Prosegue con Siegfried il Ring scaligero: un Wagner senza ideologie.

WAGNER Siegfried K.F. Vogt, C. Nylund, A. Kissjudit, M. Volle, W. Ablinger-Sperrhacke, O. Sigurdarson, A. Anger, F. Aspromonte; Orchestra del Teatro alla Scala, direttrice Simone Young regia David McVicar scene David Mcvicar e Hannah Postlethwaite costumi Emma Kingsbury

Milano, Teatro alla Scala, 13 giugno 2025

La seconda giornata del Ring scaligero si incastra a fine stagione, prima dell’attesissima Norma e dopo il trittico-Weill di cui questa rivista non ha volutamente riferito, visto la modestia di un allestimento (a firma di Irina Brook) assolutamente incompatibile con la storia e gli standard della Scala (e nonostante l’interessante concertazione di Riccardo Chailly.). Siegfried, quindi, in vista della conclusione – il prossimo febbraio – della Tetralogia affidata a Sir David McVicar e al duo Young/Soddy sul podio. Le linee guida della concezione registica dell’artista scozzese sono ormai chiare: estrema leggibilità della drammaturgia, piazza pulita delle sovrastrutture ideologiche e politiche che, in 150 anni, si sono sedimentate sul teatro wagneriano fino a diventarne componente quasi ineludibile, e insomma la dichiarata volontà di proporre un teatro – se posso dire – di primo livello, comprensibile a tutti. E fin qui tutto bene. Rheingold, accettando questo punto di partenza, funzionava quasi completamente, mentre la Valchiria difettava nel gestire, anche a livello visivo, taluni momenti-chiave (la Cavalcata resa con animali metallici fatti muovere da mimi): e Siegfried, l’opera in cui la componente della natura è più spiccata, tornava alla leggibilità del Prologo, sì da soddisfare ampiamente il pubblico (che sta apprezzando molto questa Tetralogia). Molto bello, in particolare, il secondo atto, con quella caverna di Fafner dominata da gigantesche statue stilizzate, un po’ alla Giacometti, e l’invenzione del drago come un gigantesco scheletro strisciante; la rocca di Brunilde, per contro, pativa una certa banalità dell’invenzione visiva (quella mano su cui è adagiata la Valchiria), che mi pare importante in uno spettacolo del genere, dove la recitazione era certo curata, ma sempre in ambiti di tranquilla tradizione, con la sola bizzarria di un Mime stile “Vizietto”, vestito ora tradizionalmente (salvo una cresta rossastra) ora da matura e un po’ isterica signora (“Ti sono madre e padre”, dice a Sigfrido…), per sottolinearne i tratti comici (e ben riuscita, nel suo carattere grottesco, è anche la scena tra Mime e Alberich). Una regia gradevole, ma che rimane troppo in superficie (il Ring non è il Signore degli Anelli…) e che non spiega cosa vogliano dire, allo spettatore di oggi, questi miti nordici e questi interminabili dialoghi cui assiste.

Simone Young è speculare, dalla buca, alla gestione del palco di Sir David: un Wagner di chiarissima leggibilità, dove l’intreccio leitmotivico è gestito senza fumisterie timbriche né, d’altra parte, la cameristica cantabilità alla Karajan: una sorta di via di mezzo che fa suonare davvero bene l’orchestra scaligera (sugli scudi il primo corno, giustamente chiamato alla ribalta) ma che sembra non farci capire il senso di questa musica oggi, se non quello di raccontare benissimo una storia appassionante. Che è poi anche, ribadisco, il difetto (o il pregio, per altri) della regia di McVicar.

Come per Prologo e Prima giornata, anche qui il cast era di alto livello: Klaus Florian Vogt appartiene alla non esigua schiera dei Siegfried con una voce da – al massimo – Siegmund. Eppure il tenore tedesco regge senza troppo sforzo la massacrante parte, la sua voce sottile ma non esigua passa benissimo l’orchestra e si diffonde in sala, la dizione è impeccabile, il registro acuto sempre presente all’appello e il fraseggio – pur non complicato in un personaggio così unidirezionale – teatralmente vivace. E pazienza se la scena della forgiatura non ci fa ascoltare il bronzo di Heldentenor mitici. Anche Camilla Nylund è una Brunilde con voce da Sieglinde, almeno secondo le vecchie classificazioni: ma se nella Valchiria, dove il personaggio ha tempo di svilupparsi compiutamente, il risultato era stato ottimo, la Brunilde della seconda giornata – che si “gioca” in mezz’ora – mette alla luce un’intonazione non ottimale, un vibrato eccessivo nel registro medio-acuto e un certo, diffuso sforzo, compensato solo dall’intelligenza dell’artista.

Siegfried e Wotan (il Viandante)

Michael Volle è l’artista immenso che ben conosciamo, e il suo terzo atto, ossia le scene con Erda e poi Siegfried, pone l’ennesimo, indelebile sigillo su una carriera dai pochi confronti, specie in ambito wagneriano; molto bene anche il grottesco, viperino Wolfgang Ablinger-Sperrhacke (Mime) e l’inquieto Alberich di Ólafur Sigurdarson. Lussuosa l’Erda di Anna Kissjudit, un vero contralto che ha rimpiazzato all’ultimo istante l’indisposta Christa Mayer, e un cameo delizioso quello di Francesca Aspromonte come Waldvogel. Successo calorosissimo, tributato da un pubblico che, però, ha man mano abbandonato il teatro nei due intervalli: che le lunghezze wagneriane siano ormai incompatibili con una capacità di attenzione sempre più effimera e ridotta?

Nicola Cattò

Data di pubblicazione: 14 Giugno 2025

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