
RACHMANINOV Capriccio su temi tzigani op. 12 RACHMANINOV Concerto n. 3 in re minore per pianoforte e orchestra op. 30 pianoforte Mikhail Pletnëv Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, direttore Ryan McAdams
Cagliari, Teatro Lirico, 16 maggio 2026
Non ha deluso le aspettative la doppia esibizione, il 15 e il 16 maggio, del grande pianista russo Pletnëv, che ha entusiasmato il pubblico del Teatro Lirico di Cagliari. Le due serate, interamente dedicate a Rachmaninov, si sono aperte con il Caprice bohémien op. 12, noto come Capriccio su temi tzigani, eseguito dall’Orchestra locale diretta da Ryan McAdams, tornato sul podio del Lirico a distanza di tre anni dal suo debutto nel 2023. L’orchestra affronta l’opera giovanile del compositore russo esaltandone da una parte la ricchezza del colore orchestrale, dando vita a un amalgama timbrico denso e stratificato, pur estremamente compatto; dall’altra, rifinendo i contorni dei singoli incisi melodici — il cui sapore modale richiama, seppure in maniera stilizzata, i topoi della musica tzigana — con raffinata cura delle dinamiche interne alle frasi. Sarà la cifra espressiva dell’intera serata: l’evocazione di un clima avvolto dalle brume tardo-romantiche, ricco di ombreggiature, tinte fosche e improvvisi chiarori, innervato da una vitalità tematica il cui lirismo espanso, introverso e mai spianato, non si perde ma risalta all’interno di un impianto armonico corposo e saturo.
Con il Capriccio orchestrale così interpretato, l’attesa avvampa e la tensione sale al giusto grado a preparare gli animi all’ascolto del Concerto n. 3 in re minore op. 30, titanico capolavoro del virtuosismo concertistico. Dopo due battute orchestrali introduttive, quella che sarà la cifra interpretativa dell’intero concerto è stabilita sin dall’attacco del primo tema dell’Allegro ma non tanto, in ottava tra le due mani, eseguita dal pianista russo con levità impalpabile, e già quando viene assunto dalle viole inspessite dal corno si comprende che la vigorosa orchestra della Fondazione cagliaritana, guidata dal piglio energico di McAdams, dovrà adeguarsi alle tinte tenui del pianista. La dialettica solista/orchestra rimane tuttavia sempre tensiva e incalzante, innervata di un dinamismo sotterraneo. Il solista, generatore primario del materiale melodico, elabora un discorso musicale, e ne sviluppa il decorso con visione sempre lucida e razionale, anche nei momenti di maggiore pathos, senza opacità, producendosi in figurazioni tortuose, arpeggi altalenanti, fitti accordi ribattuti, cadenze mirabolanti con tocco cristallino, come di sorgente di montagna che sgorga dagli abissi, risale, e si insinua tra le trame orchestrali con padronanza. Eppure, nel fare mirabilia, Pletnëv sa essere intenso, ma con contenuto impeto, assai poco incline allo sfoggio virtuosistico, com’è nella sua natura schiva. Nel concatenarsi quasi rapsodico degli episodi del primo movimento del Concerto, in una dilatazione pletorica della forma sonata che è ormai quasi un pallido fantasma, il secondo tema contrastante, come di fanfara, sfocia in una sezione lirica ed espressiva, intarsiata dagli inserti imitativi dei fiati, in cui il pianista si profonde in un afflato nostalgico, reso inquieto dal serpeggiare degli arpeggi alla mano sinistra. Ma è lo sviluppo ipertrofico del primo tema (che, del resto, rimane tra le melodie immortali nella memoria universale) a farla da padrone, liquefatto in una cascata di arpeggi, poi irrigidito in fitti accordi ribattuti e smembrato in varie figurazioni tecniche di grande impatto in una sfrenata accelerazione ritmica e intensificazione dinamica che sfociano, dopo una giustapposizione di eventi drammatici, nella roboante cadenza finale in accelerando, fino a giungere alla sua letterale ripresa. Il movimento si conclude con una coda riepilogativa del materiale tematico complessivo.

Nell’Intermezzo, un tema malinconico e placido appena accennato dagli archi, poi ripreso dai fiati e poi ancora ben cantato di nuovo dagli archi prima di espandersi in un tutti un poco più mosso in cui l’orchestra si profonde in un amalgama pastoso, introduce l’ingresso del solista che si impadronisce subito della scena con una figurazione impetuosa. Da sottolineare la capacità dell’orchestra di farsi corpo sonoro unitario ma, allo stesso tempo, di far emergere le trame solistiche e cameristiche insite nella complessa e stratificata scrittura di Rachmaninov. Con un repentino e drastico cambio di tonalità, le tinte si fanno fosche e misteriose, con il dipanarsi di un tema pianistico che emerge tra le pieghe di un involuto tessuto armonico, sostenuto da lunghe, solenni “arcate” melodiche orchestrali. L’interazione tra il solista e l’orchestra si fa via via più fitta fino a una maestosa apertura lirica. Nel poco più mosso segnato da un nuovo inaspettato cambio di tonalità, un’aerobica figurazione pianistica in terzine di semicrome sostiene un tema di valzer malinconico condotto da clarinetto e fagotto. Il secondo movimento è intriso di drammaticità e vede il pianoforte farsi più profondo e incisivo, dando l’impressione di scavare nell’impasto sinfonico. Il ritorno al tema principale del movimento all’orchestra precede un inserto fragoroso del solista, conducendo direttamente (attacca subito) al Finale (Alla breve), una fenetica danza in cui sono profusi spunti tematici relativi al primo movimento, calati e abilmente celati in un contesto altamente virtuosistico. Pletnëv regge le fila di questo energico galoppo con una perizia che non è mai agitata e non trascende il controllo di ogni singolo dettaglio formale, laddove talvolta l’orchestra vorrebbe lasciarsi andare a un più tempestoso pathos, ché non manca di sonorità, ma è tenuta a bada da McAdams che ha da tempo un sodalizio col pianista russo, e ne conosce bene le variazioni misurate della gamma dinamica. Il secondo tema è originale e non derivato dal materiale precedente, e si estende lungo una parabola ampia, pur avvolto e attorcigliato tra funamboliche contorsioni armoniche. E se lo scherzando centrale offre spunti tematici noti, ancora una giustapposizione di sezioni, in cui si alternano toni incalzanti e oasi liriche rarefatte, conduce a una lunga e frenetica cavalcata finale che aumenta di intensità fino alla gloriosa apertura finale in accelerando. Il pubblico è estasiato e ha bisogno di riprendere fiato. La tensione si stempera con i due bis del pianista: il Notturno op. 9 n. 2 di Chopin e Enson Vandrer dai Pezzi lirici op. 43 n. 2 di Grieg, che sono un incanto e tengono sospeso il fiato.
Maggie S. Lorelli