
PROKOFIEV Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 op. 26 CIAIKOVSKI Sinfonia n. 4 op. 36 pianoforte Alexandre Kantorow Filarmonica della Scala, direttore Riccardo Chailly
Milano, Teatro alla Scala, 19 gennaio 2026
Apertura con la musica russa per la stagione d’opera, e lo stesso si è ripetuto per quella della Filarmonica della Scala: anzi, per quest’ultima il Maestro Chailly ha riunito un tassello del progetto dedicato a Prokofiev, proponendo il suo concerto per pianoforte più celebre (il Terzo) con un caposaldo del repertorio di ogni direttore e di ogni orchestra quale la Sinfonia n. 4 di Ciaikovski, forse la più scopertamente autobiografica per la presenza di quel famoso “programma” illustrato dal compositore in una lettera alla sua mecenate Nadezhda von Meck. D’altronde, il filare su binari ben tracciati è tradizionalmente associato ai programmi della Filarmonica, i cui tempi di prove sono sempre difficilmente ricavati all’interno dell’attività assai ricca del teatro milanese: ma ad un pubblico sempre piuttosto distratto e rumoroso, che ha costretto persino Chailly a lunghi secondi di riprovazione silente tra un movimento e l’altro di Prokofiev, evidentemente va bene così.
Grande interesse era posto sulla prestazione di Alexandre Kantorow, talento cristallino vincitore nel 2019 del Premio Ciaikovski, la cui eccezionalità un critico severo come il compianto Piero Rattalino segnalava su MUSICA già molti anni prima di quell’affermazione: nel suo approccio alla partitura di Prokofiev sembrava rifarsi all’incisione del compositore stesso che, a differenza di una tradizione interpretativa volta a sottolinearne la dimensione percussiva, incisiva e persino corrosiva, ne esaltava le sfumature intime, melodizzanti e trasparenti. Proprio “trasparenza” è il termine che mi veniva in mente ascoltando il secondo movimento come concepito da Kantorow e Chailly; il primo così timbricamente suadente ma cristallino, dipingeva sussurri e incanti come attraverso un opale, e il secondo lo sosteneva e incalzava con rigore ma anche molta flessibilità. A Kantorow non manca “peso” e non era mai soffocato da un’orchestra di imponenti dimensioni (sedici primi!), non patendo quasi mai nemmeno l’acustica scaligera, notoriamente sorda anche con la nuova conchiglia: solo che non era un peso martellato, e il terzo movimento non aveva l’incredibile incisività che, ancora oggi, siamo soliti ascoltare dalla divina Martha Argerich. Era una cosa diversa, elastico ed elegante, ma ugualmente lecito: un approccio francesizzante, se si vuole, confermato in un bis — la Morte di Isotta nella trascrizione di Liszt — estenuato e sempre “cantato”. Un grande artista, d’altronde, non deve piacere a tutti: deve sapere scegliere un’ottica interpretativa e realizzarla come meglio si può. E così si è comportato Kantorow.
A seguire una Quarta di Ciaikovski molto più personale rispetto a quanto Chailly proponeva, qualche anno fa, con la stessa orchestra (la ricordo, ad esempio, al Musikverein di Vienna): meno disposta all’enfasi e più inquieta, già nel tema sincopato del primo movimento, meno incline alle esplosioni emotive più rigorosa a livello formale. Persino l’intervento dei legni nel terzo movimento, quello dominato dal pizzicato degli archi, non aveva l’esuberanza sfrontata, quasi volgare, di una festa di Maslenica russa (chi ha visto il film di Ken Russell L’altra faccia dell’amorecoglierà il riferimento…), ma era composto e insinuante. Tutto bello e tutto benissimo realizzato, ma certo rinunciando a questa dimensione sfrenata, di corsa verso l’abisso così evidente nel quarto movimento (d’altronde la Quarta è una Final-Sinfonie…), il ritorno della fanfara iniziale, il “tema del destino”, viene leggermente depotenziato. Un’esecuzione, in ogni caso, degna della massima ammirazione per l’altissimo lavoro di analisi e sintesi: come sempre, a certi livelli sono i gusti personali ad avere grande importanza.
Nicola Cattò
Foto: Erika Serio