
JUNG JAEIL Inferno MOZART Sinfonia n. 40 in sol minore K 550 MENDELSSOHN Concerto per violino e orchestra in mi minore op. 64 RESPIGHI Pini di Roma violino Bomsori Kim Seoul Philharmonic Orchestra, direttore Jaap van Zweden
Merano, Kursaal, südtirol festival meran, 28 agosto 2026
Ad aprire la serata è stata una vera perla, per certi versi inaudita nel panorama dei programmi sinfonici europei: “Inferno” di Jung Jaeil, compositore e polistrumentista sudcoreano noto al grande pubblico per le colonne sonore di “Parasite” e “Squid Game”, in un concerto che ha visto la Seoul Philharmonic Orchestra guidata dal direttore olandese Jaap van Zweden con la violinista Bomsori Kim solista. Composto nel 2025 su commissione della Seoul Philharmonic, il brano, il primo lavoro orchestrale di Jung, trae ispirazione dalle pagine conclusive de “Le città invisibili” di Italo Calvino. La partitura, articolata in quattro movimenti, si apre con accordi potenti, quasi le porte dell’inferno che si spalancano su un paesaggio terrificante; la musica attraversa poi brevi isole di calma prima di condurre a un culmine tragico, per approdare, nel movimento finale, a una vera e propria catarsi, con densità sonore mutevoli che si dispiegano su figure ondulate e delicate. Un percorso di discesa e risalita, più che una forma sinfonica in senso classico, capace di restituire intatta la tensione del testo calviniano. È seguita la Sinfonia n. 40 di Mozart, composta nel 1788 come artista ormai “freelance” e diventata icona del repertorio classico: un’opera in sol minore, audace, ricca di dissonanze provocatorie, per lo più sospesa in nuvole cupe. La lettura di van Zweden ha proposto un approccio curioso, soprattutto nello stacco dei tempi: un primo movimento dilatato, molto più ampio del consueto, contro un Trio del Minuetto affrontato a una rapidità sorprendente. Non è il Mozart che si ascolta al Mozarteum, ma poter ascoltare un caposaldo della cultura occidentale rivisto e interpretato da un’orchestra come quella di Seoul è un’opportunità rara. In un passaggio della sinfonia il timbro del clarinetto è emerso con un suono così bello, tondo, caldo, avvolgente, da regalare un autentico senso d’incanto: chissà quale impressione ebbe lo stesso Mozart quando, un decennio dopo il primo contatto con lo strumento a Londra, l’orchestra di Mannheim, allora formazione d’avanguardia, gli rivelò per la prima volta il pieno potenziale sinfonico del clarinetto; un’eco di quello stupore sembrava vibrare ancora in questo passaggio. Il celebre Concerto per violino e orchestra in mi minore di Felix Mendelssohn Bartholdy, che Schönberg avrebbe definito “l’incarnazione della massima bellezza violinistica”, ha visto Bomsori Kim partire un po’ sottotono: la giovane musicista, il cui nome coreano significa proprio “suono della primavera” e il cui volto campeggiava sui grandi manifesti del festival diffusi per Merano, era con ogni evidenza emozionata al suo debutto al Kursaal. È nel primo movimento inoltrato, quando il violino affronta i rapidi giri di corda, che la Kim ha preso pieno possesso della scena: il suono si è fatto più saldo e presente, la mano sinistra ha corso con grande agilità sulla tastiera nei passaggi più acuti, in un crescendo di sicurezza che ha progressivamente ribaltato l’impressione iniziale. Non è forse un caso che il nome della Kim risuoni con la stagione che Merano vive in questo 2026: i Giardini di Castel Trauttmansdorff, alle porte della città, festeggiano infatti il loro venticinquesimo anniversario, in quello che i curatori hanno voluto celebrare come un vero e proprio anno giubilare, tra la mostra “Paradisi modellati — Di persone e giardini” e le fioriture stagionali che, di mese in mese, trasformano i dodici ettari del parco voluto in origine come rifugio dell’imperatrice Sissi. Una fioritura silenziosa e progressiva, non troppo diversa, in fondo, da quella che si è compiuta sul palco del Kursaal: il suono della Kim, timido nelle prime battute, sbocciato in pieno colore solo a concerto inoltrato. A chiudere la serata, il poema sinfonico Pini di Roma di Ottorino Respighi, affascinante passeggiata musicale dai bambini che giocano nella pineta di Villa Borghese fino all’alba sulla via Appia, ha mostrato con grande enfasi il sinfonismo della Seoul Philharmonic. Qui le sezioni dei fiati e delle percussioni hanno trovato pieno spazio d’espressione: la fila dei legni, in particolare, si è rivelata davvero pregevole, con i suoni di oboe, flauto, clarinetto e fagotto pieni, caldi, omogenei in una misura rara da ascoltare. Il volume e l’intensità proposti dall’orchestra sono apparsi formidabili: in alcuni tratti i fortissimi si sono spinti fino a un’intensità quasi assordante, segno di una forza acustica capace di spaziare dal pianissimo agli estremi di volume più intensi, la dimostrazione, insomma, di un’orchestra che vuole affermare fino in fondo la propria statura internazionale.
Mirko Gragnato