Don Quichotte a Pavia: ricordo, sogno e commozione in uno spettacolo memorabile

Giorgio Caoduro (Sancho Panza) e Nicola Ulivieri (Don Quichotte)

MASSENET Don Quichotte N. Ulivieri, G. Caoduro, C. Tirotta, R. Feo, R. Covatta, M. Leung, E. Zulikha Benato, A. Carrera, M. Tomasoni; I Pomeriggi Musicali, Coro OperaLombardi, direttore Jacopo Brusa regia Kristian Frédric scene Marilène Bastien costumi Margherita Platé

Pavia, Teatro Fraschini, 31 ottobre 2025

Fin dall’inizio, non mancarono le critiche, anche feroci, al Don Quichotte di Massenet (1910): Saint-Saëns lo giudica semplicemente “idiota”, mentre Hahn, pur scettico, è molto più acuto nel giudizio e osserva che è come se il Cavaliere massenetiano sapesse già “di avere uno spirito chimerico, sa che ci si prende gioco di lui, ma sa anche di avere ragione, malgrado le apparenze, e che un giorno il suo nome diverrà sinonimo di varie cose nobili ma un po’ ridicole” (prendo le informazioni dal volume “definitivo” sull’autore francese, scritto per Fayard da Jean-Christophe Branger nel 2024). Don Quichotte, scritto da un Massenet settantenne, verso la fine dell’attività e già minato dalla malattia (un cancro allo stomaco) che lo ucciderà di lì a due anni, è in effetti un caso particolare nella storia dell’opera: un melodramma che vive, dall’inizio alla fine, di ricordi, nostalgie, evocazioni slegate l’una dall’altra, dove la trama — ispirata ovviamente a Cervantes, ma con ampie libertà, a partire dallo spazio più cospicuo riservato a Dulcinea — è come un pretesto per cinque atti che sono cinque brevi squarci della memoria, dove l’identificazione tra il protagonista e il compositore è più che evidente. Opera che in Italia manca da tantissimi anni, che è stata nondimeno cavallo di battaglia di grandi bassi, vista la complessità del personaggio e la relativa semplicità della scrittura vocale: d’altronde Fëdor Šaljapin, su cui Massenet modellò la parte, era un sommo cantante-attore, ma certo non un vocalista di primo livello (del suo istrionismo possiamo averne una traccia ascoltando un’incisione del quinto atto, risalente al 1927, in cui interpreta sia Don Quichotte che Sancho Panza: qui il link). E dal sommo Nicolai Ghiaurov (che invano chiese alla Scala di allestire l’opera, per molti anni…) a Ruggero Raimondi, da Samuel Ramey a Michele Pertusi, la figura nostalgica e sognante del Cavaliere dalla lunga figura ha attratto artisti diversi per cultura e vocalità. Con grande coraggio, OperaLombardia ha incluso la tarda opera di Massenet nella propria programmazione 2025: capofila ne è stato il Fraschini di Pavia, dove ha debuttato venerdì 31 ottobre scorso (e la sala era praticamente esaurita: ottimo segno).

Il risultato è stato semplicemente splendido: vuoi per la bellezza toccante della musica di Massenet, vuoi per il livello di quanto visto e ascoltato, era tempo che non mi emozionavo così a teatro. La regia di Kristian Frédric parte da un’idea forte — un vero pugno nello stomaco — ma più che condivisibile, quasi inevitabile: Don Quichotte è un anziano signore in una casa di riposo, affetto da una demenza sempre più evidente, che nel sogno ripensa alla sua vita, evocando situazioni immaginate, sperate, probabilmente mai esistite. Sancho è il suo infermiere, mentre Dulcinea una dottoressa della stessa casa di riposo: i cinque quadri, quindi, lo vedono in un perenne stato di equilibrio tra sogno e immaginazione, a partire dalla festa del primo atto per i 70 anni dell’illustre ospite (l’età di Massenet: tocco raffinato…). Frédric porta in scena, fellinianamente, i suoi personaggi senza far capire cosa sia reale e cosa no: i ventilatori del soffitto diventano i mulini contro cui Don Quichotte lotta (quindi un’illusione al quadrato: i ventilatori che sembrano mulini, che sembrano giganti), mentre il terzo atto, quello in cui il protagonista cerca di riconquistare la collana, è ambientato in una camera da bambini, tra sedie e libri giganti (visti dalla prospettiva infantile, quindi), in un clima fiabesco che sfocerà nella vera e propria dimensione circense del quarto, forse il più commovente di tutti, allorché il rifiuto di Dulcinea di sposare Don Quichotte precipiterà quest’ultimo in una fissa demenza, scossa dall’intervento di Sancho che lo porterà via con sé. E negli ultimi istanti, tutti i personaggi tornano alla ribalta: maschere nude, sole di fronte al dolore della vita, ma anche unite dall’amore, dalla compassione, dal ricordo. Da tutto quello che anima quest’opera dolorosa, melanconica e meravigliosa. Uno spettacolo, insomma, memorabile, arricchito da un uso sapiente di luci e proiezioni, che poteva benissimo fare a meno degli inutili interventi di una voce fuori scena (prima del primo, secondo e quinto atto) e dell’insistenza sul personaggio di Don Quichotte bambino che dialoga con la sua versione anziana: si sarebbe capito tutto lo stesso, in modo più diretto e con meno sovrastrutture. Così come non condivisibile mi è parsa la scelta di Jacopo Brusa di ripetere quanto fatto da Prêtre, ossia proporre il Preludio al quinto atto (con quello stupendo assolo di violoncello) anche all’inizio dell’opera, prima del chiassoso incipit spagnoleggiante: tutta la couleur locale, nel Don Quichotte, è una cornice volutamente posticcia e sgargiante, entro cui agiscono, in modo soffuso e intimo, i tre personaggi principali (anzi due: anche Dulcinea è un’ombra, un simbolo di amore e felicità irraggiungibili), e alterare questo delicato equilibrio non è a mio avviso saggio. Per il resto, il Maestro Brusa, alla guida di un’eccellente orchestra dei Pomeriggi Musicali, conferma quanto di buono ho sentito negli ultimi mesi da lui, con i Pittori fiamminghi (qui la recensione) e il Barbiere di Siviglia (qui la recensione): un direttore serio e preparato, dal gesto efficace, che sa come lavorare con i cantanti, e che ci rende la partitura di Massenet sgargiante nei suoi colori spagnoleschi e insieme distillata e introspettiva negli altri, mai resi con sonorità troppo esangui o con rubati di cattivo gusto (rischio diffuso del teatro di Massenet). Particolarmente bello è poi parso il citato Preludio al quinto atto, che nella sua seconda riproposizione (ossia al posto giusto!) è risuonato ancora più doloroso, più ovattato e interiorizzato: ma tutto è funzionato benissimo, sia nei delicati equilibri con l’orchestra fuori scena (visualizzata dal regista con un pianoforte finto, che poi si muoveva vorticosamente sul palco…) sia nei rapporti con l’ottimo coro di OperaLombardia. Essendo poi al debutto, è facile prevedere un ulteriore miglioramento dei delicati equilibri di cui vive la partitura.

La festa poi era completata dall’eccellenza di un cast tutto italiano (e questo, ahimé, portava a pronunce piuttosto rivedibili…): a partire dal quartetto di pretendenti (gli squillanti Roberto Covatta e Raffaele Feo e le argute Marta Leung e Erica Benato), passando poi alla Dulcinea maliziosa e freschissima di Chiara Tirotta, che era a suo agio più nel registro medio-acuto che in quello grave, affrontato con una certa prudenza, per arrivare alla coppia dei protagonisti. Giorgio Caoduro (Sancho) è artista che stimo da sempre, che mi ha fatto ascoltare il miglior Figaro della mia esperienza teatrale (a Lugano con Fasolis), e che oggi vede la sua voce mutare verso tessiture da basso-baritono (potrebbe benissimo cantare Don Quichotte): ma rispetto al passato sono immutate l’intelligenza e la mobilità del fraseggio, la nobiltà della linea e la capacità, all’occorrenza, di un canto spiegato davvero intenso, come nella grande tirata del quarto atto. A Nicola Ulivieri vanno intanto rivolti i complimenti per la sottigliezza, la delicatezza e l’intensità mostrate nell’avere assecondato una lettura così particolare di Don Quichotte: in carrozzina o nel letto, in pigiama o in abiti borghesi, manteneva sempre una nobiltà di tratti enfatizzata da una voce morbida e estesa, dal legato di alta scuola e tanto più efficace quanto più sobria nella caratterizzazione dei dettagli. Perché i tempi di Šaljapin sono passati, e oggi i cantanti troppo gigioni sono davvero fuori luogo.

Un’operazione, questo Don Quichotte, semplicemente memorabile: seguirne le prossime proposte a Brescia (Teatro Grande, 7 e 9 novembre), Como (Teatro Sociale, 16 e 18 gennaio) o Cremona (Teatro Ponchielli, 23 e 25 gennaio) è imperativo morale.

Nicola Cattò

Data di pubblicazione: 1 Novembre 2025

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