Il Mahler “freddo” di Harding: la Terza a Santa Cecilia

©Accademia Nazionale di Santa Cecilia / Musacchio, Ianniello & Pasqualini

MAHLER Sinfonia n. 3 in re minore contralto Wiebke Lehmkuhl Orchestra, Coro femminile e Voci Bianche dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Daniel Harding

Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia, 18 dicembre 2025

Affrontare in concerto la Terza Sinfonia di Gustav Mahler è sempre una sfida. Non solo per le proporzioni abnormi che la contrassegnano in modo unico nella storia della musica, ma anche e soprattutto per la congerie sconfinata di idee, suggestioni letterarie, invenzioni sonore, forme inedite, significati d’immediata percezione o segretamente riposti, ch’essa comporta.

I concerti dell’Accademia di Santa Cecilia, dalla prima esecuzione nel 1963 ad oggi, l’hanno proposta più volte e con nomi di spicco (Prêtre, Mehta, Sinopoli, Chung, Tilson Thomas). Mai da sir Antonio Pappano, che le ha preferito del compositore boemo, tra l’altro, la Settima e la Nona. Al suo secondo anno da Direttore Musicale dei complessi ceciliani, Daniel Harding ha voluto porre la Terza in cartellone: forse amplificando ulteriormente quel senso di sfida che appunto tal sinfonia sempre comporta: e che in una partnership come quella tra una bacchetta stabile e una compagine sinfonico-corale andrebbe forse pensata come evento di midterm o di imponente commiato. Ad oggi non ce la sentiamo di affermare senza dubbio alcuno che tra Harding e i professori della sua orchestra si sia già creato un feeling vittorioso anche dei più ardui cimenti. Sì che l’esito complessivo ci è parso qui talora un poco alterno sul piano meramente strumentale e non sempre condivisibile su quello interpretativo.

Sicuramente il primo movimento Kräftig entschieden (Forte e risoluto) è stato quello di più indiscutibile esito. L’attacco con l’unisono degli otto corni era da mozzar il fiato per la compattezza e la bellezza esibite. Ed anche nel seguito Harding ha saputo lavorare a fondo, ad una attanagliante sequenza di sculture sonore, d’immagini come evocate dalla terra, dal cielo dalla mente e sinfonicamente definite con chiaroscuri di forte drammaticità. Una potenza quasi spinta ad una violenza, sia pur fredda e implacabile. E che è parsa un po’ esaurire le forze in campo (non a caso Mahler auspicava un intervallo dopo il primo tempo). Tuttavia il secondo movimento, il “Tempo di menuetto”, il direttore inglese ha mostrato di saper recuperare e gestire una leggerezza strumentale, un senso di viennese classicità non priva di sentori aciduli e di ironia, assai ben compresi e consegnati all’ascolto. Pieno di colori, di effetti naturalistici, appena troppo descrittivo, ci è apparso il terzo movimento “Comodo, scherzando”, ove forse le matrici liederistiche (e dunque di svagata cantabilità) della pagina, sono state poste appena a margine. Poco ci hanno convinti il quarto e il quinto movimento: il “misterioso” del Sehr langsam e il canto di Zarathustra sono risultati assai flebili, vuoi per la poca autorevolezza del contralto, vuoi – diremmo in sintesi – per un relativo entusiasmo di Harding verso la solennità delle ammonizioni nietzschiane come verso i celesti fanciulli e i loro ludi paradisiaci.

L’ultimo e fondamentale Langsam, Ruhevoll, Empfunden (Lento, tranquillo, profondamente sentito) è stato condizionato sia da un’orchestra in alcune sezioni ancor bisognosa di prove, sia da un Harding cui premeva più dar conto d’una volontà di depurazione da ogni enfasi, da ogni retorica che far proprio di tal musica l’appassionato slancio poematico quanto all’Amore: “in tutti gli stadi dell’evoluzione” (come dice l’autore stesso), promani questo dalla Natura o dall’Uomo o da Dio ovvero, nell’apoteosi finale, ne proclami  dalla gloriosa lor sinergia. È di tali frementi emozioni che Harding ci è sembrato voler relativizzare l’impatto ed esserne non più che l’oggettivo latore.

Successo comunque indiscutibile e la Sala Santa Cecilia colma più del consueto.

Maurizio Modugno

Data di pubblicazione: 21 Dicembre 2025

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