
BEETHOVEN Sonata n. 7 Op. 10 n. 3 in RE CHOPIN Mazurke nn. 27, 29, 35, 39, 51 SCHUMANN Kreisleriana Op. 16 LISZT Rapsodia ungherese n. 12 pianoforte Evgeny Kissin
Venezia, Teatro La Fenice, 22 marzo 2026
Evgeny Kissin, uno dei più celebri pianisti della sua generazione, è stato ospite della Fenice di Venezia per il concerto organizzato per celebrare i dieci anni di Musikàmera, l’associazione veneziana attiva nella promozione musicale in collaborazione con il Teatro.
Il programma spaziava da Beethoven a Liszt, passando per Chopin e Schumann, e ha mostrato la capacità di Kissin di alternare rigore tecnico e sensibilità interpretativa. La prima parte si è aperta con la Sonata op. 10 n. 3 di Beethoven, scelta non consueta ma significativa. Composta tra il 1796 e il 1798, la sonata si distingue per la sua complessità strutturale e per la varietà emotiva dei movimenti, con il celebre “Largo” centrale che costituisce il cuore espressivo dell’opera. Kissin ha interpretato Beethoven con toni eroici, un suono denso e un fraseggio eloquente, anche nel “Minuetto” e nel “Rondò” finale. Il “Largo” in re minore ha avuto, nella sua esecuzione, la pienezza e il colore di un canto baritonale, mai forzato, quasi belcantistico nella sua purezza. La lettura di Kissin ha unito solidità tecnica e presenza sonora intensa, evidenziando i contrasti emotivi del brano e restituendo un Beethoven profondo, il cui unico limite è semmai quello di una visione a senso unico, anche laddove il tono si fa più leggero e umorale, come nei due ultimi movimenti.
Dopo Beethoven, Kissin ha proposto cinque Mazurche di Chopin, mostrando il suo lato più intimo e poetico. Pur distante dalle eccentricità di un pianista come Pletnev o dalle vette interpretative raggiunte in Chopin da Zimerman, la sua lettura è coerente e personale, equilibrando lirismo e misura e rivelando un interprete maturo e raffinato.
La seconda parte del concerto ha evidenziato il meglio di Kissin con Kreisleriana di Schumann. Quest’opera complessa e articolata in otto quadri che scorrono quasi senza interruzione, presenta richiami melodici, motivici e armonici interni che rendono la composizione molto unitaria, quasi un unico arco narrativo che dall’esplosivo e incalzante incipit trova conclusione nel finale altrettanto rapinoso. Kissin ha risolto tecnicamente l’intera composizione con straordinaria sicurezza, contemperando l’esuberanza di Florestano con l’introspezione di Eusebio, offrendo un’esecuzione avvincente, dalla perfetta tenuta tecnica, che ha coinvolto il pubblico senza ricorrere a gesti o effetti forzati.
Dove Kissin è apparso davvero insuperabile è stata la Rapsodia ungherese n. 12 di Liszt, brano conclusivo del recital, capace di trasportare l’ascoltatore nelle strade animate dalle orchestrine zingare di un tempo. Liszt stesso descriveva l’opera come un’“epopea nazionale della musica gitana”, nella quale il virtuosismo tipico del compositore si unisce a incredibili suggestioni sonore: un tema più cantabile ricorda melodie tradizionali, interrotto da un tremolo vibrante che introduce un energico momento simile a una marcia. La parte centrale si apre con un acuto trillo, seguito da una melodia dolce e aggraziata. La conclusione è affidata a una sezione finale di note velocissime e arpeggi, che culmina in un crescendo travolgente, pieno di brillantezza e dinamismo.
Kissin ha dimostrato una solidità tecnica straordinaria, una fantasia nel fraseggio e un gusto per le sonorità sorprendente. L’interpretazione ha richiamato grandi pianisti del passato, con sonorità dense, coloriture evocative e una digitalità scintillante, culminata in un finale di inaudita potenza, accolto dal pubblico con applausi scroscianti.
Stefano Pagliantini