
VERDI Nabucco A. Enkhbat, F. Meli, R. Tagliavini, A. Pirozzi, V. Berzhanskaya, G. Sagona, C. Bosi, D. Cappiello; Orchestra, Coro e Ballo dell’Arena di Verona, direttore Pinchas Steinberg regia, scene, costumi, luci e coreografia Stefano Poda
Verona, Arena, 13 giugno 2025
Dall’applauditissima serata inaugurale del festival estivo numero 102, l’Arena di Verona ha un nuovo allestimento per Nabucco, con un primo investimento di dodici recite fino al 5 settembre. Una novità che non spiazza. Tra regìa, scene, costumi, luci e coreografia, tutto è infatti firmato da Stefano Poda, il quale non solo aveva fatto il medesimo nell’Aida areniana varata due anni fa, ma anche trae da quell’Aida la base dell’impianto scenico e illuminotecnico: il suo spettacolo consiste una volta di più in un’installazione artistica, in questo caso dominata non dalla manona metallico-oppressivo-semovente, ma dalla sua evoluzione in due corpi che ricongiunti danno una sfera. Leggere le note di regìa sulla messe di significati pretesi, tuttavia, annoia già dopo poche righe, e conviene allora riferire non le imbeccate, ma ciò che si vede e desume in autonomia critica. Nulla s’impara di nuovo sulla drammaturgia del capolavoro giovanile di Giuseppe Verdi, mentre si ha riconferma del magistero poetico e tecnico di Poda nel suscitare immagini, tanto più che la pregressa esperienza di Aida lo rende ora più astuto nel gestire l’anfiteatro: impressiona osservare come egli muova le masse di coro, balletto e figuranti nell’onda e risacca del tumulto non meno che nella meccanica mimica militaresca, con insieme, nel tessuto dei costumi, un ipnotizzante gioco di continui riassortimenti tra colori e riverberi. Il mero dato estetico persuade a dispetto della velleità logica. C’è anche il vantaggio pratico: così allestito, Nabucco non si dilunga nei soliti interminabili cambi di scena. Ma certe soluzioni andranno ricalibrate sull’imprevedibilità del più ruspante pubblico al mondo: da didascalia nel finale della parte II, il «fulmine scoppia sul capo del Re» e «a tanto scompiglio succede un profondo silenzio»; l’esplosione che detona dal tavolato, anziché ammutolire, eccita però dalla turba un applauso estasiato ed esilarante: così si va in vacca.

Come un tale allestimento si combina con la concertazione di Daniel Oren? Ah no: c’è da strabuzzare gli occhi e credere all’errore in locandina, ma il podio-trono di Oren passa quest’anno a Pinchas Steinberg, la cui cura direttoriale d’alternanza può fare del gran bene a Nabucco. Alla consueta lettura tutta dalla parte dei cantanti e del popolare, con accomodamenti di tradizione in barba ai segni verdiani, se ne sostituisce una assai poco saltellante – talune melodie spiccate divengono legatissime – eppure ritmicamente inesorabile, volumetricamente imponente, drammaticamente incalzante, sinfonicamente accattivante, modernamente adeguata alla concezione visiva di Poda. Orchestra e coro superano sé stessi, mentre spiace a maggior ragione il malvezzo di tagliare tramezzo e ripresa nelle tre cabalette delle arie maggiori di Zaccaria, Abigaille e Nabucco. Zaccaria, a proposito, è Roberto Tagliavini, del quale si mugugna non essere un vero basso: se le cose stanno così, è una fortuna, visto che per una volta i temibili Fa acuti sono presi con relativa facilità e l’intera linea è animata con una duttilità altrimenti impensabile. Anna Pirozzi torna ad Abigaille e ritrova la parte feticcia degli esordi di carriera: il Mi bemolle sopracuto interpolato non c’è più, compare una risataccia nella sortita dell’atto II ma il personaggio straripa di bellicoso carattere, in unione a un canto di schiacciante risonanza. Ne è sopraffatto persino il colossale vocione di Amartuvshin Enkhbat, ma sottintendendo un aspetto che può soltanto dare soddisfazione: dal modello di Renato Bruson egli sta infatti traendo non solo la tonante scolpitura, ma anche le sottili sfumature a fior di labbro. Lussi inauditi in tutto il contorno: Francesco Meli per uno squillante, accentato e trascinante Ismaele, Vasilisa Berzhanskaya per una Fenena di rifinitezza belcantistica, Gabriele Sagona per un poderoso Gran Sacerdote, Carlo Bosi per un energico Abdallo e Daniela Cappiello per un’incisiva Anna.
Francesco Lora

Foto: Ennevi