Adriana Lecouvreur à la Sarah Bernhardt: Cilea al San Carlo

CILEA Adriana Lecouvreur A. Kurzak, B. Jagde, E. Garanča, P.Spagnoli, A. Di Matteo, C.Polese, M. Macchioni, P.Horodyski, R.Covatta, M.Bacelli, S.De Crescenzo; Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo, direttore Pinchas Steinberg regia Davide Livermore scene Giò Forma costumi Gianluca Falaschi luci Nicolas Bovey coreografia Eugénie Andrin.

Napoli, Teatro di San Carlo, 14 giugno 2026.

Anche se oggi compare con minore frequenza nei cartelloni rispetto ai grandi titoli di Verdi o Puccini, Adriana Lecouvreur continua a occupare un posto speciale nel repertorio italiano. Alla sua prima rappresentazione, nel 1902 al Teatro Lirico di Milano con il giovane Enrico Caruso, l’opera ottenne un successo travolgente che consacrò definitivamente Francesco Cilea. Dietro una trama di passioni, gelosie e intrighi teatrali si nasconde infatti uno dei più riusciti incontri tra il melodramma tardoromantico e la sensibilità verista. Cilea costruisce una partitura nella quale il sentimento è costantemente filtrato attraverso il teatro, facendo della protagonista insieme una donna innamorata e un’attrice che vive la propria esistenza come una rappresentazione.

Nella coproduzione tra Monte-Carlo, Saint-Étienne, Marsiglia e il Teatro di San Carlo, Davide Livermore trasferisce la vicenda dalla Francia del Settecento alla Belle Époque, trasformando Adriana in una sorta di erede ideale di Sarah Bernhardt. L’operazione trova una sua coerenza nella natura metateatrale dell’opera: la diva della Comédie-Française diventa il simbolo delle grandi attrici del primo Novecento, mentre la guerra che incombe sull’Europa entra progressivamente nell’azione, conferendo alla vicenda un senso di inquietudine e precarietà.

Le scene di Giò Forma costituiscono il vero motore dello spettacolo. La grande piattaforma rotante permette continui cambi di prospettiva tra palcoscenico, retroscena e realtà, moltiplicando gli spazi e creando un movimento incessante che sembra trascinare i personaggi verso il proprio destino. Il nero domina la scena, interrotto da improvvisi bagliori di luce e colore. Particolarmente notevoli le luci di Nicolas Bovey, di rara forza espressiva, capaci di scolpire gli ambienti e di trasformare il chiaroscuro in un autentico elemento narrativo. I sontuosi costumi di Gianluca Falaschi e le eleganti coreografie di Eugénie Andrin completano un impianto visivo di notevole fascino.

Al centro della rappresentazione si colloca Aleksandra Kurzak, interprete di grande esperienza che trova nel ruolo del titolo un terreno particolarmente congeniale. La sua Adriana privilegia la dimensione dell’artista consapevole più che quella della vittima sentimentale. Fin da “Io son l’umile ancella” emerge una lettura intensa e riflessiva, sostenuta da un fraseggio accurato e da una costante attenzione alla parola. Nei confronti con la Principessa e nella scena finale il personaggio acquista progressivamente spessore emotivo fino a raggiungere momenti di autentica commozione.

Brian Jagde affronta Maurizio con voce ampia, acuti sicuri e una presenza scenica naturalmente autorevole. Il suo Conte di Sassonia appare più impetuoso che raffinato, ma proprio questa energia diretta risulta efficace nel delineare il carattere del personaggio. Nel corso della serata il suo Maurizio evolve credibilmente dal seduttore sicuro di sé all’amante sinceramente travolto dalla tragedia.

Elīna Garanča offre probabilmente la prova vocalmente più impressionante della serata. La sua Principessa di Bouillon possiede un’aristocratica autorevolezza e una notevole complessità psicologica. Il timbro sontuoso, l’omogeneità dell’emissione e la capacità di scolpire ogni frase trasformano il personaggio in una figura di grande spessore drammatico.

Pietro Spagnoli è un Michonnet esemplare per misura ed eleganza. Il suo canto evita ogni sentimentalismo e costruisce con discrezione il ritratto di un uomo che ama senza speranza. La nobiltà del fraseggio e l’intelligenza interpretativa rendono particolarmente toccanti le sue scene più intime.

Molto ben delineati anche i personaggi di fianco: Antonio Di Matteo è un Principe di Bouillon autorevole e vocalmente saldo; Roberto Covatta tratteggia con efficacia un Abate di Chazeuil mondano, pettegolo e sottilmente manipolatore; Monica Bacelli conferisce classe e personalità a Mademoiselle Dangeville, mentre Chiara Polese, Matteo Macchioni e Paweł Horodyski completano con efficacia una compagnia omogenea e ben assortita.

Il direttore Pinchas Steinberg legge Adriana Lecouvreur come un grande affresco tardo-romantico: l’Orchestra del Teatro di San Carlo risponde magnificamente alla sua direzione con sonorità ampie e generose. Se in qualche momento le masse sonore finiscono per velare parte del dettaglio vocale, la qualità dell’esecuzione resta costantemente elevata, sostenuta da uno slancio drammatico coinvolgente e da una tavolozza di raffinati colori orchestrali.

Al termine della rappresentazione resta l’impressione di uno spettacolo che riesce a conciliare la spettacolarità visiva con la sostanza musicale. Pur non convincendo in ogni dettaglio della trasposizione storica, Livermore mantiene vivo il nucleo teatrale dell’opera e può su un cast di livello internazionale, capace di restituire tutta la passione, la malinconia e il fascino di una delle opere più eleganti e iconiche del teatro musicale italiano della stagione post-verista.

Lorenzo Fiorito

Foto: Luciano Romano

Data di pubblicazione: 16 Giugno 2026

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