulteriore: c’è da parte della Jaho uno charme personale, un’eleganza di tratto, e una nobiltà d’atteggiamento che non arrivano a celare una sofferenza affondata nei recessi più intimi dell’anima: e tale però da doversi mostrare, sia pur per microgesti, per cenni quasi impercettibili, per una mano sul volto, per un ergersi orgoglioso del busto e poi un flettersi improvviso, come vinta, stanca. Straordinario. Musicalmente la Jaho parte da un’analisi capillare della parola: facendone continuamente “parola scenica”. Già dal Primo Atto quel canto di conversazione riceve da lei una serie continua di notazioni espressive che lo rendono ora beffardo, ora patetico, fino ad una chiusura d’atto ove, tra l’altro, ci è parsa memorabile la ripresa di “Sempre libera” in uno stupefacente “eco della mezzavoce”, poi rinforzato fino ad una conclusione quasi delirante. Simile è stato – dopo un duetto con Germont padre scavato fino alla radice del sentimento – il suo “Amami Afredo!” prima quasi sussurrato all’orecchio dell’amato, poi lascito esplodere nella pienezza del dramma. Prevedibile o quasi che l’“Alfredo, Alfredo” della scena della festa in casa di Flora sia stato di una lievità di timbro che pareva giungere già da una dimensione già non più terrena. E quell’ultimo atto che della Violetta della Jaho è forse il raggiungimento più emblematico: tutto essendovi bellezza e desolazione al tempo stesso, tutto facendosi poesia di cose ultime: con un “Addio del passato” depurato da ogni retorica, eppur struggente e “terminale”, come mai in questi tempi è dato ascoltare.

Assai importanti le voci maschili accanto alla Jaho, ma non irreprensibili. Dimitry Korchak, che era stato un eccezionale Lohengrin in apertura di stagione, come Alfredo ha mostrato (e forse voluto mostrare) una voce di splendido metallo, di squillo penetrante (un lievissimo vibrato stretto è tipicamente russo), un canto musicalmente ottimo: ma anche una qual mancanza di naturalezza, un raro scegliere la via del fraseggio sfumato, cui sembrava preferire quella dell’energia, quello d’un porsi quasi come un guerriero belcantista che come uno scervellato ed innamorato  ventenne  romantico. Alcuni passi sono comunque stati di grande qualità: e fra questo soprattutto il duetto con Violetta nel primo atto, con quella cadenza à deux su “Croce e delizia” ch’è parsa un miracolo di perfezione musicale e vocale. Non troppo diverso è quanto deve dirsi per il Giorgio Germont di Amartuvshin Enkhbat: ch’è entrato con un “Madamigella Valéry?” che più sgarbato non può immaginarsi e che poi sovente ha dato luogo – in questo e nel successivo quadro – ad eccessi sonori tutt’altro che adatti ad un gentiluomo, sia pur di provincia. Certo, la voce è magnifica e l’uomo intelligente: per cui tutti gli episodi in cui ha voluto ammorbidire il suono, raccogliere l’espressione, rispondere adeguatamente agli spunti intimistici offerti dalla Jaho, i risultati sono apparsi di prim’ordine. Discreti appena o talora non eccelsi tutti i ruoli di contorno.

La direzione di Francesco Ivan Ciampa (bacchetta che sempre più apprezziamo) offriva una Traviata assai ricca di contrasti: nella continuità di un suono complessivamente molto bello, le pagine più raccolte (notevolissimi i Preludi al Primo e al Terzo Atto) hanno da lui ricevuto un fremito di sottile emozione assai accattivante; quelle più sonore forse qualche sovrabbondanza di ritmi e dinamiche (pensiamo soprattutto alla festa da Flora e al gran concertato che chiude il quadro), ma anche una precisione e una musicalità non consuete. Impeccabile sempre è poi apparso l’accompagnamento delle voci.

L’allestimento e la regia di Coppola-Crowley-Valentino non ci aveva troppo convinti dieci anni fa ed oggi non vediamo motivi per mutar d’avviso. A cominciar dal fatto – in questi anni ormai inammissibile – che non può una Traviata iniziare alle 19 e finire alle 23, con intervalli e cambi di scena interminabili. Già nel 2016 era una proposta francamente fuori della realtà. Poi non mancavano i momenti interessanti (gli invitati che guardano i fuochi d’artificio in lontananza) e la guida attoriale era senz’altro di buon livello. Se però dovessimo dire cosa ci resta nella memoria di tal produzione, non diremmo certo quella scalona fuori contesto, ma due vestiti di Violetta: quello nero con lungo strascico nel Primo Atto, quello rosso-valentino nella festa del Secondo. Capolavori di un genio dello stile.

Benissimo l’orchestra e il coro, sapientemente diretto da Ciro Visco. Buone, ma non più, le danze di Stéphane Favorin.

Maurizio Modugno

Data di pubblicazione: 22 Giugno 2026

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