L’Orchestra UniMI e il Big Bang

BORENSTEIN The Big Bang and the Creation of the Universe op. 52 BEETHOVEN Sinfonia n. 4 in SI bemolle op. 60 Orchestra UniMi, direttore Nayden Todorov

Milano, Aula Magna dell’Università Statale, 16 febbraio 2021

Una premessa è doverosa: non saremo obiettivi. Troppo grande è stata la gioia di essere nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano, insieme a pochi addetti ai lavori, per una serata purtroppo preclusa al pubblico e trasmessa solo in videostreaming. Altro non si può fare con i teatri e gli auditori di quasi tutta Europa chiusi a tempo indeterminato a causa del Covid-19 e delle relative misure di contenimento. In molti lo apprezzano, qualcuno addirittura si ubriaca di concerti davanti allo schermo del computer di casa, ma per noi lo streaming finisce per anestetizzare la musica, la rende asettica e a volte quasi insopportabile.

L’altra sera abbiamo avuto l’impressione, invece, che la musica si risvegliasse da un lungo sonno. Sul podio del secondo appuntamento dalla piccola e ricercata stagione (la presenza della musica contemporanea, per esempio, è d’obbligo) dell’Orchestra dell’Università degli Studi di Milano (vedi qui per la recensione del primo concerto) c’era il bulgaro Nayden Todorov, la cui presenza è stata in forse fino all’ultimo, visto che prendere un volo, di questi tempi, può essere molto complicato. La musica si è risvegliata, però, anche e soprattutto perché l’Orchestra UniMI suona davvero bene: è discretamente precisa, ha un buon amalgama sonoro, non cerca l’impossibile ma riesce a raggiungere quanto è nelle sue possibilità e soprattutto suona con anima.

A dimostrarlo è stata una Quarta beethoveniana piacevole e fresca, magari in alcuni momenti un poco ruvida — penso allo sfondo sonoro delle viole nell’introduzione lenta — e con qualche imprecisione di troppo da parte dei corni, ma molto coinvolgente sul piano ritmico, ben levigata nei temi, leggera e scattante soprattutto nel terzo movimento e con un finale ben definito in ogni dettaglio. Non è facile ottenere questi risultati nella Quarta, e non solo perché l’ascoltatore ha impresse nella memoria le interpretazioni dei più grandi direttori e delle più grandi orchestre; non è facile soprattutto perché la Quarta è una pagina leggera e insieme ricercata nell’intreccio contrappuntistico, mossa e insieme trasparente, che esige un’orchestra e un direttore molto attenti.

Nayden Todorov

Onore al merito, quindi, dei musicisti dell’UniMi, nata una ventina d’anni fa come orchestra degli allievi della Statale ma diventata ormai una formazione di professionisti con alle spalle una buona esperienza, per quanto l’età media sia piuttosto bassa, intorno ai trent’anni. E onore al merito anche di Nayden Todorov, uno di quei direttori in grado di capire al volo cosa possono ottenere e cosa non devono chiedere alle orchestre che hanno davanti, come ha dimostrato anche nel pezzo forte della serata, The Big Bang and the Creation of Universe del cinquantaduenne compositore israeliano Nimrod Borenstein, presentato in prima esecuzione italiana. L’insistenza su semplici schemi melodici ripetuti, come la triade maggiore ascendente presentata dal vibrafono in apertura del primo dei tre movimenti, che sa molto di Minimalismo, ed il linguaggio tonalissimo potrebbero indurre un ascoltatore frettoloso a ritenerlo un lavoro datato, invece tutto suona molto nuovo, arrivando subito al pubblico (virtuale, in questo caso…). È una semplicità apparente o per meglio dire è una semplicità solo a livello melodico e armonico perché sul piano timbrico le cose si fanno più complesse: The Big Bang and the Creation of Universe, eseguito per la prima volta nel 2009, è infatti giocato sulle suggestioni dell’incontro tra il vibrafono, che riveste in sostanza un ruolo di solista, e l’orchestra, in particolare gli archi, in un sapiente dosaggio di alchimie sonore che per fortuna non si perdevano nell’acustica un poco secca ma equilibrata dell’Aula Magna di via Festa del Perdono. A dispetto del titolo altisonante non c’è nulla di epifanico né di decadente, nulla di cataclismatico alla maniera di The Planets di Holst o dei celebri inizi della Nona di Beethoven e della Prima di Mahler, anzi la trasparenza del linguaggio e il ricorso al contrappunto rimandano piuttosto alla musica barocca. Il risultato è una pagina che sembra muoversi fuori dal tempo e dallo spazio — ma forse si muove proprio nel «nostro» tempo ormai quasi del tutto destoricizzato e prigioniero di un nebuloso ed eterno presente — una pagina quasi straniata nelle sue vellutate atmosfere timbriche che i giovani dell’UniMi hanno saputo rendere molto bene.

Luca Segalla

Crediti: Emanuele Armiento

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