
BEETHOVEN Sonate op. 13 “Patetica”, op. 31 n. 2 “La tempesta”, op. 57 “Appassionata”; Bagatelle op. 33 n. 6 e op. 126 n. 3 pianoforte Ivo Pogorelich
Ravenna, Teatro Alighieri, 30 Novembre 2025
Quando ascoltai per la prima volta Ivo Pogorelich negli anni ’90 (suonava gli Scherzi di Chopin e i Quadri di un’esposizione di Musorgskij) rimasi sconvolto. Era il suo periodo d’oro, in cui per alcuni giovanissimi come me incarnava il nuovo che avanzava, una sorta di innovativo profeta del pianoforte. Ebbi la fortuna di riascoltarlo poco dopo nel concerto di Ciaikovski; poi il lungo silenzio, il ritorno in un Secondo di Rachmaninov, e ancora più tardi rieccolo in un Primo di Chopin in veste cameristica. Sono state le fasi della sua carriera artistica, fasi che paiono ere geologiche, tanto distanti dall’orecchio di oggi, lungo una parabola che sembra andare in discesa, o in salita secondo i punti di vista. Un percorso totalmente differente da quello del quasi coetaneo Pletnev, ad esempio, che non finisce di impressionarci nell’indagare i misteri della musica. In una vecchia intervista su YouTube il giovane Ivo raccomandava di cercare nella musica quanto vi fosse di meno ordinario, in effetti quello che attraeva maggiormente del suo modo di interpretare, non solo dal punto di vista strettamente musicale, ma eminentemente tecnico. Nulla di tutto questo nel riascoltarlo dopo decenni in un’antologia di celebri sonate di Beethoven che sta portando in tournée in sale piccole e grandissime, fra inspiegabili motivazioni.
Una cautela disadorna pervade la Patetica fra piccole ma ricorrenti imprecisioni nei passaggi più rapidi: è un Beethoven da Ottocento inoltrato, spinto nei suoi registri gravi, stirato fra suoni rimpiccioliti e scarni, decisamente prevedibile nelle intenzioni. La mano è schiva, come se si trovasse in difficoltà persino nell’eseguire una scala, muovendosi lungo un percorso sofferto, denso di fragilità. Ma non si tratta di musica fragile. Cosa vorrà mai dirci questo approccio a Beethoven e al pianoforte?
Barlumi di idee in un pudore che imprime una staticità monocorde allo scorrere delle note attraversano La tempesta. Un certo attacco del tasto lascia trapelare il passato di grande pianista, altrove incontriamo incertezze esplorative che prediligono tempi lenti ma non rispondenti a una poetica della lentezza e della pronuncia. Un senso di astenia abbraccia l’Appassionata, decisamente affaticata e dominata da uno sforzo esecutivo immane: come arriverà alla fine? Va anche detto in tutta onestà che la retorica invadente di molte esecuzioni beethoveniane ha pure stancato nel celebrare Beethoven come paradigma, pervase da routine e abilità in grado di presentarci bei piatti ma totalmente insipidi all’ascolto e alla riflessione critica. Pogorelich è invece sempre stato il pianista dove la musica è rivelazione, non il risultato di un tecnicismo compositivo o strumentale. Quella ricerca dell’eterno è scomparsa. In questo scenario precario Pogorelich inserisce due bagatelle come sfingi, enigmatiche, nel tentativo – chissà – di raccontare quel Beethoven che dal silenzio angosciante della sordità lanciava messaggi all’umanità. Il Notturno op. 55 n. 2 di Chopin in fuoriprogramma, un tempo cavallo di battaglia, si spoglia nell’essenzialità del cantabile, rivissuto in un distacco emotivo che lascia perplessi. Applausi tiepidi. Pogorelich rinascerà?
Mirko Schipilliti