Luigi Piovano, tra violoncello, direzione e il Festival di Postignano

Luigi Piovano (©Musacchio, Ianniello & Pasqualini)

Luigi Piovano è un purosangue della musica. Un talento esuberante che è difficile arginare in un unico ambito. Non stupisce che, dopo un eccellente percorso di studi sotto l’egida di Radu Aldulescu, abbia conquistato, giovanissimo, il ruolo di primo violoncello del Concerto Italiano diretto da Rinaldo Alessandrini e poi, a soli 26 anni, il ruolo di primo violoncello solista dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, con cui si appresta a festeggiare il trentennale. Una carriera folgorante che lo porta a suonare, come solista, sotto le più autorevoli bacchette contemporanee, come Chung, Nagano, Menuhin, Pappano, e Pletnev, e con orchestre blasonate come Tokyo Philharmonic, New Japan Philharmonic, Seoul Philharmonic, Orchestre Symphonique de Montréal e molte altre. Insigne camerista, divide il palco con artisti del calibro di Sawallisch, Lonquich, Lucchesini, Kavakos e le sorelle Labeque e, dal 2005, suona regolarmente in duo con Antonio Pappano, con cui incide nel 2020 le Sonate di Brahms per Arcana. All’attivo ha anche registrazioni per Naxos e Eloquentia e dal 2013 ha una collaborazione stabile alla testa degli Archi di Santa Cecilia, con i quali ha pubblicato sei CD. È molto attivo inoltre come direttore d’orchestra, sul podio di molte delle principali orchestre italiane, collaborando con solisti come Bacalov, Brunello, De Maria, Lupo, Mingardo, Sitkovetsky. Fra i suoi impegni più recenti all’estero, il debutto con la New Japan Philharmonic Orchestra e, nel 2022, con l’Orchestra del Mozarteum di Salisburgo, con cui continua a collaborare tuttora. Nel 2022 ha debuttato anche sul podio dell’Orchestra Sinfonica di Milano e ha diretto Tosca al Teatro Bellini di Catania.

Impegnato anche sul versante organizzativo, Piovano è Direttore Artistico del Postignano Music Festival, giunto alla sua seconda edizione, che si svolge in due fine settimana di ottobre 2025, dal 2 al 5 e dal 24 al 26, nell’incantevole borgo restaurato di Castello di Postignano (PG), tra la Chiesa della SS. Annunziata e il Giardino delle Rose. Sette i concerti in programma e 15 gliinterpreti di fama internazionale e i giovani talenti coinvolti, in un cartellone variegato che si snoda tra classica e jazz. Il pianista Alessandro Taverna, il compoitore Pasquale Corrado, la violinista Giulia Rimonda, il percussionista Gabriele Ruggeri, l’oboista Francesco di Rosa col Trio Plavens, lo stesso Luigi Piovano in duo col pianista Giuliano Mazzoccante per un Omaggio a Rachmaninov, la cantante jazz Fabiana Rosciglione col suo quartetto, sono solo alcuni dei nomi più risonanti del Festival.

Partiamo dal Postignano Music Festival. Qual è la cifra distintiva della sua Direzione Artistica?

Postignano nasce dal connubio di tre belle parole: amicizia, bellezza e affetto. Tre concetti che mi legano a quel luogo e al suo proprietario, l’architetto Gennaro Matacena, ma anche a Matteo Scaramella, architetto co-autore del progetto di recupero di questo meraviglioso borgo umbro a poche decine di chilometri da Perugia. Sono stati loro a propormi di realizzarvi un Festival, nato da un precedente Festival che vi si teneva tanti anni fa. L’anno scorso è stata una bellissima esperienza; quest’anno si replica in un’ottica di ulteriore miglioramento.

Perché è diviso in due periodi distanziati?

Per la particolarità del luogo, che si trova un po’ isolato in Val Nerina. Quando ci si arriva, si pensa di essere arrivati in Paradiso, ma il percorso per arrivarci è un po’ complicato. Allora, anche grazie alla presidenza di Enrico Ducrot, massima autorità nel settore del turismo di lusso italiano, abbiamo cercato di capire quali fossero i periodi migliori per realizzare gli eventi, constatando che nel fine settimana è più agevole: è soprattutto nel fine settimana che il borgo si riempie di visitatori.

Qual è la mission artistica?

Regalare un’esperienza unica e suggestiva alle persone che vanno in visita in questo Castello fatato per fare un tuffo nel Medioevo. Un luogo caratterizzato da un silenzio irreale, dove un concerto di musica classica fatto in una Chiesa del 1400 echeggia in tutto il borgo. I due week end del Festival inoltre sono distanziati per dare respiro al borgo, che è quasi di cristallo, tanto è delicato. Probabilmente si tratta del restauro conservativo meglio riuscito al mondo. Il mio obiettivo è portare la bella musica in questo meraviglioso piccolo borgo, a ridosso della via Francigena, per permettere ai visitatori di godere non solo della musica, ma anche del paesaggio, della bellezza naturalistica e – perché no? – della buona cucina.

Un ricordo di suo padre Antonio Piovano, recentemente scomparso…

Penso ci siano persone che, in una filosofia di vita ideale, sarebbe giusto non morissero mai. Mozart, Schubert, Schumann, Brahms: magari non fossero mai morti e avessero continuato a scrivere capolavori! Quando però se ne vanno, si mette sulla bilancia la perdita infinita di una famiglia e, d’altra parte, l’enorme patrimonio che queste persone lasciano al resto della società. A me, in particolare, mio padre lascia la passione e il talento per la musica, che fa di me un “prete” della musica.

Cosa lascia, invece, alla comunità musicale?

Innanzitutto, il recupero di tutta la musica colta dei compositori abruzzesi che sono andati a studiare nei Conservatori napoletani e del sud nel ‘700. Parlo di nomi come Cotumacci, Fenaroli, De Nardis. Ma forse la cosa più importante e che meno si ricorda di mio padre è il lavoro etnomusicologico di recupero della musica folkloristica abruzzese. Ricordo che da bambino andavo con lui con in mano un registratore della Geloso; faceva cantare ai contadini e alle contadine i canti popolari della terra riguardanti le varie fasi della vita e del ciclo naturale. Canti che sarebbero andati perduti, perché tutti di tradizione orale. I contadini chiamavano il registratore “il diavolo”, perché pensavano che rubasse loro la voce… Ma con l’aiuto di un bicchiere di vino prendevano coraggio e cantavano. Papà poi, tornato a casa, trascriveva in notazione quei canti. Inoltre la didattica: papà è “padre” di centinaia di musicisti non solo abruzzesi, che hanno poi esportato la sua scuola didattica in territorio nazionale. Era in grado di trasmettere l’amore per la musica a persone di tutte le età.

Deve a suo padre i suoi primi approcci alla direzione?

Sì. La nostra casa di famiglia, a Pescara, ospitava una piccola orchestra d’archi che suonava il repertorio barocco: Vivaldi, Corelli, Telemann, Bach… e papà, che era anche diplomato in clavicembalo e composizione, possedeva una spinetta piccina, con cui svolgeva l’armonizzazione del basso continuo. Io avevo 3 o 4 anni e rimanevo accovacciato ai suoi piedi, respirando suoni sin da quell’età.

Tra tanti suoni, però, è stato quello del violoncello a stregarla…

Sì, assolutamente. Dapprima papà aveva messo tutti e tre i figli sul pianoforte; io sono diplomato anche in Pianoforte e da giovane ho vinto due concorsi pianistici. Ma poi un giorno, mentre mio padre eseguiva col suo trio un Trio di Mendelssohn e io, accovacciato ai suoi piedi, sentii il suono del violoncello, rimasi come folgorato da un dio che si chiama Musica: avevo 3 anni, ma me lo ricordo come se fosse ieri. Bastò sentire il suono del violoncello per farmi dire “Questa è la mia vita!”.

Ha cominciato a quell’età a studiarlo?

Avevamo in casa una chitarrina della Eko, allora cominciai a prendere l’arco di Robin Hood e a tentare di suonarla come se fosse un violoncello. Mio padre pensò bene di comprarmi da un rigattiere un violoncello “due quarti” e a 7 anni cominciai a studiarlo seriamente. A 10/11 anni avevo già il quattro quarti. Da lì è stata tutta una corsa che mi ha portato, all’inizio grazie alla guida solida del mio Maestro, a raggiungere una serie di traguardi importanti.

Una scuola d’arco di nobile ascendenza, quella di Radu Aldulescu…

La sua scuola d’arco nasceva dal connubio tra la scuola russa dalla quale proveniva, e la scuola franco-belga a cui si è approcciato quand’è scappato dalla Romania di Ceaușescu, intorno al ’79. Quella scuola dei grandi Maestri del passato, Aldulescu, Pergamenshikov, Geringas, Tortellier, Fournier, Rostropovich, ora rischia di perdersi. Io sono uno degli ultimi allievi di Aldulescu; i grandi allievi sono ormai quasi tutti anziani.

Cos’hanno di diverso, rispetto a questi grandi nomi, le nuove generazioni di violoncellisti?

Oggi c’è una media mostruosamente alta dal punto di vista tecnico, accompagnata però da un livellamento di suono che non permette quasi di riconoscere un interprete da un altro. Quei grandi invece li riconoscevi al primo suono: ognuno di loro aveva nel suono e nell’interpretazione delle peculiarità che andavano al di là della media.

Cos’ha generato questo livellamento?

Il cd è stato una delle cause. Il disco mostra una donna bella da quando si alza a quando va a dormire. Questo può farmi piacere, ma non è la normalità: è qualcosa di falso. Questa perfezione ha finito per standardizzarsi. Inoltre, oggi abbiamo aperto i concorsi a tutta l’area asiatica, e i musicisti asiatici, per forma mentis, sono abituati più alla ricerca della perfezione che del bello. Noi occidentali, invece, soprattutto in Italia, abbiamo sempre messo al primo posto la Bellezza. Nella mia vita ho ascoltato moltissimi grandi strumentisti, che non erano perfetti in concerto.

Invece, quando ha deciso di fare della direzione d’orchestra una professione prevalente?

Come dicevo, ho visto mio padre dirigere sin da molto piccolo. Una delle esperienze più importanti che ha fatto con papà è stata quella dello studio della partitura. Non ho mai letto Topolino, ma mi divertivo a leggere le partiture delle Sinfonie di Mozart, di Beethoven ecc. Non solo: papà a 12/13 anni mi faceva analizzare anche le Sinfonie di Šostakovič, le musiche di Bartók e di Hindemith, permettendomi di aprire la mente non solo all’armonia classica, ma anche alla politonalità, alla poliritmia e, in generale, ai linguaggi contemporanei. Per un bambino, 40 anni fa, era “tanta roba”.

La sua pratica orchestrale ha avuto un peso in questa decisione?

Assolutamente sì. Direttori come Giulini, Chung, Pappano, Temirkanov, non li ho visti solo dirigere ma, a distanza di un metro, li ho sentiti respirare la musica.

Che tipo di direttore si considera?

Un direttore asintomatico. Come strumentista, essendo stato diretto dai direttori più importanti della storia contemporanea, ho capito che per fare il direttore d’orchestra “puro” si deve avere un certo egoismo che da un lato ti preserva, ma dall’altro difficilmente ti mette in condizioni di condividere. Per me la musica, invece, è condivisione. È chiaro poi che un direttore deve porsi innanzitutto come uomo, portatore di una propria esperienza di vita, passioni, amori, dolori. Inoltre, deve presentarsi davanti a un’orchestra con una propria visione della partitura, che sia il più possibile scrupolosa e aderente a ciò che il compositore ha scritto: non deve mai dimenticare di essere un vettore, un interprete di un’opera di un autore che deve considerare “sacro”: in questo senso ha una responsabilità enorme. Dopo di che, però, si lavora con degli orchestrali, e bisogna adoperarsi per tirare fuori il meglio da ognuno di loro, accogliere ogni singola visione della musica. Condividere, appunto.

Come direttore, ha degli autori, epoche o stili su cui intende focalizzare la sua attenzione?

Diciamo che ho degli innamoramenti periodici. L’ho avuto per Schubert, oggi ce l’ho per Schumann, l’ho avuto e mi è rimasto per Šostakovič. Normalmente mi appassiono dell’autore su cui sto lavorando al momento: ogni volta che mi approccio a un compositore per la prima volta, scopro la sua enorme grandezza e in quel momento il mio favorito diventa quello. E poi ci sono i desideriper il futuro. Per esempio, quest’anno ho diretto per la prima volta il Requiem di Mozart, e posso dire che è stato un sogno che si è realizzato.

Orchestre che le piacerebbe dirigere?

Un’orchestra dove ho trovato un cuore diverso nel fare musica è la Malta Philharmonic Orchestra, che ho avuto l’onore di dirigere lo scorso maggio: è scoccata una scintilla speciale. Mi hanno richiamato per un bellissimo progetto insieme alla flautista Silvia Careddu per il prossimo anno. In Italia, poi, ci sono tante orchestre a cui sono affezionato: dall’Orchestra Sinfonica di Milano all’Istituzione Sinfonica Abruzzese, dall’Orchestra Sinfonica di Matera alla Roma Tre Orchestra, che mi ha visto protagonista per tanti anni, poi le Orchestre di Campobasso, Padova, Palermo ecc. Sarà che gli orchestrali sanno che vengo dal golfo mistico, ma mi trovo sempre davvero bene con loro. Sarà anche il fatto che a me piace condividere la musica, e non la concepisco in maniera dittatoriale, di imposizione dall’alto.

Preferisce dirigere l’opera o la musica sinfonica?

Difficile dirlo. Quando ho diretto Tosca mi sono divertito molto, perché è come interpretare un film diverso ogni sera: avevo tre cast differenti per 8 recite. Immaginiamoci cosa può significare avere 3 Tosche, 3 Cavaradossi e 3 Scarpia da gestire, ognuno con le proprie caratteristiche vocali e interpretative. Probabilmente tornerò presto a fare un’opera al Teatro Marrucino di Chieti. L’opera, rispetto alla sinfonica è più al servizio della scena: comanda la storia, il libretto, il regista. Nella musica sinfonica c’è una madre sola, e si chiama partitura. Amo entrambi i generi, ma mi piacerebbe dirigere qualche opera in più.

Ha anche un’esperienza enorme come camerista. Ha intenzione di portare avanti tutte queste attività parallelamente?

Certamente. Innanzitutto perché come direttore d’orchestra non ho ancora un portafoglio tale da permettermi di dedicarmi solo a questa attività. D’altra parte però mi capita anche di dover rifiutare delle produzioni per adempiere agli impegni che comporta l’essere primo violoncello dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, ruolo che mi onora. Continuerò anche a fare musica da camera, selezionando le cose che più mi interessano. Non mi sentirei di rinunciare a nessuna delle cose che faccio, anche perché il mio modo di essere mi porta a differenziare il più possibile le attività. Differenziare porta ad evolversi e a crescere artisticamente: non si finisce mai.

Nuovi progetti discografici?

Ne ho un paio. Uno è in via di definizione e ancora non ne parlo. Cito invece il progetto discografico con il Mozarteum di Salisburgo e la flautista Silvia Careddu. A febbraio cominceremo a registrare a Salisburgo, nella tana del lupo, i Concerti per flauto e quello per flauto e arpa di Mozart con la prima arpa dei Berliner Philharmoniker. Sono orgoglioso del fatto che un’Orchestra di tale prestigio, che porta il nome di Mozart, abbia per me una stima tale da chiedermi di registrare i concerti del grande genio di Salisburgo.

Maggie S. Lorelli

Data di pubblicazione: 30 Settembre 2025

Related Posts