Assassinio sul Nilo: Giulio Cesare a Zurigo

Cecilia Bartoli (Cleopatra)

HÄNDEL Giulio Cesare in Egitto C. Vistoli, C. Bartoli, M.E. Cenčić, A.S. von Otter, K.J. Kim, R. Dolcini, K. El Demerdasch, E. Gray; SoprAlti der Oper Zürich, Zusatzchor der Oper Zürich, Statistenverein am Opernhaus Zürich, Orchestra La Scintilla, direttore Gianluca Capuano regia Davide Livermore scene Giò Forma costumi Marianna Fracasso luci Antonio Castro.

Zurigo, Opernahus, 17 marzo 2026

Dopo il debutto monegasco del 2024, approda a Zurigo questo Giulio Cesare secondo Davide Livermore, il quale rinuncia a chiavi di lettura geopolitiche per costruire invece un dispositivo teatrale di taglio più narrativo. La vicenda è trasposta negli anni 1930 e ambientata sul lussuoso piroscafo “Tolomeo” che, in un evidente rimando alle trasposizioni – cinematografiche e televisive – del celebre romanzo di Agatha Christie Assassinio sul Nilo, solca le acque del grande fiume d’Egitto. L’imbarcazione, unico spazio dell’azione, presenta interni che spaziano dal ponte alle cabine di lusso, fino alla sala da ballo. Isolando i personaggi in un ambiente relativamente ristretto e chiuso, Livermore costruisce un microcosmo attraversato da ambizioni, desideri e pulsioni contrastanti, trasformando così il dramma in una sorta di thriller sentimentale, in cui ciascuno sembra avere un movente e ogni relazione si tinge di ambiguità. La spettacolare macchina scenica firmata Giò Forma è come di consueto arricchita dalle proiezioni di D-Wok, che evocano un Nilo ora placido, ora tempestoso, sottolineandone inoltre la monumentalità delle sponde.

La nave è insieme luogo di piacere e trappola, spazio di spettacolo – gli inserti in stile music-hall, con una Cleopatra sciantosissima in V’adoro pupille e il trascinante “duetto” tra Cesare e il violino obbligato nella successiva Se in fiorito ameno prato – e teatro di una violenza latente. Non manca una certa dose di ironia, talora felicemente calibrata, talaltra un poco insistita: se da un lato contribuisce a rendere fluida la narrazione ed evita ogni solennità di maniera, dall’altro rischia di attenuare la tensione tragica, inclinando verso un tono di intrattenimento superficiale. In definitiva, l’opera non viene decostruita, ma piuttosto rivestita di un involucro visivamente accattivante che ne facilita la fruizione senza complicarne la lettura: lo spettacolo scorre con efficacia e mantiene una coerenza interna che ne regge l’impianto. Ne risulta un allestimento piacevole, privo di sovraccarichi concettuali, ma anche di una vera indagine drammaturgica. La rivelazione finale – affidata a un filmato in stile muto che suggerisce una responsabilità collettiva nell’assassinio di Pompeo – introduce un ulteriore livello metateatrale, coerente con il disegno complessivo, ma non decisivo sul piano del significato.

Carlo Vistoli (Cesare)

Sul versante musicale, Gianluca Capuano guida La Scintilla (l’orchestra zurighese che utilizza strumenti d’epoca) con una visione che coniuga rigore e fantasia: i tempi sono sostenuti ma mai frenetici, il suono ricco di colori e sfumature. L’orchestra non si limita ad accompagnare ma partecipa attivamente alla costruzione drammatica, dialogando con le voci e modellando gli affetti con una tavolozza timbrica e un arco dinamico entrambi di rimarchevole varietà. Ne scaturisce una continuità teatrale che supera la tradizionale alternanza recitativo-aria, restituendo l’opera come un flusso unitario e pulsante.

Nel ruolo del titolo, Carlo Vistoli sfoggia una vocalità ampia e ben radicata nei centri e affronta con ragguardevole padronanza tecnica tanto le pagine di agilità quanto quelle più liriche; sul piano interpretativo il suo Cesare lucido e disincantato appare perfettamente integrato nella visione scenica. Tra i momenti più riusciti spicca Aure, deh, per pietà, in cui Vistoli rivela una rara capacità di plasmare la linea vocale con mezzevoci mai esangui e un fraseggio eloquente, che poggia su un’emissione omogenea lungo tutta la gamma. Accanto a lui, Cecilia Bartoli si conferma una Cleopatra di grande carisma che, al di là di qualche inevitabile limite nelle agilità più spinte, resta ineguagliabile nella capacità di scolpire la parola, piegare il suono alle esigenze espressive e trasformare ogni aria in un microdramma, impreziosito da un fraseggio cesellato nel minimo dettaglio e animato da una recitazione disinvolta. Nei sublimi lamenti Se pietà di me non senti e Piangerò la sorte mia raggiunge momenti di rara intensità, giocando su filati e suggestive mezzevoci che conferiscono al personaggio una profondità sempre cangiante; nei brani più brillanti evita ogni esibizionismo fine a sé stesso, mantenendo saldo il rapporto tra tecnica (ancora formidabile) e significato. Di grande rilievo anche il Tolomeo di Max Emanuel Cenčić, che evita la caricatura per costruire una figura ambigua e inquieta, sorretta da un canto morbido e stilisticamente impeccabile. Kangmin Justin Kim disegna un Sesto febbrile e impulsivo, non sempre bilanciato sul piano del canto, ma scenicamente incisivo; accanto a lui, la Cornelia ectoplasmatica di Anne Sofie von Otter, della cui voce di un tempo – mai stata torrenziale, peraltro – resta ormai ben poco. Tra gli altri merita una menzione l’Achilla di Renato Dolcini.

Paolo di Felice

Foto: Monika Rittershaus

Data di pubblicazione: 25 Marzo 2026

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