
ROSSINI La Cenerentola V. Berzhanskaya, N. Darmanin, R. de Candia, C. Lepore, M. Huseynov, A. Tonkikh, M. Myskohlid; Coro e Orchestra Teatro Regio Torino, direttore Antonino Fogliani regia Manu Lalli scene Roberta Lazzeri costumi Gianna Poli
Torino, Teatro Regio, 20 gennaio 2026
Che le opere di Rossini funzionino come un “meccanismo a orologeria” oggi suona forse come un luogo comune, ma non si può fare a meno di pensarlo ascoltando La cenerentola proposta dal Teatro Regio di Torino con la direzione di Antonino Fogliani e la regia di Manu Lalli. Fogliani (che ha nel pesarese il suo compositore d’elezione, e da anni è direttore musicale del festival «Rossini in Wildbad»), infatti, accentua i contrasti dinamici e soprattutto agogici della partitura con un tocco capace ogni volta di restituire lo stupore per gli ordinatissimi imprevisti della scrittura rossiniana, rendendola viva nella sua travolgente attualità. La sua maestria nel gestire i rapporti tra buca e palcoscenico non si discute, con l’unico appunto di aver calcato qua e là la mano nel dare risalto alle melodie strumentali rispetto al sillabato vocale; ma è una scelta coerente con una lettura che mira ad affascinare l’ascoltatore enfatizzando gli stratagemmi compositivi. In un certo qual senso si pone sulla stessa linea la regia, che presenta diversi tratti di taglio coreografico e meta-musicale, in particolare nei concertati, quando gli interpreti rimarcano con il proprio corpo il ritmo della musica: pensata non nuova (e, quando realizzata in misura eccessiva, anche un po’ stucchevole), ma che non manca di suscitare la simpatia del pubblico. Al pubblico occhieggia anche la scelta, discutibile, di recuperare gli elementi magico-fiabeschi che Rossini e il suo librettista Ferretti avevano accuratamente escluso dalla loro Cenerentola (la fata, la zucca, l’orologio che segna mezzanotte), così come la decisione, assai più apprezzabile nell’ottica di far dialogare l’opera con lo spettatore torinese di oggi, di usare come scenografia per il palazzo principesco una perfetta riproduzione della Galleria di Diana della Reggia di Venaria. Al di là di questi espedienti di sicuro impatto, comunque, lo spettacolo di Manu Lalli ha consentito una buona fruibilità drammaturgica e assicurato il divertimento degli spettatori.

La brillante resa musicale è garantita, accanto al direttore, da un cast di tutto rispetto, che fa perno su due buffi di lungo corso come Carlo Lepore e Roberto de Candia. Il primo, nei panni di Don Magnifico, è davvero perspicuo nel renderne la personalità double face (servile nei confronti del supposto principe, vessatoria con la figliastra) nel quintetto del I atto, così come la ridicola tronfiezza associata a piccolezza d’animo. Il secondo trova in Dandini uno dei ruoli che meglio gli si addicono, nel quale sa cogliere il significato di ogni nota rossiniana con il giusto accento e il giusto colore. Va da sé che il loro duetto è uno dei passi più riusciti della serata. Ancora un po’ da maturare è la lettura di Alidoro offerta dal basso Maharram Huseynov, che interpreterà Banco nel prossimo Macbeth diretto da Riccardo Muti. Il principe Ramiro trova nel tenore Nico Darmanin una voce di timbro non particolarmente ammaliante, a tratti un po’ ovattata, ma forte di una solida tecnica rossiniana che garantisce sicurezza e precisione in tutta l’estensione del registro, senza correre il rischio di alcuna sbavatura. Quanto alla protagonista, si pone una questione preliminare: la voce di Vasilisa Berzhanskaya oggi suona più come quella di un soprano drammatico d’agilità (sarà a breve protagonista di Semiramide e Norma) che come quella di un mezzosoprano. Con ciò, ha cantato molto bene, senza far mancare opportune risonanze gravi, pur differenziandosi da quella che si immagina come la Cenerentola prototipica. Dalla dolcezza della canzone «Una volta c’era un re» e del duetto con Ramiro, alla ricca varietà espressiva, accentuata dai contrasti agogici, del rondò finale, la sua è una figura in continua evoluzione e crescita interiore.
Ben assortiti gli altri interpreti, incluso il maestro al fortepiano, Paolo Grosa, che non ha fatto mancare qualche originale improvvisazione. Impeccabili, as usual, l’Orchestra e il Coro del Teatro (quest’ultimo diretto, per l’occasione, da Piero Monti).
Marco Leo
Foto: Daniele Ratti