Una prima assoluta per Santa Cecilia

Pappano e l’Orchestra di Santa Cecilia

ABUDUSHALAMU Repression MENDELSSOHN Concerto per violino in mi minore op. 64 CIAIKOVSKI Suite n. 3 violino Maxim Vengerov Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Antonio Pappano

Roma, 12 marzo 2021

C’era molta carne al fuoco nel programma diretto dall’instancabile Antonio Pappano in live streaming (ormai comme d’habitude) ed in ripresa diretta dalla benemerita Radio3. Molti i motivi d’interesse, almeno sulla carta, a partire dall’iniziale prima esecuzione assoluta di Repression del trentacinquenne uiguro Yikeshan Abudushalamu, cinese formatosi a Shanghai e perfezionatosi a Ginevra, vincitore della prima edizione del Concorso internazionale di composizione “Luciano Berio”, bandito nel 2019 dall’Accademia ceciliana.

È con queste parole che il giovane compositore descrive la sua partitura: “In questo lavoro il pubblico ascolterà due stati sonori completamente diversi: uno estremamente complesso, intenso e aggressivo, l’altro estremamente semplice, tranquillo e statico. Nei lavori passati ho sempre cercato di trovare un modo personale di organizzare ed elaborare i materiali musicali, per poi stabilire gradualmente la connessione tra loro nel processo di sviluppo. In questo caso ho portato avanti questa idea, ma la differenza è che l’emergere di ogni stato sonoro nel tempo è ancora più casuale e in qualche modo imprevedibile, affinché si possa creare un paesaggio sonoro ancora più contrastante, conflittuale e intenso”. Difficile dare una interpretazione del titolo, che non vorrebbe essere vincolante neppure nelle intenzioni dell’autore, ma che in realtà dice molto di più di quello che il compositore ammette apertamente per comprensibili motivi di sicurezza personale. Tuttavia si apprezza la scrittura di un pezzo vibrante, intenso, percussivo, consanguineo di Stravinski e Varèse, con contrastanti volumi sonori (vuoti e pieni, magmi incandescenti e sonorità evocative).

Yikeshan Abudushalamu

Dopo un quarto d’ora infuocato veniva il rasserenamento. Il pezzo forte era naturalmente il Concerto per violino in mi minore op. 64 (1844) di Felix Mendelssohn Bartholdy, giudicato il più bello nel suo genere nell’età romantica, qui affidato ad uno degli archetti più blasonati del momento (per la prima volta in simbiosi con l’orchestra ceciliana dopo alcuni recital solistici degli anni Novanta). Nelle mani del russo Vengerov e del suo Stradivari ex Kreutzer la partitura trasuda passione e lirismo, ben coniugati, traducendo in intensità espressiva il virtuosismo ed innestando una cantabilità appassionata su un ceppo orchestrale trasparente, quasi mozartiano in cui l’orchestra, ben guidata da Pappano, si fa docile compagna della evocazione solistica. Impeccabile l’esecuzione di Vengerov quanto a nitore tecnico e forza espressiva, tesa ad esaltare i temi imploranti o trasognati. La sua cavata intensa si pone al servizio degli sbalzi emotivi del Concerto tra sentimento e fantasia fino al pirotecnico finale.

Maxim Vengerov

La ciliegina sulla torta era infine la Suite n. 3 in sol maggiore op.55 (1884) di Ciaikovski, pezzo di rara esecuzione, una forma che il compositore russo trovava molto congeniale perché più libera e meno rigorosa, ma che pur alternava ritmi diversi. Una pausa di serenità in un periodo in cui i rapporti con la von Meck si facevano più freddi e l’insoddisfazione si faceva crescente. A portarla al successo nel 1885 a Pietroburgo fu Hans von Bülow, che per primo ne dispiegò i momenti di elegia, malinconia, brio e caleidoscopica sfaccettatura (le 12 variazioni finali su tema russo) che ne contraddistinguono i quattro movimenti, nei quali emerge a poco a poco la vis danzante e cinetica della musica di Ciaikovske (e che permea anche molte sue Sinfonie). Come dire, una summa del pianeta esperienziale di Piotr Ilic tra elegia, giovanile spensieratezza, spontanea leggerezza, piglio rapsodico, una gamma infinita di colori e atmosfere diverse in un caleidoscopio emotivo ben pennellato da Pappano, sino alla sontuosa polacca finale. Non sono mancati infine gli applausi, ma malinconicamente erano solo quelli dell’orchestra, in attesa di riascoltare quelli del pubblico dal vivo.

Lorenzo Tozzi

Related Posts