
ROSSINI Il Barbiere di Siviglia A. Luongo, A. Stroppa, M. Ciaponi, M.F. Romano, A. Rosalen, A.M. Chiuri, W. Corrò, A. De Ceccon, A. Badia MOZART Le nozze di Figaro S. Alberghini, C. Lippo, E. Bakanova, G. Caoduro, P. Gardina, A. Concetti, A. Galli, V. Prando, A.M. Chiuri, W. Corrò, P. Picone; Orchestra e Coro del Teatro Lirico Giuseppe Verdi, direttore Enrico Calesso regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi luci Massimo Pizzi Gasparon Contarini
Trieste, Teatro Lirico Giuseppe Verdi, 28 novembre e 6 dicembre 2025
Non fosse che Pier Luigi Pizzi la stilizza nell’aurea misura architettonica del suo classicismo, il tempo di questo suo Figaro scelto per inaugurare la stagione triestina si direbbe il tempo del cavalier Marino: Or che l’aura e la terra arde fiammeggia / né s’ode euro che soffi, aura che spiri. Tanto per evocare lo spirto barocco cui lo scenografo e regista ha dedicato gloriosi affetti e imprese.
Qui la scena emerge in un chiarore gioioso, in una luce netta, alla Hopper, che esalta la limpidezza delle forme pure: un patio tinto di alba bianca, un esterno che diventerà interno invaso dalla luce. Quella luce abbagliante che solo il teatro sa rendere più vera del vero. E nella quale correrà la sfrenata commedia degli inganni. Anzi, da dirsi al plurale, dal momento che l’impianto scenico si modula per entrambi i Figari di Beaumarchais: quello scapolo e faccendiere di Rossini e quello mozartiano delle Nozze. Barbiere di Siviglia e Nozze si alternano infatti nella duplice produzione triestina come in un vero e proprio festival.
Il sipario che si leva in Rossini (finalmente una sinfonia a sipario chiuso) svela subito la linea pura della messinscena nel candore diafano di un settecento alluso, filtrato dove tutto è bianco, comprese le tappezzerie e i colori (quelli lievi delle mise elegantissime di Rosina e persino il viola trasgressivo) “cantano”. E il nero delle guardie con le enormi feluche è ancora più nero nell’evocare fiabeschi carabinieri.
Pizzi inonda di luce l’azione mobilissima che alimenta di continuo il congegno giocoso. Espunte le gag storiche con le quali anche la musica, una volta, veniva a patti, c’è tutto un febbrile vibrare di felicità giocosa nel meccanismo comico attivato. Addirittura con un eccesso giovanilistico per quella sorta di “sindrome da discoteca” che sembra contagiare i personaggi, insinuandosi nei rimandi continui al teatro delle maschere e della commedia dell’arte, mediati dalla affaccendata tipizzazione muta del servo Ambrogio (Armando De Ceccon).
Alla chiarezza formale di Pizzi corrisponde la lucentezza musicale curata da Enrico Calesso sul podio: delicata corrispondenza dei piani sonori sempre vivida di colori e dinamiche e quella ammirevole attenzione al dettaglio timbrico che si ammira non soltanto nella sinfonia e nelle grandi pagine dell’opera. È il caso della finissima, arguta impronta strumentale assicurata, per esempio, all’aria di Berta. Il tutto nella brillante corrispondenza dell’orchestra triestina con il coro guidato da Paolo Longo ed una compagnia di canto che sfoggia qualità vocali tanto più apprezzabili in una partecipazione scenica concitata, ma sempre in punta di fioretto. Così il Figaro scattante di Alessandro Luongo, che canta con generosità di smalto ed esuberante disinvoltura fin dalla cavatina sciorinata alla vasca della fontana durante una fresca sciacquatina all’alba del nuovo giorno. Altrettanto versatile – nella nobile marsina del Conte – Marco Ciaponi che, nel travestimento del secondo atto si “cala” letteralmente nella sagoma improbabile di un don Alonso “nano”; prima di sfoggiare dopo la sbottonatura finale tutto il più screziato, aguzzo e vertiginoso campionario belcantistico. E piace nella Rosina flessuosa e musicalissima di Annalisa Stroppa quella organizzazione vocale in cui tutto è affettuosamente controllato e “ridente”. Con il fosco e convincente Basilio di Abramo Rosalen, dilagano l’accento e la bravura di Marco Filippo Romano nella piramidale caratterizzazione buffa di Bartolo (il mulinello sillabico della sua aria del primo atto suscita legittimo entusiasmo). Completano con successo il cast la sapida e non convenzionale Berta di Anna Maria Chiuri, il leporelliano Fiorello di William Corrò e Armando Badia.

E il giorno dopo rieccolo, il Figaro accasato e progressista, così come, trent’anni prima di Rossini, lo hanno celebrato Da Ponte e Mozart. Nella medesima essenzialità architettonica, nella medesima contemplazione della commedia umana dell’Illuminismo, nella medesima nitidezza formale disegnata dal Maestro e dal suo team (Massimo Pizzi Gasparon Contarini, Serena Rocco, Lorena Marin).
Nell’interno diventato adesso una stireria del bianco che più bianco non si può, il gioco della folle giornata si fa ancora più fluido e più serrato. Direi ancora più ricco di invenzioni dinamiche, di connotazioni sottili, di malizie. Fino alla lineare, metafisica tenerezza di quel notturno smaltato tra cipressetti e sculture di bosso dove l’ambiguità di vero e di apparente si fa delicatamente turbinosa. Alla clarté della messinscena corrisponde l’analitica freschezza dell’esecuzione musicale. L’orchestra vive di una continua scintillazione ritmica e timbrica (ne è esempio quello offerto dagli strumentini nell’Aria di Susanna) con il valore aggiunto di quell’arte dello Stupore che attraversa questa edizione dalla prima all’ultima nota, grazie anche ai pregi genuini della compagnia di canto. Accanto a Simone Alberghini, protagonista autorevole dalla eccellente tornitura di verve e di accento, si ammira la straordinaria Susanna di Carolina Lippo anche per quella connotazione “popolana” che sa dare, su tempi scenici perfetti, a Susanna, deviando dal tradizionale cliché viennese. Sorprendente il Cherubino di Paola Gardina: entra in scena con la smania adolescenziale di un ragazzaccio (aspro e vorace direbbe il nostro Saba) e ne fa tutto un irruento percorso esistenziale che sembra un lampo. Don Bartolo è Andrea Concetti (eleganza goldoniana e cuore mozartiano di scuola abbadiana) insieme con Andrea Galli (ottimo Basilio), Veronica Prando (Barbarina), Anna Maria Chiuri (Marcellina di gran pregio), William Corrò (Antonio), Andrea Galli (Basilio), Pietro Picone (Don Curzio). Ekaterina Bakanova (Contessa) si ritaglia un memorabile ritratto sentimentale nell’arcata vocale di “Dove sono i bei momenti”: un momento in cui, con la complicità di Calesso, sembra davvero condividere i presagi che la Marescialla straussiana raccoglierà 125 anni dopo. Infine e in speciale evidenza il Conte, aitante e raffinatissimo nell’arroganza in fregola:Giorgio Caoduro ne fa un personaggio di lussuosa vocalità, non solo per la rara esattezza belcantistica
“di furore” che chiude l’Aria del terzo atto. Tripudio di successo e teatro gremito per entrambi gli spettacoli. Non poteva cominciare meglio il Verdi, sgomberando le secche e le foschie dell’incertezza per la tardiva, imbarazzante conferma del sovrintendente Giuliano Polo. Adesso, finalmente, lo skipper è tornato. Dunque “soave sia il vento”.
Gianni Gori
Foto: Fabio Parenzan