
Anticamente la città si chiamava Augusta Traiana e ne fanno ancora fede il foro e la lastricata via pontica che da Roma portava sino all’Ellesponto (lo stretto dei Dardanelli) ed a Costantinopoli. Molti i reperti e interessante il sito archeologico che attraversa Stara Zagora (letteralmente, “l’antica città oltre i monti”), circa 230 km a est di Sofia. Proprio dinanzi agli scavi sorge un dinamico teatro di opera e balletto in cui la lingua italiana è di casa. Lo parlano i dirigenti del teatro, ma anche alcuni danzatori di una compagnia di valore. Il rapporto con l’Italia è dunque consolidato, così come la trentennale collaborazione con uno scenografo della vecchia scuola come Salvatore Russo, cui è stata dedicata, in occasione dei suoi 60 anni di carriera internazionale, una esposizione di bozzetti, scenografie e costumi (da Norma, Cavalleria, Lucia ecc.). L’occasione è stata propizia per presentare un prezioso libro in lingua italiana, con una ricca documentazione iconografica, a cura di Flavia Pappacena. Nel novero del 54mo Festival d’autunno è poi stata presentata con suoi variopinti costumi e scene dipinte secondo tradizione, la Coppelia di Luigi Martelletta, che ha il pregio di rinfrescare con alcune felici trovate il primo atto e rendere interessante il terzo, generalmente molto ridotto, con la festa della campana che mette in luce i giovani danzatori di una entusiasta compagnia diretta con passione da Sylvia Tomova, già prima ballerina dell’Opera di Sofia. In programmazione nel Festival per l’occasione anche una rarità come Le villi pucciniane, una serata dedicata al numen loci Boris Christoff, La Clemenza di Tito mozartiana, recital di canto e concerti sinfonici e l’impegnativo Oro del Reno di Wagner in un allestimento dell’Opera di Sofia a firma di Plamen Kartalov.

Abbiamo cercato così di curiosare tra le attività del teatro (uno degli otto della Bulgaria e uno dei due con annessa compagnia di ballo) con l’aiuto del sovrintendente Ognyan Draganov, regista e uomo di teatro. La produzione annuale si divide tra opera a balletto con un pubblico egualmente interessato. Nella compagnia di ballo 20 su 60 danzatori sono italiani (ma ci sono anche albanesi, giapponesi e messicani). Annessa al teatro c’è poi anche una scuola di ballo da 4 sino a 18 anni.
“La lirica da noi non è legata alla situazione politica – racconta Draganov. In teatro lavorano 310 persone di cui 60 ballerini, una cinquantina di coristi, 80 orchestrali, 25 solisti di canto (stabili, secondo il vecchio sistema sovietico), 10 amministrativi. Su ogni lev che incassiamo al botteghino il governo ce ne dà altri 9, così siamo condizionati a scegliere opere popolari, sempre prime e nuovi titoli. Realizziamo massimo 50 repliche nell’arco di 2/3 anni. Le “prime” sono sempre piene ma anche quando ci sono nomi di cartello come Stoyanova, Cura o Guleghina. La nostra non è una città grande (solo 180 mila abitanti). Una volta si faceva solo musica popolare (capienza 150 persone). Oggi produciamo da 190 a 230 spettacoli l’anno. Molti bambini partecipano gratuitamente alla scuola di musica e facciamo spesso spettacoli per bambini e ogni domenica con diversamente abili”.
Avete anche un repertorio molto vario e vasto…
Il repertorio è fatto di molte opere italiane – prosegue il regista — ma anche francesi o tedesche. Abbiamo realizzato progetti con pupazzi (Faust e Turandot) e anche con prosa come per l’Uccellino bel verde (1765) di Carlo Gozzi. Qui c’è la volontà di andare a teatro. Il teatro è anche un’industria perché poi il pubblico va poi al ristorante, in albergo e quindi il teatro incrementa il turismo. La nostra città ha origini antichissime, risale a 8000 anni prima di Cristo ed è attraversata dalla via pontica, che portava a Costantinopoli. Facciamo spettacoli anche d’estate sia nel foro romano, sia a bordo di un lago come a Bregenz e nello stadio. In passato abbiamo ospitato delle rarità come alcune opere di Gomez, quali il Guarany, Maria Tudor o Fosca e abbiamo collaborato con un circo per Pagliacci. Spesso facciamo spettacoli per le scuole come La Bella addormentata, Bottega fantastica, Coppelia con canto, coro e un narratore. E abbiamo anche una scuola musicale.
Poi c’è questo interessante Festival autunnale…
Il nostro Festival è iniziato nel 1967 — conclude Draganov — ed è unico in Bulgaria (è organizzato dal comune). Ospita titoli meno comuni come Gianni Schicchi o Le Villi, il Balletto Nazionale di El Salvador, La clemenza di Tito, l’Opera di Sofia con L’oro del Reno. Le regie però sono sempre nel rispetto di musica e libretto quanto a tempo e luogo. L’opera lirica è un’arte conservativa. Si possono creare altre possibilità che aumentano la narrazione. Con lo stesso soggetto si può narrare un’altra storia. Turandot, ad esempio, è una donna che ha dei problemi e si è creata un suo mondo con pupazzi. Tutti nel nostro allestimento hanno dei gemelli sotto forma di pupazzi. I soldati sono di ceramica. In Calaf, Turandot riconosce un uomo che si innamora. Non può resistergli, ma alla fine si uccide. In tutte le opere di Puccini le donne muoiono. Tra i progetti futuri nel 2026 c’è l’Olandese volante.
Per il balletto abbiamo ospitato Ghetto di Mario Piazza, musical come Notre Dame di Cocciante e Romeo e Giulietta di Gerard Pershvili. Facciamo molto repertorio classico, ma anche Balanchine o Claude Brumachon.
Lorenzo Tozzi