La febbre dell’oro a Siviglia

ROSSINI Il Barbiere di Siviglia A. Nadin, M. Cavalletti, P. Adaini, G. Sagona, G. Romeo, G. Donadini, C. Checci; Orchestra di Padova e del Veneto, Coro Lirico Veneto direttore Nicola Simoni regia Yamala-Das Irmici scene e costumi Matteo Paoletti Franzato maestro del coro Stefano Lovato

Teatro al Castello “Tito Gobbi”, Bassano del Grappa, 5 agosto 2018

 

Arriva al Teatro all’aperto “Tito Gobbi” di Bassano del Grappa la coproduzione Comune di Padova-Operaestate Festival di Bassano di un titolo celeberrimo, Il Barbiere di Siviglia, omaggio al Cigno di Pesaro a centocinquant’anni dalla sua morte. Un’opera sulla quale pare onestamente difficile dire, registicamente parlando, più di quanto finora si è visto sui palcoscenici di tutto il mondo. Eppure con coraggio, e qualche buona idea, ci hanno provato il giovane regista Yamala-Das Irmici (classe 1985) – italianissimo di Varese, nonostante il nome – e lo scenografo Matteo Paoletti Franzato, veneziano classe 1989.

Dandone una lettura sociologica, i due hanno concepito l’intera vicenda come un ingranaggio che si muove unicamente “al suon di quel metallo”, come canta Figaro all’inizio dell’opera. Rosina è al centro delle attenzioni di tutti, nonché il fulcro della vicenda, vestita com’è di un abito fatto di bigliettoni da 500 euro che ora uno, ora l’altro dei personaggi che l’attorniano staccano per accomodare rapporti, assecondare voleri, ripagare piaceri. Così tutto quel passaggio di biglietti e messaggi segreti (tra Rosina e il Conte, tra Figaro e Rosina…) che è nel libretto di Cesare Sterbini si tramuta in un continuo scambio di…bigliettoni rosa. Bella l’idea, alla lunga un po’ ripetitiva.

La cupidigia di denaro è poi materializzata da una gigantesca cassaforte che ingombra metà del palcoscenico, nella quale è reclusa dal tutore Don Bartolo la povera Rosina. Al suo interno vive il suo sogno di libertà, che si riduce a trucchi e parrucche come unico trastullo, salvo disfarsene durante la scena del temporale, intesa dal regista come un momento catartico, durante il quale la giovane si libera del pesante fardello del denaro, che materialmente la riveste, e scioglie i capelli finalmente liberati dalle innaturali e finte capigliature blu e rosa shocking.

Sull’altro lato del palcoscenico incombe, sopraelevato, il negozio da barbiere di Figaro, che parrebbe dominare la vicenda dall’alto e muovere come burattini i personaggi. Una tale impostazione scenica finisce, però, per irrigidire lo svolgimento dei fatti e il continuo aprire e chiudere la casa-forziere di Rosina alla lunga annoia. Come il ripetitivo e quasi ossessivo passare del denaro di mano in mano. Buona l’idea, come si diceva, ma troppo insistito l’uso.

Alla fine dell’opera la vicenda si scioglie con il trionfo dell’amore simboleggiato da palloncini rossi a forma di cuore liberati in cielo, con l’unione di Rosina al suo Conte e con Don Bartolo pronto a concedersi agli ardori della cameriera Berta, donna matura in fregola che non sa resistere agli uomini che incontra.

Ma la vera debolezza registica risiede nell’inesperienza nel gestire i movimenti scenici dei singoli caratteri, lasciati più alle proprie doti improvvisative che a precise indicazioni di regia. E così debordano la smaliziata Berta di Giovanna Donadini, che strappa più di una risata al pubblico pur con una voce ormai usuratissima; il Basilio di Gabriele Sagona, vocalmente e interpretativamente il migliore sulla scena; la Rosina di Alessia Nadin dotata di bella voce, scura e agile, dal temperamento non debordante ma credibile nell’assecondare l’idea registica.

Si è fatto apprezzare il Don Bartolo di Giovanni Romeo, più per il divertito (e molto improvvisato) gioco scenico che ricordava qualche illustre modello – l’indimenticato Enzo Dara, ahimè quanto ci manca – che per qualità vocali: la voce era anche sonora, ma alle prese con il temibile sillabato dell’aria, annaspava alquanto.

Simpatico il Figaro di Massimo Cavalletti – nella celebre aria “Largo al factotum”, però, il gioco scenico stentava a sincronizzarsi con le parole del testo e con la scansione ritmica dell’indiavolata musica rossiniana. Il baritono toscano si prende troppe libertà musicali – acuti a perdifiato, cachinni ormai d’altri tempi – e riesce sono in parte a ritrarre il suo personaggio, mostrando semmai alcuni difetti di emissione che andrebbero corretti: gli acuti andavano spesso all’indietro e talvolta la voce non era in maschera. Apprezzabile nella parte del Conte d’Almaviva l’impegno di Pietro Adaini, che ha voce chiara e acuti facili, ma agilità ancora perfettibili.

L’Orchestra di Padova e del Veneto, collocata sul fondo del palcoscenico dietro un sipario semitrasparente, è apparsa poco brillante anche in ragione dei tempi in genere slentati scelti dal direttore Nicola Simoni, che ha dovuto faticare non poco a tenere insieme il tutto, non certo aiutato dal rapporto mediato dai monitor sul proscenio, e non de visu, con gli stessi interpreti.

Stefano Pagliantini

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